Fallout – Una Serie TV da Pollice Alto


Abbiamo visto in anteprima tutti gli episodi della prima stagione di Fallout, la serie TV di Prime Video ispirata al popolare videogame di Bethesda, ecco cosa ne pensiamo (senza spoiler, tranquilli)
copertina recensione fallout
Adattamenti di Videogame.
Solitamente, questo concetto provoca più di un brivido, abbastanza a ragione. Il Cinema, in particolar modo, ci ha abituato a veder trasposti titoli di culto in modi e narrazioni che finiscono spesso per allontanarsi sin troppo dal materiale originale, vuoi per il cambio di medium, vuoi per l’incapacità di replicare quelle emozioni generate durante lunghe sessioni di gioco, di riuscire a mantenere inalterata l’atmosfera del racconto ludico.
Ma negli ultimi tempi qualcosa è cambiato, un vento diverso sembra soffiare in questa direzione: produzioni come “The Last of Us” o “Twisted Metal” (ancora colpevolmente inedita da noi) dimostrano che, con il giusto impegno e volontà creativa, si può cercare ed ottenere quella fedeltà che queste opere meritano, raccontando senza tradire lo spirito dell’originale.
E arriviamo così a questo nuovo banco di prova: mi riferisco a FALLOUT, ovvero la versione seriale targata Prime Video del popolare franchise distribuito da Bethesda, otto episodi che ho avuto il piacerrimo (si dice così?) di vedere in anteprima, che scelgono una via molto particolare, sia che si conosca la saga, sia che invece non se ne sappia proprio nulla.
Ma andiamo con ordine, e proprio per questi ultimi, magari sarà utile qualche informazione preliminare: il primo “Fallout” (A Post Nuclear Role Playing Game) esce nel 1997, creato da Tim Cain per Interplay Productions. Si tratta di un RPG ambientato in un mondo alternativo post-apocalittico e dal sentore retrofuturistico, figlio di tante influenze, ma sopratutto di un conflitto nucleare che ha reso la Terra inabitabile, o quasi. Abbiamo gli abitanti del Vault, con le loro tute tutte uguali, dagli iconici colori, e quelli della Zona Contaminata. Se i primi si muovono in un ambiente pulito, ordinato, gli altri camminano in una steppa arida, radioattiva e dove è possibile inciampare in antichi rottami del tempo andato o in insetti resi mostruosi (e son pure il pericolo minore, per certi versi, come sa chi ha giocato alla serie).
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Fallout” è un franchise che ha stabilito le sue regole, di capitolo in capitolo, ognuno con una diversa storia e un diverso protagonista, alternando follia creativa, alle volte con surreale ironia, ad un preciso setting, baciato da questo connubio tra Futuro e Vintage, da clima da Guerra Fredda che sposa un’immagine idealizzata del Domani, dove a fare da colonna sonora abbiamo la musica degli Anni ’50, mentre il Vault-Boy ci indica la strada e il Pip Boy è la nostra guida, strumento indispensabile da tenere al polso, un dispositivo dal grande potere. E se ci si fa male, ci son sempre gli stimpak a salvarci la pellaccia.
Una proprietà intellettuale amatissima e ricca di spunti e di idee, da sviluppare non solo su console, ma adesso anche su altri medium, a patto, e qui torniamo al punto iniziale, di mantenersi fedeli, e per fortuna, è la via scelta da Lisa Joy e Jonathan Nolan, già dietro “Westworld” e qui ideatori e produttori (Nolan anche regista dei primi tre episodi).
A loro si affiancano i co-showrunner e scrittori Geneva Robertson-Dworet e Graham Wagner, per quella che è una storia inedita, ma pensata come canonica del mondo di “Fallout”.
Esatto, piuttosto che prendere qualcosa di già esistente e trasformarlo in “live-action”, la mossa, azzardata ma efficace, è stata quella di voler raccontare qualcosa di originale, ma coi piedi ben piantati nell’humus narrativo del marchio, al punto da costituirne idealmente un nuovo capitolo, una sorta di “Fallout 4.5“, se vogliamo. E a controllare che tutto l’ingranaggio giri alla perfezione c’è Todd Howard, il creativo del terzo e quarto gioco.
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Arriviamo così a conoscere i tre protagonisti della nostra storia, ambientata 219 anni dopo lo sgancio della prima bomba, interpretati da Ella Purnell, Aaron Moten e Walton Goggins.

