Resident Evil – Guida alla saga che ha ispirato film e serie televisive

Resident Evil è uno dei franchise più importanti di sempre in ambito videoludico. Diamo insieme uno sguardo all’evoluzione della saga che ha ispirato film, fumetti e la nuova serie televisiva targata Netflix 

speciale resident evil

 

Se non siete appassionati di videogiochi, molto probabilmente il nome Resident Evil vi riporterà alla mente solo i film con protagonista Milla Jovovich e forse diversi manga e comics americani (ricordiamo a tal proposito le uscite ufficiali per conto della Magic Press, con le copertine di un ancora acerbo Lee Bermejo).

In realtà si tratta di un consolidato brand videoludico, che ha contribuito a portare in auge l’horror sulle consolle casalinghe, spaventando milioni di videogiocatori a suon di zombie e orride creature mutanti.

L’opera è uno dei cavalli di battaglia di Capcom (la stessa casa di Megaman e Street Fighter), ed è conosciuta in Giappone come Biohazard: leggenda vuole che fosse stato uno dei dirigenti della filiale americana dell’azienda a voler cambiare nome in Resident Evil, per tenersi alla larga da eventuali dispute legali che sarebbero potute nascere con la nota band omonima (i Biohazard, appunto). Alla serie è riconosciuto il merito di aver in effetti creato il genere survival horror e di aver reintrodotto gli zombie nella cultura popolare dalla fine degli anni novanta in poi, ben prima che lo facessero molti film.

Il primo capitolo è stato rilasciato su Playstation (e in seguito su Sega Saturn e PC) nel lontano 1996,  ma lo sviluppo ebbe inizio già 3 anni prima. Originariamente doveva essere il seguito spirituale di un titolo per NES (ad alcuni forse più familiare come Famicon), Sweet Home, a sua volta ispirato all’omonimo film giapponese, di cui Capcom deteneva i diritti.

Al progetto furono assegnati Shinji Mikami e Tokuro Fujiwara che, appassionati di B-movie americani, decisero di rimescolare le carte in tavola e di creare qualcosa di potenzialmente nuovo, ispirandosi peraltro alla formula europea di Alone in the Dark (Infogrames, 1992), uno dei primi giochi horror tridimensionali, oggi considerato il precursore dei moderni survival.

Resident Evil prese così alcuni elementi da Sweet Home, come i puzzle ambientali e persino la schermata di caricamento della porta (che serviva soprattutto per mascherare i caricamenti tra una zona e l’altra), miscelandoli con l’azione dinamica e la grafica tridimensionale del noto titolo francese.

Inoltre utilizzò diversi stilemi provenienti dai film del compianto George A. Romero, non solo relativi alla presenza degli zombie: ciò che Mikami e Fujiwara presero dalle pellicole Romeriane fu soprattutto il senso di claustrofobia e sopravvivenza che attanagliava i protagonisti.

Ambientato nella spettrale magione vittoriana degli Spencer (da qui il nome occidentale Resident Evil – Residenza del male), fondatori della casa farmaceutica Umbrella Corporation, il giocatore avrebbe guidato a scelta uno dei due membri della S.T.A.R.S., una squadra speciale inviata ad indagare strani omicidi e sparizioni sui monti Arklay, nei pressi della ridente Raccoon City, una città immaginaria situata nel Midwest americano. La squadra, capitanata dal glaciale Albert Wesker, si sarebbe poi rifugiata nella lugubre villa per sfuggire all’attacco di alcuni mostri. Preso il controllo di Chris Redfield o Jill Valentine, i nervi del giocatore sarebbero stati spinti al massimo grazie ad un gameplay che incoraggiava la fuga piuttosto che lo scontro ad armi spianate e alla grafica realistica che rendeva spaventosi gli zombie e agghiaccianti le sequenze splatter (nonostante le limitazioni tecniche dell’epoca). A fine partita Wesker si sarebbe rivelato il cattivo di turno, infiltrato speciale della Umbrella, rea della creazione del pericoloso Virus T, il patogeno responsabile della trasformazione degli umani in zombie.

