I meravigliosi anni 90 – 1993: Ecco a voi “Monday Night Raw”


Continua il nostro racconto dei meravigliosi anni 90 del Wrestling: oggi ci concentriamo su un programma che ha fatto la storia di questo sport spettacolo, Monday Night Raw

wrestling vintage monday night rawDopo aver superato il sistema dei territori negli anni Ottanta dando vita a una federazione di spessore nazionale, soprattutto dal punto di vista della diffusione televisiva, nel 1993 Vince McMahon e la sua World Wrestling Federation rivoluzionarono nuovamente il business che gira intorno a questo sport-spettacolo. Infatti, fino a quel momento in America gli show di wrestling erano composti da incontri registrati durante due o tre serate di fila (i classici “tv tapings”) e poi montati e inseriti nelle puntate settimanali dei “contenitori” che erano Prime Time Wrestling o Superstars o Wrestling Challenge e che arrivavano anche sui nostri schermi. Fino ad allora, gli unici eventi di wrestling trasmessi dal vivo sulla tivù americana (a pagamento o gratis) erano stati i pay-per-view o delle speciali supercard. Ma mai uno spettacolo episodico e settimanale.

L’11 gennaio del ’93, però, McMahon (che è sempre stato anni luce avanti rispetto alla concorrenza) fece una mossa senza precedenti. Dal Manhattan Center di New York, sul canale USA network andò in onda la prima puntata di Monday Night Raw, un nuovo show settimanale che, da quel momento, sarebbe stato trasmesso live (anche se nei primi anni varie puntate vennero comunque registrate) in prima serata ogni lunedì. E da quel momento nulla sarebbe stato più come prima: di fatto, Monday Night Raw sarebbe diventato il programma a episodi più longevo della storia televisiva americana, record che dura ancora oggi.

Nel 1993 la WWF aveva ancora la sua bandierina saldamente piantata nella programmazione televisiva del nostro Paese, come sappiamo. Tele+2, con la voce del mitico Dan Peterson, dal lunedì al venerdì mostrava sui nostri schermi le puntate di Superstars e la domenica mattina, invece, trasmetteva Wrestling Challenge (l’uscita domenicale della nostra rubrica è proprio un tributo al palinsesto degli anni Novanta).


WWF-Monday-Night-RAW

Ogni appuntamento era in genere composto da incontri fra un lottatore famoso e un povero disgraziato definito, in gergo, jobber, il cui compito era sostanzialmente quello di prenderle. Ma alla fine di ogni puntata c’era sempre un main event in cui si fronteggiavano due stelle. O almeno quella era l’idea. Perché è vero che spesso c’erano match fra wrestler di primissimo piano ma è altrettanto pacifico che potevi ritrovarti ad assistere anche a “Hacksaw” Jim Duggan contro Repo Man. Chi era costui? Un lottatore che risponde al nome di Barry Darsow, che negli anni Ottanta si faceva chiamare Smash (nome talmente cool che da solo già valeva il prezzo del biglietto) ed era membro di una delle coppie più cazzute e famose mai viste su un ring: quei Demolition tre volte tag team champions che indossavano gilet di pelle e borchie e si dipingevano la faccia con dei disegni da paura. Poi, ad un certo punto, i Demolition si sciolsero e Darsow assunse la nuova identità di Repo Man, un “cattivo” che si vestiva come un ladro dei cartoni animati, con tanto di mascherina, e si occupava di requisire i beni di coloro che erano indietro con il pagamento delle rate. Ideona…

Molti ricorderanno che il grande Dan teneva il conto delle puntate andate in onda e, quando le emozioni sul ring latitavano, era solito sciorinare il contenuto di tutta la settimana, concludendo sempre con “well, abbiamo solo il mellio per voi, amici sportivi”. Ora, per esempio, durante un incontro fra Duggan e Repo Man, data la non proprio esaltante azione in corso, Dan preferiva spostare l’attenzione sulla programmazione settimanale ricordandoci che “siamo alla puntata numero 97 di WWF Superstars” e che “andiamo in onda dal lunedì al venerdì e poi la domenica mattina”, eccetera eccetera, condendo il tutto col solito promo ammiccante che ti faceva comunque guardare l’incontro di cui sopra con il friccico di un Hogan contro Warrior: “well, siamo stati di parola con la WWF o no?”.