Lucy è quella che si potrebbe definire una “Figlia del Vault”: è nata lì, in quell’enorme rifugio sottoterra, ultimo baluardo della civiltà, a cui spetterà un giorno il compito di ripopolare la Terra, una volta che le radiazioni saranno sparite e le condizioni ideali permetteranno di far ripartire la Vita. Tutto è perfetto, tutto è lindo e pinto nel Vault 33, nulla intacca la felicità dei suoi abitanti, per quanto artefatta (persino il sole non è un sole, ma un proiettore che rimanda immagini di un campo di grano in Nebraska), ma la tragedia è dietro l’angolo, e un evento inatteso obbligherà la nostra eroina ad uscire dal suo nido sicuro.

Maximus è un giovane membro della Confraternita d’Acciaio: è cresciuto tra le sue fila, sin da bambino, e anche lui non ha conosciuto altro che quel mondo, fatto di rigore militare, armature e scudieri, incarico questo che spera di ottenere anche lui, potendo così affiancare quegli eroi che tanto ammira dalla prima volta che ne ha incontrato uno da piccolo. Spedito in una missione della massima priorità insieme al Cavaliere Titus, scoprirà a sue spese lati di sè che non pensava di possedere.
Il Ghoul, chiamato semplicemente così, è un pistolero, un cacciatore di taglie e quello che, detto con ammirazione, potremmo definire un carismatico figlio di buona donna. È un cowboy in una terra senza legge, qualcuno potrebbe anche chiamarlo “Villain”, ma è solo un uomo che ha imparato come sopravvivere in un mondo spietato, ad ogni costo.
Questi i nostri protagonisti, i cui cammini sono destinati ad incrociarsi, separarsi, intrecciarsi ancora, in una storia che manda “fuori di testa” (questa immagino la capirete una volta vista la serie) e che corre su più sentieri paralleli, incluso uno ambientato nel passato.

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Fallout“, inteso come serie televisiva, guarda al “Fallout“, inteso come universo videoludico, come ad una Bibbia, calando tutto nel contesto e nelle dinamiche che, ormai, per gli appassionati giocatori, sono stilemi ben chiari e prestabiliti, e che qui ameranno ritrovare intatti, senza nessuna presunzione di “realismo”.

Per capirci, gli stimpak funzionano proprio come nei videogame: curano, e lo fanno con quella efficacia al limite dell’impossibile di una medicina salvifica da gioco di ruolo.

Ciò che possono fare le mutazioni, quella fantastica assurdità a cui il titolo ci ha abituati, e che accettiamo per sospensione dell’incredulità, perchè la Wasteland ha le sue regole e ne apprezziamo l’inventiva, è tutto lì, a puro uso e consumo dell’incredibile.