Resident Evil 1

La grafica era un miscuglio di 3D e 2D, i personaggi tridimensionali si muovevano invero su sfondi pre-renderizzati, una soluzione adottata sia per risparmiare tempo e budget, sia per tenere alta la tensione: infatti tutte le telecamere erano fisse (non essendo gli ambienti tridimensionali) e le inquadrature sapientemente collocate avrebbero permesso di enfatizzare determinati momenti dell’avventura, rendendoli piuttosto suggestivi.

Per la sua uscita in occidente, però, il gioco fu pesantemente tagliato e le sequenze iniziali, che furono girate con attori in carne e ossa, vennero rese in B/N, per mitigarne la violenza.

In ogni caso il successo fu planetario, e il titolo si guadagnò un posto d’onore nell’olimpo dei videogiochi, ispirandone molti altri negli anni a venire (la popolarità fu tale che venne presto distribuita una versione Director’s Cut, unicamente in giapponese, ma che ripristinava tutte le sequenze tagliate ed uno strepitoso remake nel 2002) .

Due anni dopo, nel 1998, fu dato alle stampe Resident Evil 2. Il titolo ebbe però uno sviluppo travagliato, dato che tutto il lavoro svolto per realizzarlo fu per buona parte cestinato. Questa versione è nota universalmente col nome di Resident Evil 1.5, ed era molto diversa da quello che poi sarebbe stato il secondo capitolo. Il game director Shinji Mikami si ritirò dal progetto assumendo la carica di produttore, e lasciando l’onere della direzione a Hideki Kamiya, che sarebbe diventato noto per la creazione di Devil May Cry (sempre per Capcom) e Bayonetta (per Sega). Kamiya volle dare un’impronta molto più hollywoodiana alla nuova versione di Resident Evil 2, di ampio respiro e in accordo con lo sceneggiatore Noboru Sugimura (che sarebbe diventato lo scrittore di punta della serie) volle creare dei legami con il capitolo precedente (cosa che Mikami aveva cercato di evitare). Fu così che uno dei protagonisti concepiti per la versione cancellata, Elza Walker, fu riciclato per dare vita ad uno dei personaggi più amati del franchise, vale a dire Claire Redfield (sorella di Chris, uno dei due selezionabili nel primo episodio). Ad affiancarla l’agente Leon S. Kennedy, recluta al suo primo giorno di lavoro a Raccoon City (destinato anche lui a diventare uno dei personaggi più amati). Entrambi sarebbero dovuti sopravvivere tutta la notte all’interno della città infestata da zombie e altre aberranti creature generate dal virus G (la perfetta evoluzione del virus T), sperando di fuggire all’alba con altri sopravvissuti, prima che la città fosse bombardata dal governo.

La pressione fu davvero tanta, e lo stesso Kamiya ha dichiarato recentemente come lo sviluppo del gioco lo abbia condotto ad un periodo di depressione, proprio mentre di divideva tra Giappone e America per seguire le sessioni di doppiaggio, e lo sconforto fu tale da renderlo schiavo dei fumi dell’alcool.

Eppure, nonostante lo sviluppo travagliato, il titolo fu un grande successo, e ancora oggi è considerato uno dei più importanti della sua generazione, contribuendo ad imprimere nella mente del pubblico tutto l’immaginario narrativo e orrorifico di quella che sarebbe diventata una delle saghe di punta dell’industria videoludica (sebbene in Italia fosse stato sequestrato dalla Guardia di Finanza a causa dei suoi contenuti violenti. Sony fece poi ricorso e il gioco tornò regolarmente disponibile nei negozi nei mesi successivi).

