Breaking Bad – Scusate il ritardo


Uno dei miei più grandi difetti è sicuramente l’essere ritardatario. Faccio tardi sempre, è più forte di me. Mi verrebbe da dire che non è colpa mia, ma mentirei spudoratamente. Tanto per non smentirmi neanche nel campo delle serie tv, ho fatto tardi anche stavolta. Però qui è più grave. Molto più grave. Confesso che solo di recente ho recuperato la visione di Breaking Bad, una delle migliori serie di tutti i tempi. Ovviamente, forte del detto meglio tardi che mai, sono pronto a prendermi tutti gli insulti di questo mondo… perché certe opere sono patrimonio dell’umanità ed è sbagliato ignorarle o prenderle sotto gamba.

Ora, io esattamente non so perché fino a un paio di mesi fa non avessi mai visto Breaking Bad, quando anche i sassi me ne parlavano un gran bene. Fatto sta che ora l’ho fatto: durante l’estate mi sono sparato tutte e cinque le stagioni, una dietro l’altra.
Faccio sempre tardi, ve l’ho detto: però alla fine arrivo sempre.

Ho sentito la necessità di buttare giù due righe su questa serie non tanto per invogliare chi non l’avesse mai vista a recuperarla (FATELO), quanto come atto d’amore nei confronti dell’opera. Questa serie mi ha letteralmente stregato, entrandomi nelle viscere, scuotendomi l’anima, portandomi a fare domande che mai avrei pensato di pormi. Parlare di una serie del genere non è affatto semplice, perché un solo articoletto non potrebbe mai farvi capire l’intensità e la perfezione di un racconto studiato nei minimi particolari, in cui nulla, nemmeno il dettaglio più piccolo (come potrebbe essere una mosca…) è stato lasciato al caso. Una cura della narrazione quasi maniacale da parte di quel genio di Vince Gilligan, il quale ha saputo trasformare una storia che potremmo aver sentito milioni di volte in un qualcosa di grandioso, una vera e propria escalation di malvagità ed emozioni.


Occhio: da questo momento in poi inizio a parlare a ruota libera, quindi se proseguite nella lettura andrete incontro a SPOILER grossi quanto una casa, se siete ritardatari come me. Se invece avete già visto la serie e vi va di fare quattro chiacchiere, allora proseguite pure…

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Walter White ha passato la vita a vedere tutti i suoi ex compagni di università fare carriera, mentre lui, a causa di un carattere fin troppo remissivo, rinunciava a tutti i suoi sogni. L’appiattimento della sua vita l’ha portato a insegnare in una scuola, un impiego fin troppo mortificante per un genio del suo calibro. A casa non andava certo meglio: una moglie col carattere forte e un cognato coatto e sbruffone non facevano altro che demolire il suo amor proprio e la sua figura di padre: il figlio ammirava più lo zio, un fiero e forte poliziotto dell’anti-droga, piuttosto che Walt.

L’unica volta che aveva tentato di alzare la testa, si era ritrovato fuori da una società fondata con due suoi amici, che successivamente – grazie anche alle sue idee – è diventata un colosso nel campo della chimica, fatturando milioni e milioni di dollari.

Lui però era rimasto con in mano un pugno di mosche e il morale triturato.

Walter White era semplicemente anonimo.
Non era nessuno.
E questo lo stava uccidendo, più del cancro che di lì a poco gli avrebbero diagnosticato.

Il tumore era stato definito “non operabile”. Walt stava morendo, dunque. Non c’erano speranze… dicevano loro. Perché in realtà, proprio mentre la vita sembrava arrivata alle sue battute conclusive, una piccola scintilla si accendeva dentro Walt.

Il mite professore decide di mettersi a a produrre metanfetamina per tutelare la propria famiglia in prospettiva futura, lasciandogli un bel gruzzoletto per quando non ci sarà più. Dunque contatta un suo vecchio allievo (nel frattempo diventato un tossico/spacciatore) e inizia la produzione di una nuova droga, più forte e più pura di quelle fino a quel momento in commercio. L’obiettivo di Walt era semplice: cercare di fare più soldi possibili nel minor tempo possibile. Il piano iniziale era questo, nient’altro: era sbagliato, certo. Ma era il modo più rapido (ed eccitante).