È proprio a questo che il team creativo si appoggia, anzi abbraccia con vivo entusiasmo: non cerchiamo di aggirare nulla, perchè siamo consci di ciò che “Fallout” ha codificato, e proprio per la sua straordinaria malleabilità di generi, influenze ed idee, cerchiamo di raccontare a nostra volta, di presentare qualcosa di nuovo ma che non vi suoni al tempo stesso alieno.
Senza dimenticare il surreale, lo strano e la satirica ironia, che ti permette di non prenderti sul serio, ma neanche di apparire troppo sciocco quando veramente serve.
Questo, per i suddetti appassionati.
Ma, e qui che sta idealmente lo scoglio, tutti gli altri invece? Per loro, quanto può essere facile accettare tutta questa pazzia, perchè di questo si tratta? Perchè questa post-apocalisse non è quella di “The Last of Us”, che ha dalla sua un certo livello di realtà, e neanche quella di “Mad Max”, che è sì letale e spesso si dimentica delle leggi della gravità, ma ha comunque le ruote ben piantate a terra.
Nope, la follia di “Fallout” è solo sua, quella landa ha un modo tutto suo di accogliere i nuovi visitatori, che spesso incontrano fine violenta, ma non temete: perchè, per buona parte, una volta che avrete fatto sedere la già citata sospensione dell’incredulità sul sedile del copilota, e con la dovuta attenzione ai particolari, tutto vi sarà chiaro, e a quel punto starà a voi cavalcare la fantasia oppure scendere al primo colpo di reni.
Vi capiterà di vedere cose che vi faranno esclamare un sonoro WTF, ma se le apprezzerete di buon grado, complice l’ottimo cast, vi garantisco che “Fallout” è sopratutto divertente, una produzione votata al puro e semplice intrattenimento, che ben sposa il meccanismo seriale con quello di questo universo, presentando materiale che si rivela intrigante sia per gli aficionados che i nuovi arrivati, in un costante camminare sul filo.
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Ci sono i volti noti, oltre al già citato Goggins: mi riferisco principalmente a Kyle MacLachlan e Michael Emerson, che penso non abbiano bisogno di troppe presentazioni.
Ma le sorprese e le guest star non mancano, e i serializzati troveranno nomi familiari lungo la strada. Però, naturalmente, il peso sta tutto sulle spalle dei tre protagonisti.
Ella Purnell, che abbiamo già conosciuto in “Yellowjackets” e “Army of the Dead“, è la scelta giusta per un personaggio come Lucy: con quegli occhioni in cui perdersi, quell’aria un poco naive ed ingenua, ma destinata, al contempo, a trasformarsi, a venarsi di una nuova luce, man mano che si renderà conto di dover cambiare, se vuole completare la sua quest.
Aaron Moten, che magari ricorderete di aver visto nei film “Emancipation” e “Father Stu”, è una giovane promessa a cui “Fallout” può fare da trampolino di lancio, sopratutto per quella sua espressione, stolida in apparenza, ma che in realtà sa nascondere una risolutezza che lo porterà, dal primo all’ultimo episodio, a diventare un uomo ben diverso, magari col naso rotto a furia di sbatterci la faccia (anche questa, la capirete solo dopo, mi sa), ma diverso.
E poi lui, Walton Goggins, sempre un fan favorite in qualunque cosa faccia, e che qui non fa minimamente eccezione: la serie lo sfrutta a dovere, in modi intelligenti, uno in particolare assolutamente geniale e che farà la felicità di chi si spreca sin dal primo episodio a segnarsi tutti gli easter egg, finendo per diventare come quel meme con DiCaprio col dito puntato.
Perfettamente calato nel suo ruolo, dietro a quel make-up senza naso, Goggins regala una cornucopia di sfaccettature, di battute proferite con il giusto accento da “duro”, iconico sin dalla sua entrata in scena, e se questo fosse un videogame e non una sua versione altra, quello che vorresti governare col joypad.
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Tutti loro mutano, evolvono, non rimangono come li abbiamo conosciuti all’inizio della storia, e questo è sicuramente un merito di una buona scrittura, di qualcosa che colpisce per come ogni personaggio non sia schematico, ma sappia lasciare dietro di sè una sua zona d’ombra, una sfumatura di grigio figlia di un mondo che non ha pietà, non importa quanti stimpak porti nello zaino, dove gli scarafaggi non li pesti sotto una scarpa, ma sono loro a pestare te (e taccio di cosa accade se vi attardate in acque poco tranquille).