Per la massiccia campagna promozionale, fu persino contattato il maestro George Romero, che diresse due spot usciti solo sul territorio nipponico, ma indubbiamente di forte impatto visivo. Gli spot vedevano gli attori Brad Renfro (L’allievo) e Adrienne Frantz (Hack!) rispettivamente nei panni di Leon e Claire e li trovate di seguito.

 

Lo stesso Romero si entusiasmò così tanto ai giochi, da entrare in trattative per scrivere e dirigere l’adattamento cinematografico della serie. L’acclamato regista non perse tempo e scrisse una sceneggiatura piuttosto aderente al materiale originale e che potete trovare facilmente in rete.

Purtroppo lo script non impressionò i produttori, che cercavano qualcosa di molto più commerciale e vicino ad Aliens – Scontro Finale (mentre la sceneggiatura di Romero era fin troppo autoriale e pregna di dialoghi e atmosfera). Fu così che il film fu accantonato… solo momentaneamente, come avremo modo di osservare a breve.

Torniamo intanto ai videogiochi. Dopo il successo del secondo capitolo, fu messo in cantiere Resident Evil 3: Nemesis (1999), che introdusse appunto il temutissimo Nemesis, un mostro creato dalla Umbrella per dare la caccia agli S.T.A.R.S. ancora in vita, scomodi testimoni degli esperimenti di villa Spencer.

Il titolo in questione era ambientato 24 ore prima e 24 ore dopo il secondo capitolo, andando ad arricchire così la narrazione globale dell’opera. Inoltre vide il ritorno di uno dei protagonisti del primo capitolo, la tostissima Jill Valentine (che alla fine distruggerà il mostro e fuggirà dalla città, poco prima che questa sia rasa al suolo).

Mikami, ormai impegnato unicamente come produttore, non voleva in alcun modo che questo capitolo fosse numerato, insistendo che il 3 dovesse appartenere di diritto al titolo che sarebbe uscito l’anno successivo e che si stava sviluppando parallelamente a questo, Resident Evil – Code: Veronica (con protagonista Claire e Chris Redfield, intenti a sopravvivere a Rockfort Island, un’isola-penitenziario situata da qualche parte nell’Antartico).

Code: Veronica uscì su una macchina di nuova generazione, certo, ma che non vantava purtroppo una grande distribuzione: ci stiamo riferendo al Dreamcast (sulla quale debuttò Shenmue, vera rivelazione di quella generazione). Questo permise di potenziare il motore grafico e di sostituire gli sfondi pre-renderizzati con vere riproduzioni tridimensionali, un passo avanti non indifferente per il franchise (ed ecco perché Mikami ci teneva che fosse questo ad essere numerato).

Capcom, però, aveva un contratto con Sony che prevedeva l’uscita di un terzo capitolo ufficiale sulla sua arcinota consolle e al quale non poteva sottrarsi. Comunque sia,  Resident Evil 3: Nemesis e Code: Veronica ebbero molto successo, e contribuirono ad affermare ancora una volta la supremazia della casa di Osaka nell’horror videoludico.

Siamo ora nel 2002, e arriva al cinema Resident Evil, per la regia di Paul W.S. Anderson (Mortal Kombat, Punto di non ritorno), con protagonisti Milla Jovovich (che diventerà in seguito moglie del regista), Michelle Rodriguez, Eric Mabius e James Purefoy.

 

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La pellicola, diversamente dal lavoro di Romero, è esattamente ciò che volevano i produttori, ovvero un concentrato di azione horror con personaggi tamarri pescati dall’immaginario anni ’90. Eppure riesce a non tradire il materiale originale (pur non facendo sfoggio di nessuno dei protagonisti del videogioco), riuscendo a preservare l’atmosfera claustrofobica del primo capitolo videoludico e risultando probabilmente la migliore trasposizione filmica di Resident Evil finora uscita (oltre che un buon film d’intrattenimento). Non si può dire lo stesso per le pellicole successive, che pur introducendo direttamente i personaggi dell’opera originale (citiamo Ali Larter come Claire, Wentworth Miller come Chris, Johann Urb come Leon e Sienna Guillory nei panni di Jill), lascerà incessantemente più spazio alla mera azione piuttosto che alla tensione, con trame sempre più povere e sfilacciate che servono giusto per far risaltare le rocambolesche sequenze piene di esplosioni e sparatorie.

