Owen Hart e British Bulldog – Storia di trionfi e tragedie

Il wrestling, purtroppo, ci ha riservato pagine di grande tristezza: questa è la storia di Owen Hart e British Bulldog, due talenti. Due tragedie.

Nel mese di maggio di quest’anno si sono celebrati due tristi anniversari per il mondo del wrestling. Il 23 cadeva il ventennale dalla morte (prematura e tragica, come troppo spesso accade in questo mondo) di “The Rocket” Owen Hart, talentuoso fratello minore di Bret “The Hitman”. Mentre solo qualche giorno prima, il 18 per l’esattezza, avevamo superato la soglia dei diciassette anni dalla scomparsa di The British Bulldog Davey Boy Smith, il lottatore inglese formatosi in Canada nella palestra del padre e dei fratelli Hart, di cui era anche cognato, avendo sposato una delle figlie del patriarca Stu.

Entrambi appartenevano, dunque, alla stessa gloriosa famiglia di lottatori professionisti cresciuti a “pane e wrestling”, dato che il dungeon di Stu Hart, basato a Calgary, formò per anni un numero incredibile di talenti. Alcuni dei numerosi figli e nipoti di Stu e altri allievi esterni alla famiglia, come Chris Jericho o Jake “The Snake” Roberts o Edge, solo per citarne alcuni, sarebbero divenuti delle stelle assolute di questa disciplina.

Chi, come me, ha iniziato a seguire il wrestling da bambino fra la seconda metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, ricorderà che Owen e Bulldog erano due dei giovani più promettenti della World Wrestling Federation e, di fatto, i loro incontri venivano spesso trasmessi durante le puntate in onda su Italia1 o Tele+. Tanto che, in maniera quasi automatica, erano entrati a far parte della mia lista di beniamini e di quella di tanti altri miei coetanei.


Owen Hart and British Bulldog

Owen Hart aveva dapprima preso il posto del più affermato fratello Bret nel team con un altro cognato, Jim “The Anvil” Neidhart. I due si facevano chiamare The New Foundation per indicare una sorta di riedizione del precedente tag team composto da The Anvil e Bret, chiamato The Hart Foundation. Poi, dopo l’addio alla federazione da parte di Neidhart, Owen era passato a far coppia con Koko B. Ware, il wrestler che si accompagnava sempre a un pappagallo. Il duo si chiamava High Energy e aveva un look improponibile ma sul ring era veramente spettacolare: i classici piccoletti molto acrobatici, una merce rara nella WWF dei “giganti” di quei tempi. Poi a partire dal 1993, Owen aveva cominciato la carriera da singolo, vivendo un periodo molto fortunato in coincidenza di una rivalità fratricida proprio con Bret, che aveva portato i due Hart a un bellissimo match a Wrestlemania X nel marzo del 1994.

Dal canto suo, Davey Boy Smith aveva cominciato a calcare il palcoscenici del wrestling che conta qualche anno prima del più giovane cognato. Prima, verso la metà degli anni Ottanta, aveva conquistato il titolo di campione di coppia a Wrestlemania II, in società con Dynamite Kid nei British Bulldogs. Poi, dopo un’assenza di qualche anno, a inizio dei Novanta era tornato nella federazione di Stamford e aveva raggiunto quello che da molti è considerato il culmine della sua carriera, battendo l’altro cognato, Bret, nell’agosto del 1992 in un’edizione di Summerslam tenutasi allo stadio di Wembley, a Londra (l’unico dei quattro pay-per-view più importanti della WWE che si sia mai tenuto in Europa), di fronte a 80.000 fan e vincendo il titolo intercontinentale.

Ad un certo punto, però, si spense la luce.

A partire dal 1995, infatti, le trasmissioni del wrestling scomparvero dalla tivù italiana. E, come abbiamo già avuto modo di dire in altre puntate della nostra rubrica, per noi fan dell’era pre-internet, la luce continuò a rimanere spenta per ben cinque anni (anche se alcuni dei più hardcore si sarebbero dotati di costoso impianto satellitare per continuare a seguire gli show sulle piattaforme straniere). Mentre Italia1 riportava sui nostri schermi il wrestling con le puntate della World Championship Wrestling, però, io avevo cominciato a usare internet, in maniera decisamente primordiale – certo – ma ero riuscito a trovare qua e là qualche notizia sui miei beniamini. Per esempio, avevo scoperto che molti di loro, soprattutto alcuni dei miei favoriti di sempre come Hulk Hogan o Macho Man, avevano lasciato la WWF ed erano stati assunti dalla rivale WCW. La notizia più scioccante, però, fu scoprire, in occasione di una delle varie ricerche, che Owen Hart era morto proprio mentre era in azione.

Mettetevi nei miei panni: siete tifosi o fan di un determinato personaggio dello sport o dello spettacolo. Per cause di forza maggiore, vi capita di non sapere più nulla – proprio lo zero assoluto – di lui e del suo mondo per cinque lunghi anni. Finalmente riuscite a riconnettervi con la vostra passione e, non appena lo fate, scoprite che, qualche tempo prima, si è consumata una tragedia pazzesca che ha coinvolto il personaggio di cui sopra. Capite, quindi, perché quel ventenne davanti al PC fu sopraffatto da un senso di tristezza e da un forte desiderio di cercare ancora e saperne di più. Per provare, quantomeno, a mitigare la tristezza con la conoscenza.