Da lì è partito un vortice che ha risucchiato sia lui che noi, poveri spettatori, in una vicenda allucinante. Abbiamo visto il male, quello vero, quello che non ti aspetti. Lo abbiamo visto negli occhi e ci ha lasciati di stucco.

Mentre il cancro consumava Walt, la paura di morire donava una nuova vita al professorino di chimica. Assurdo, vero?
Iniziare a vivere proprio mentre la morte posa gli occhi su di te.

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Il vero messaggio che Breaking Bad cerca di darci è quello di non aspettare che sia troppo tardi per darsi una svegliata: Walt decide di tirare fuori tutto il suo potenziale proprio mentre gli danno la notizia più atroce che si possa ricevere, cercando di fare tutto nel minor tempo possibile. Perché il tempo è poco e a lui servono tanti soldi, quanti ne bastano per far vivere la famiglia dignitosamente. Lo faceva per loro, non ha fatto altro che ripeterselo continuamente… e magari all’inzio era anche vero.

All’inizio.

Poi qualcosa è cambiato: la scintilla che iniziava a farlo stare meglio è divampata nel suo petto: non è affatto un caso che il tumore sia andato in regressione proprio nel momento in cui Walt iniziava questa sua nuova vita: in quel momento lui stava letteralmente rinascendo, forse stava vivendo davvero per la prima volta. Si sentiva forte, sicuro di sé, pieno di voglia di vivere.
Per la prima volta, Walter White si sentiva realizzato.
Non tanto per i soldi, per la famiglia o per altro, ma per avere quel riscatto sociale che aveva inseguito per tutta la vita. Perché Walt sapeva di meritare di più, molto di più rispetto a quanto aveva raccolto. Un genio, come ce ne sono probabilmente pochi in tutto il mondo, in grado di pensare talmente velocemente da non riuscire mai a stargli dietro. Un uomo in grado di poter fare tutto solo con la forza della sua mente.

Walt aveva un disperato bisogno di vivere. E in un modo assurdo, malato e violento, aveva finalmente ottenuto la libertà che cercava: un impero della droga che dipendesse TOTALMENTE da lui, la creazione di un prodotto unico, nettamente migliore rispetto a quanto fosse presente sul mercato, attestati di stima e – per ultimo, ma solo per ultimo – i soldi.

Per questo Walt non è riuscito a fermarsi in tempo. Aveva bisogno di “cucinare”, così come aveva bisogno di vivere. Voi rinuncereste a un qualcosa che vi fa stare bene? Immagino di no. Le sue competenze e il suo ingegno lo stavano portando sempre più in alto e non era solo questione di “prenderci gusto”… Walt sapeva di essere insostituibile. A lui non importava il fatto che stesse creando una droga potentissima, lui vedeva la faccenda dal punto di vista prettamente chimico: aveva realizzato un prodotto ottimo, unico. Un vero e proprio impero della droga si basava sulle sue competenze e a lui questa cosa lo galvanizzava tantissimo.

Un’altra cosa di cui Walter White aveva disperatamente bisogno era il riconoscimento.
Voleva che il suo genio fosse riconosciuto universalmente, che la gente parlasse con il dovuto rispetto sia di lui che del suo lavoro. Voleva diventare una leggenda.
Ecco perché in uno dei tanti deliri di onnipotenza, chiede a un feroce criminale di dire il suo nome. Un atto spavaldo, strafottente, unico: dì il mio nome. Lo sai chi sono, non puoi non saperlo.

say my name

Potrei parlare di Walter White per ore, me ne rendo conto. Il fatto è che un personaggio scritto così bene è dannatamente difficile da trovare in giro… ma se parlassi solo di lui, farei un torto madornale a Jesse. E io non voglio davvero fare un torto a un ragazzo che ha avuto una parabola così tragica all’interno delle cinque stagioni della serie. Jesse è un personaggio che malgrado tutti gli sbagli che compie, riesce solo con lo sguardo a urlare richieste d’aiuto. È un personaggio potentissimo, al quale viene strappato tutto, persino la sua dignità di essere mano.