Diciamo che l’azione non è però tutta farina del sacco di Anderson: il regista, infatti, prenderà spesso ispirazione dal materiale originale, a cominciare dal quarto capitolo videoludico, che si dimostrerà una vera rivoluzione per il franchise (e non solo).

 

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Che lo si ami, o lo si odi, bisogna dare a Resident Evil 4 il merito di aver cambiato per sempre il mondo dell’action nei videogiochi, con meccaniche che saranno fonte di ispirazione per tutti i titoli a venire.

Uscito nel 2005, oggi è considerato una vera pietra miliare, che vanta moltissimi estimatori e ha influenzato numerosi designer di videogiochi (uno dei quali è Neil Druckmann, autore di The Last of Us). In cabina di regia torna Shinji Mikami, che decise in primis di tagliare i ponti col passato, smantellando l’Umbrella, e poi rendendo il titolo come un vero e proprio film d’azione di Hollywood (anche di questo, infatti, esisteva una versione poi scartata, che virava più verso l’horror).

Il gioco vede il ritorno di Leon S. Kennedy, stavolta non più poliziotto in erba del secondo capitolo, ma agente governativo esperto e risoluto. Il suo compito è trovare la figlia del presidente degli Stati Uniti, Ashley Graham, rapita e trascinata in Europa, a El Pueblo, uno sperduto villaggio situato al confine tra Spagna e Portogallo. La sua ricerca lo porterà a scontrarsi con una setta di invasati, posseduti da un parassita che ne guida i movimenti. Non più zombie stupidi e lenti, ma nemici ben più temibili in grado di comunicare fra di loro, evitare i colpi e lanciarsi all’attacco correndo. Allo stesso modo, Leon, è capace di compiere azioni fino ad allora inedite nella serie (come lanciarsi in volo da una finestra o sferrare calci), che lo rendono decisamente più veloce e letale, merito anche della nuova inquadratura, non più a telecamera fissa, ma posta sopra la spalla, permettendo al giocatore di mirare liberamente alle parti del corpo degli avversari.

Il quarto capitolo fu l’ennesimo successo, e consolidò un nuovo standard per i videogiochi in generale. La serie non raggiungerà più questi fasti, se non molti anni dopo. Sulla scia del quarto episodio, venne rilasciato nel 2009 Resident Evil 5, con protagonista un pompatissimo Chris Redfield in missione in Africa (il trailer suscitò alcune accuse di razzismo, in quanto mostrava un uomo bianco, Chris, contrapporsi ad avversari di colore, la popolazione locale infettata dallo stesso parassita del capitolo precedente). Ad accompagnarlo l’agente Sheva Alomar, insieme avrebbero finalmente distrutto l’odiato Albert Wesker, ormai reso una sorta di super uomo grazie al patogeno iniettato direttamente nel suo corpo.

resident evil 5

Le meccaniche erano le stesse del suo predecessore, solo più rifinite, eppure non furono in grado di replicarne la magia e la creatività, forse anche a causa di Mikami, che aveva deciso di defilarsi dalla serie e da Capcom per dedicarsi ad altro. Nonostante ciò, Resident Evil 5 resta attualmente il capitolo più venduto del franchise, con oltre 12 milioni di copie rilasciate nel mondo.

La saga proseguirà poi tra alti e bassi, con titoli intermedi di pregiata fattura come i Revelations (il primo, in particolare, introduce il doppiaggio italiano nella serie, sino ad allora sottotitolata), fino ad arrivare al dimenticabilissimo sesto capitolo, che cercava di creare un filo conduttore tra tutti i personaggi e di introdurne di nuovi, come il figlio di Wesker, Jake Muller, ma che nei fatti si rivelò un’esperienza deludente, con sezioni di gioco poco rifinite, protagonisti fin troppo sopra e un gameplay monotono e ripetitivo.