Ma non solo gli interpreti: “Fallout” garantisce anche una bella dose di mistero, di colpi di scena, di situazioni che appassionano e che spingono a vedere dove si vuole andare a parare. Magari chi ha già il suo pregresso in questo mondo, potrebbe intuire l’andazzo, mentre per gli altri sarà più potente la rivelazione, ma in ogni caso, il rischio di annoiarsi è sempre tenuto sotto il livello di guardia.
Non tutto è perfetto, va detto: in alcuni momenti, la trama sembra prendere delle deviazioni forse non così necessarie dalla storia principale, sembra perdersi dietro a qualcosa di secondario, ma proprio come nel gioco, tutto serve a far salire il livello.
Solo che qui, invece che “punti esperienza”, si chiamano dettagli, perchè se devi stressare la tua incredulità, allora meglio farlo avendo tutte le carte in mano, e quando si tratta di unire i puntini, “Fallout” serie lo fa decisamente bene.
Western, Post-Apocalisse, Vintage Anni ’50, dove persino il passato non è quello che pensiamo, dove vediamo decapottabili e spot contro i comunisti, mentre un robot domestico ci pulisce casa, e l’ombra di un conflitto nucleare è una paura che si riflette e che fa riflettere, forse un pensiero mai lontano e, forse e purtroppo, sin troppo vicino.
E così, non stupisce che quell’influenza si rifletta su tanti elementi, dai dialoghi e dalle situazioni mostrate, passando per una scenografia curatissima, che vuole ricreare lo stesso stile ed effetto visivo del gioco, impiegando il budget a disposizione per riempire la scena di tanti particolari, dai poster retrò agli easter egg, mai esibiti platealmente per mero e vuoto fanservice (che sarebbe solo inutile zavorra, alla lunga) ma sempre, e dico sempre, presenti (prestate particolare attenzione anche agli stilosi titoli di coda, diversi per ogni puntata e uno dei rari casi in cui non avrete subito voglia di skipparli).
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Magari certi movimenti delle armature, potrebbero sembrarvi legnosi in alcune scene (l’uso della CGI è volutamente limitato solo quando serve davvero), ma sono cose sulle quali volentieri si sorvola (del resto, siamo abituati ai bug di Bethesda).
Anche la colonna sonora è una festa per gli amanti del tempo che fu: strano e piacevole vedere azione e sparatorie e combattimenti, mentre risuonano le note (spesso anch’esse usate con intento ironico) di Nat “King” Cole, Dinah Washington, Glenn Miller e dei Platters.
Alla fine, tutto andrà a confluire nell’episodio finale, quello risolutore, quello che lascia le sue porte aperte per un “Continua” che ho davvero voglia di vedere, e quello che, sopratutto, darà nuove risposte, anche a domande che non pensavamo di porre.
Funziona “Fallout“, perchè non si prende troppe libertà non necessarie o avulse (ciao “Halo”, parlo con te, anche se hai aggiustato – e di molto – il tiro), ma sa muoversi bene nelle pieghe di qualcosa di inedito, e che cerca, riuscendoci in larghissima parte, di accontentare tutti, sperando di non scontentare troppo nessuno, anche perchè, come detto, tutto questo è pensato per risuonare come canone, con tutta la gravitas che questo termine comporta.
È sopratutto una grossa sorpresa in positivo, magari non pensata per reinventare troppo la ruota (dentata), ma di sicuro per garantire alla piattaforma un prodotto che può farsi crossmediale a sua volta, dando a Amazon un nuovo franchise da sfruttare (che quelli non bastano mai ed è difficile trovarli, più di quanto si creda).
Gli rema magari contro il paragone con TLOU, ma solo perchè quella è arrivata prima, perciò francamente eviterei decisamente di metterle a confronto.
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Forse a farmelo dire è anche il sospiro di sollievo al termine degli otto episodi, ma è innegabile che mi è tornata la voglia di rigiocare al titolo, preso da entusiasmo e non per sciaquarmi la bocca (e non era così scontato accadesse, credetemi), perchè contrariamente alle avvertenze, la Zona Contaminata è un luogo in cui ci si perde volentieri.
Insomma, vale la visione e i vostri tappi di bottiglia, ma non chiedetemi quanti ce ne vogliono per un mese di abbonamento a Prime Video!
Fallout

Fallout

Paese: USA
Anno: 2024 - in produzione
Durata: 60 minuti/episodio
Ideatore: Geneva Robertson-Dworet, Graham Wagner
Sceneggiatura: Geneva Robertson-Dworet, Graham Wagner
Interpreti e personaggi:
Ella Purnell: Lucy
Aaron Moten: Maximus
Walton Goggins: Cooper Howard
Casa di produzione: Kilter Films, Bethesda Game Studios, Bethesda Softworks, Amazon MGM Studios
Dove vederlo: Prime Video
Voto:

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