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Una delle grandi differenze fra Raw e gli altri programmi della WWF era che nello show del lunedì lottavano uno contro l’altro, molto più spesso, wrestler importanti. Anche se da noi Raw non veniva ancora trasmesso per intero, si potevano apprezzare alcuni match ed highlights all’interno delle puntate su Tele+2. Ricordo che, la prima volta che vidi le immagini provenienti dal Manhattan Center di New York, rimasi colpito dalla peculiarità del posto, con quel “balconcino” che lo rendeva più “teatro” che arena. Un effetto scenico aggiunto che adoravo. Anche a Dan Peterson piaceva molto la piccola location e non ne faceva mistero. Per esempio, una volta venne trasmesso un match fra Papa Shango e Bob Backlund tratto da una puntata di Raw in onda dal Mid-Hudson Civic Center e Dan rimase un po’ deluso perché a lui l’altro posto sembrava decisamente più bello, così “tutto raccolto per pochi intimi”.

Una delle stelle protagoniste di più di un segmento fra quelli tratti da Raw e inseriti nei “contenitori” trasmessi da Tele+2 era proprio Bob Backlund. Un lottatore della vecchia scuola che era stato campione del mondo fino al 1983 e poi sembrava essersi ritirato. Fino al 1992, anno del suo clamoroso ritorno, quando Bob trovò una WWF radicalmente cambiata. Come lo stesso Peterson ebbe a ricordare durante il commento di un match fra l’ex campione e Kimchee (un wrestler mascherato da cacciatore di un safari e impersonato dal veterano Steve Lombardi), Backlund si era lamentato del fatto che, rispetto ai suoi tempi, era cambiato tutto: adesso i lottatori indossavano quasi tutti un costume, a volte addirittura una maschera (vedi Kimchee). “Ma i dirigenti della WWF lo hanno pregato di tornare e lui è tornato: il Dino Meneghin della WWF”, concludeva Dan mentre Bob si sbarazzava facilmente dell’avversario.

Bob Backlund

Al suo ritorno nella federazione di McMahon, però, Backlund rimase old school, fedele a se stesso, esattamente come dieci anni prima, quando la WWF era gestita dal padre di Vince e lui indossava ancora la cintura. Una condizione da lottatore di altri tempi, semisconosciuto ai nuovi fan cresciuti a pane e Hulk Hogan, lo portò a stagnare in contese di poca importanza contro i Papa Shango e i Kimchee, appunto. Ma Bob batté un colpo alla Royal Rumble del 1993, nella quale sfoderò una performance decisamente sopra le righe e rimase sul ring per sessantuno minuti e dieci secondi, stabilendo un record battuto solo nel 2004 da Chris Benoit. E quella semplicità, l’aspetto da anti-star, il cercare di stringere sempre la mano all’avversario prima della contesa, in un mondo fatto di “supereroi” e perfidi heel, lo rendeva anche interessante, in un certo senso. A me, per esempio, Bob piaceva. Ma io non ero il proprietario della WWF che, invece, per “ripagarlo” della prestazione sfoderata alla Rumble, a WrestleMania IX gli fece affrontare il più quotato Razor Ramon che, manco a dirlo, ne fece una facile preda.

Tempi migliori sarebbero arrivati anche per Backlund. Ma solo un anno dopo e solo grazie ad un cambio radicale del suo atteggiamento e del suo approccio. Nel 1994, colui avrebbe cominciato a farsi chiamare da tutti “Signor Backlund” avrebbe riconquistato la cintura di campione. La WWF non era più un posto per sportivi dal cuore d’oro.

 

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