Resident Evil 6 sarà comunque un successo di vendite, nonostante le aspettative deluse, quasi quanto la serie cinematografica, arrivata a 6 capitoli e capace di incassare globalmente più un miliardo di dollari.

Sul fronte cinematografico si segnalano anche diversi film in CGI, 3 finora usciti: Degeneration, Damnation e Vendetta.

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I film, pur inserendosi nella storyline canonica, aggiungono davvero poco al comparto narrativo, ma rispolverano tutti i personaggi più amati, in primis Leon, che appare in tutte e tre le pellicole, e quasi sempre come protagonista.

Per quanto riguarda i videogiochi, dopo il sesto, Capcom non fu soddisfatta della qualità del titolo, nonostante il successo di pubblico (che non mancò comunque di criticare la deriva in cui il franchise stava versando).

Fu così che la casa di Osaka decise di tornare sui suoi passi, e di spaventare nuovamente il suo pubblico con un titolo che avrebbe di fatto portato nuovo lustro alla saga: Nel 2017,  infatti, dopo alcuni anni di sospetto silenzio, darà alle stampe Resident Evil 7: Biohazard (in Giappone il titolo è invertito).

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Anche questo capitolo si rivelerà una rivoluzione per il brand, ma non per gli svariati titoli di tendenza come accade invece con il quarto. La telecamera è in prima persona piuttosto che in terza e, sebbene inizialmente non sembri avere alcun legame con i suoi predecessori, sul finale entrerà di prepotenza nella narrazione ufficiale e canonica della saga.

In questo capitolo, oltre l’orrore, viene reintrodotta un’oscura magione da esplorare, una fatiscente abitazione situata in Louisiana e infestata stavolta dai suoi mostruosi proprietari, la famiglia Baker, i quali cercheranno in ogni modo di uccidere il nuovo protagonista, Ethan Winters, giunto sul posto per cercare la moglie scomparsa. Inoltre non più virus e parassiti, ma un fungo, il Megamicete, è stavolta causa dell’infezione.

Sebbene all’inizio alcuni puristi abbiano storto il naso, il titolo si rivelerà un successo di critica, venendo considerato il miglior Resident Evil degli ultimi anni (anche dal sottoscritto), capace di conciliare sapientemente tradizione e modernità, senza tradire lo spirito originale della serie, ma anzi, ravvivandolo. Merito anche del nuovo motore grafico proprietario, il Re Engine, capace di creare una grafica ultra-realistica e di forte impatto.

Il franchise proseguirà poi con gli apprezzati remake del 2 e del 3 (il secondo apprezzato un po’ di più) e con l’ottavo capitolo Intitolato Village, che sembra chiudere le gesta di Ethan, sebbene quest’ultimo titolo presentasse una deriva leggermente più action del suo predecessore. Antagonista principale del gioco è Miranda, una donna divenuta quasi immortale grazie ai suoi poteri derivati dal Megamicete e che fu amante e mentore di Spencer (sì, quello della villa). In ogni caso anche questo ha trovato il plauso della critica, segno che la saga sia finalmente tornata ai suoi fasti originari.

Dal canto suo, Netflix ha dato i natali nel 2021 ad una serie in 4 episodi, realizzata in CGI e che si intitola Resident Evil: Infinite Darkness.

resident evil netflix

Lo show si incastra tra il quarto e il quinto capitolo videoludico, e vede il ritorno di Leon e Claire, nuovamente in coppia per sventare l’ennesima minaccia biologica. Anche in questo caso, nulla di più di quanto già sapessimo viene aggiunto alla storyline. Nota di merito al doppiaggio, che vede sia in inglese che in italiano il ritorno dei doppiatori originali del videogame (Nick Apostolides – Alessandro Rigotti su Leon e Stephanie Panisello – Emanuela Pacotto su Claire).