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Jesse voleva bene a Walt. Lo vedeva come un padre, un mentore. Solo Walt avrebbe potuto salvargli realmente la vita, solo lui avrebbe potuto convincerlo a mollare tutto e costruirsi piano piano una vita normale, lontano dalla droga e da tutto lo schifo che ne consegue.

Ma Walt era una merda e questo non dobbiamo davvero scordarcelo mai.

Durante la visione della serie ho fatto pace con Hank. Un personaggio cresciuto puntata dopo puntata, che prima detesti, poi capisci e infine abbracci completamente. Sarà uno spaccone, un coatto, un rozzo, sarà tutto quello che vi pare. Ma alla fine ti rendi conto che ti sei affezionato a lui più di quanto non vorresti ammettere. Sono convito che tanti tra voi hanno urlato quando è stato ucciso. Io personalmente ho dato un pugno sul muro.

La realtà è che alla fine è davvero impossibile non affezionarsi a tutti: in primis perché si tratta di ottimi attori e poi perché… beh, odio ripetermi, ma ognuno di loro è scritto davvero ma davvero bene. Skyler, Mike, Walter Jr, Saul Goodman (e per lui voglio  applausi a scena aperta), Jane, Todd, Gus, Marie. Persone che non esistono, ma che ti erano entrate dentro, a cui un po’ volevi bene (oddio, magari a Gus un po’ meno…)

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Tutte vite distrutte, fatte a pezzi, bruciate da Heisenberg.

Walt riesce a compiere un’escalation incredibile, che lo porta a diventare il vero “cattivo” della serie puntata dopo puntata. Ogni persona che tocca viene devastata e trascinata giù, all’inferno, irrimediabilmente. Se nelle prime stagioni la peculiarità di Walter White era quella di avere tutto sotto controllo, nell’ultima non è assolutamente più così: le cose gli sfuggono di mano senza che se ne accorga, continua a negare a sé stesso di essere diventato uno spietato assassino, perde totalmente ogni minimo straccio di compassione o morale, arrivando a peggiorare continuamente la sua situazione. Heisenberg distrugge tutto ciò che incontra sul suo cammino, persino la famiglia che tanto ama e per cui si sarebbe fatto uccidere: ormai c’è solo lui. Nessuno vuole avere più niente a che fare con Walt e lui stesso non riesce a fidarsi più di nessuno, anche se avrebbe disperatamente bisogno di qualcuno che lo appoggi, incondizionatamente. L’immagine di Walter White nascosto in un rifugio chissà dove in mezzo alle montagne, ti lascia un sapore amaro, triste, quasi disgustoso.

Ironia della sorte, Walt non muore per il cancro, né ucciso da Hank, Jesse, Gus o da chissà quale nemico, no. Walt muore sotto i colpi di un’arma costruita da lui.

Nell’ultima serie, abbiamo odiato Heisenberg, del resto giustificarlo era diventato davvero impossibile. Aveva mollato tutto, del timido professorino delle primissime puntate non era rimasto davvero più niente. La famiglia, questa benedetta famiglia per cui avrebbe fatto tutto questo, ormai è crollata sotto i colpi che il suo ego lanciava a destra e a manca.

Con le ultime forze si trascina in un laboratorio, lo stesso in cui Jesse era costretto a lavorare come un animale. Sorride, è nel suo habitat naturale. Probabilmente non vorrebbe essere in nessun altro posto al mondo. L’ultimo gesto di Walter White, il leggendario Heisenberg, è accarezzare un macchinario.
Poi, finalmente, tutto finisce. Nel suo luogo preferito, da solo.

«La chimica è, tecnicamente… la chimica è lo studio delle sostanze, ma io preferisco vederla come lo studio dei cambiamenti. Ad esempio, pensate a questo: elettroni, loro cambiano i loro livelli di energia; molecole… le molecole cambiano i loro legami; elementi… si combinano e cambiano in composti. Be’, questa… questa è la vita, giusto? Cioè è solo… è la costante, è il ciclo: creazione e dissoluzione, poi di nuovo creazione poi ancora dissoluzione, è crescita poi decadimento, poi trasformazione! Ed è affascinante, davvero!»

La chimica come spiegazione della vita.
Mannaggia a te, Walt.

 

 

 

 

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