Il 23 maggio 1999, in occasione del pay-per-view Over the Edge, a Kansas City, nel Missouri, Owen Hart, nei panni di The Blue Blazer, un personaggio che aveva interpretato nei primi anni della sua carriera e che aveva ripreso da poco, avrebbe dovuto fare un’entrata spettacolare calandosi sul ring dal soffitto dell’arena. Il tutto sarebbe dovuto avvenire in assoluta sicurezza, considerato che si faceva affidamento sull’imbracatura predisposta da degli (apparenti) professionisti del settore. Purtroppo, qualcosa andò storto, e Owen cadde rovinosamente da quasi 24 metri di altezza, andando a urtare violentemente sulle corde del ring e morendo poco dopo per le ferite interne riportate, nonostante i tentativi di rianimazione praticati sia prima che dopo il trasporto in ospedale. Il tutto durante la diretta televisiva. Fortunatamente per gli spettatori a casa, quando avvenne la caduta, stava andando in onda un video promozionale. Ma, subito dopo, i telecronisti ebbero il duro compito di riportare in diretta la notizia dell’incidente, costretti a rimarcare più volte il fatto che non si trattasse di una storyline di wrestling ma di un episodio tragicamente reale. Infine, più tardi, mentre lo spettacolo andava sorprendentemente avanti, venne ufficialmente annunciato il decesso.

Di recente ho avuto modo di leggere il libro scritto nel 2004 da Martha Hart, la vedova di Owen. Il titolo è Broken Harts: The Life and Death of Owen Hart e narra la vita del wrestler, da quando lui e la moglie si erano conosciuti da ragazzi fino alla creazione di una famiglia con la nascita dei due figli, passando per i vari episodi vissuti insieme ad un lottatore professionista, e le tappe della causa per omicidio colposo intentata dalla stessa Martha nei confronti di Vince McMahon e della sua federazione tre settimane dopo la morte del marito. Un racconto che trasuda dolore da ogni pagina (e non sarebbe potuto essere altrimenti per una ragazza che, improvvisamente, si ritrova priva dell’amore della propria vita e del padre dei suoi due piccoli) e che fa luce sulle parecchie negligenze della federazione di Stamford nei confronti dei propri lottatori, spesso forzati ad acrobazie compiute senza la corretta preparazione e in condizioni di assoluta insicurezza. Come nel caso del più giovane degli Hart, per il quale, durante la causa, si sarebbe scoperto che, come collegamento al cavo che lo avrebbe dovuto calare dal soffitto, era stata usata una clip più facilmente sganciabile per creare un migliore effetto scenico in tivù (la resa televisiva è sempre stata un’ossessione della WWE) ma del tutto inadatta a sostenere né il tipo di imbracatura predisposta né il peso dell’atleta. Alla fine, nel 2000, la causa venne risolta in via extragiudiziale con un risarcimento record, 18 milioni di dollari, da parte di McMahon agli eredi. Con parte di quel denaro sarebbe nata, subito dopo, la Owen Hart Foundation, un ente di beneficenza che, fra le altre cose, fornisce borse di studio a ragazzi bisognosi e alloggi a famiglie in difficoltà.

Il libro, però, è anche un triste affresco dei veleni e delle contraddizioni in seno alla dinastia Hart. Infatti, se da un lato alcuni dei numerosi fratelli di Owen, soprattutto Bret, furono un fondamentale supporto alla battaglia per la verità di Martha, dall’altro molti di loro, nonostante la grave perdita, presero pubblicamente le difese di McMahon, nella speranza – a detta della vedova – di ottenere soldi o un lavoro nella Word Wrestling Federation. Fu il caso, per esempio, di Diana Hart, sorella di Owen e moglie di British Bulldog. E proprio il lottatore britannico si rese protagonista di una dichiarazione pubblica in cui difendeva la decisione della WWF di non interrompere lo show in cui era morto il cognato, neanche dopo la notizia del decesso, sostenendo che era stata una scelta corretta per evitare problemi di ordine pubblico.

Davey Boy aveva lasciato la WWF a fine ’97 per passare, anche lui, alla WCW. Ma il suo contratto era stato rescisso circa un anno dopo e, nei mesi successivi alla morte di Owen, era ancora disoccupato. Indipendentemente dalle congetture di Martha, ci lascia quantomeno perplessi il fatto che, qualche mese dopo questa presa di posizione, cioè a settembre del ’99, Bulldog fosse tornato a lavorare per McMahon. Inoltre, a gennaio del 2000, dopo aver divorziato dalla moglie Diana, sarebbe entrato in riabilitazione, a spese dello stesso McMahon, per dipendenza da antidolorifici e morfina.

Come se non bastasse tutto questo ad alimentare i dissapori fra i membri della famiglia Hart, Davey Boy cominciò anche una relazione con Andrea Redding, sua cognata e moglie di un altro dei fratelli Hart, Bruce, anch’egli un wrestler. Infine, mentre stava provando a rientrare nel mondo del wrestling, British Bulldog morì il 18 maggio del 2002, solo tre anni dopo il cognato Owen, per un attacco cardiaco dovuto, molto probabilmente, al continuato uso di steroidi durante la sua carriera.

Quella della dinastia Hart è una storia gloriosa, non c’è dubbio. Ma se ne grattiamo la superficie, purtroppo scopriamo una sorta di doppio fondo ricco di contraddizioni, veleni e dolore. Come a testimoniare che qualunque cosa possa sembrarci apparentemente perfetta, in realtà ha sempre un lato nascosto e oscuro.

Consapevole di questo, a volte, per contrastare la dura realtà, preferisco lasciare spazio agli occhi del bambino. Quello per cui Owen Hart e The British Bulldog non sono vite spezzate, vittime del business – come gli americani chiamano questo folle sport-spettacolo – ma due “supereroi” che, insieme, conquistarono i titoli di coppia nel 1996, scrivendo il proprio nome nel firmamento del wrestling, prima di volare via per sempre.

 



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