Non è l’unico show prodotto dal colosso dello streaming, dato che il prossimo 14 luglio debutterà la serie live action intitolata semplicemente Resident Evil. Il serial, che sembra distaccarsi parecchio dal materiale d’origine, si dipana su due differenti linee temporali e vede protagonista Albert Wesker, villain dei videogiochi, interpretato dall’attore afroamericano Lance Reddick. Ovviamente la scelta ha destato molte polemiche presso gli appassionati in quanto il Wesker videoludico è biondo e dai marcati lineamenti nordici. La serie, inoltre, aggiunge delle figlie che nel media originale sono totalmente assenti, dato che l’unica prole menzionata di Wesker è appunto Jake Muller (di cui, però, non sembra esserci traccia nello show Netflix).

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Anche il cinema non è restato a guardare e, dopo la saga di 6 film, lo stesso Anderson si è visto produttore esecutivo di un reboot cinematografico ad opera del regista Johannes Roberts. Il 24 novembre 2021 viene così distribuito nelle sale Resident Evil: Welcome to Raccoon City.

 

 

resident evil welcome to raccoon city

Sulla carta la pellicola doveva essere una fedele trasposizione dei primi due videogiochi, mettendo in scena tutti i protagonisti iconici, Chris (Robbie Amell), Jill (Hannah John-Kamen), Leon (Avan Jogia) e Claire (Kaya Scodelario). Purtroppo, al netto di un impatto visivo notevole e alcune suggestioni ben riuscite (come l’entrata nella sinistra dimora degli Spencer, o la replica della stazione di polizia del secondo capitolo), il titolo non ha restituito le sensazioni e i personaggi che il gioco ci ha regalato, banalizzando ancora di più una struttura narrativa che già di per sé strizzava l’occhio ai B-movie anni ’80 -’90, dipingendo dei personaggi eccessivamente sopra le righe: basti pensare allo stesso Leon, che nei giochi era una recluta impavida e risoluta, qui ritratto come un incapace totale per quasi tutta la durata della pellicola (neppure in grado di tenere la pistola in mano!). Oppure Wesker (interpretato da Tom Hopper), che sin dal primo capitolo è il gelido e carismatico antagonista, qui piuttosto ridimensionato e decisamente molto lontano dal personaggio che conosciamo (avanzando anche un legame affettivo con Jill).

Per chi volesse dare un’occhiata a tutti i titoli cinematografici (qualora ne sia a digiuno), segnalo che questi sono tutti inclusi nell’abbonamento base di Prime Video (compresi quelli in CGI).

Tornando ai videogiochi, il loro successo non accenna a fermarsi: stando ad alcuni report, al 2021 con 141 titoli (tra cui ripubblicazioni), il brand conta più di 123 milioni di unità vendute, consolidandosi come il più redditizio di Capcom. Che non è rimasta con le mani in mano: da poco è stato infatti annunciato il remake del quarto capitolo che, stando ad alcune indiscrezioni, porterà la serie ad un livello superiore. Inoltre pare sia già in sviluppo Resident Evil 9, seguito diretto dell’ottavo capitolo, che sembra virerà nuovamente verso l’horror puro, rispetto alla deriva del suo predecessore.

E noi? Qui noi, nerd appassionati, non possiamo che esserne incuriositi e attendere con trepidazione le prossime aberrazioni genetiche che la casa di Osaka ci sguinzaglierà contro!

Ebbene, siamo arrivati alla fine e speriamo di avervi intrattenuto per tutta la lettura. Resta improbabile che nessuno conoscesse una saga così famosa, ma altrimenti siamo lieti di avervi illuminato. Alla prossima!


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Gianluca Testaverde

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Faccio un po' di tutto nella vita: perditempo a tempo pieno, disegno, amo il doppiaggio e scrivo ciò che vorrei leggere. E per l'amor di Dio... non fate i fumettisti!

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