Da Nikolai Volkoff a Rusev, quei finti russi tutti da odiare


In piena Guerra Fredda, la World Wrestling Federation ha avuto un’idea geniale: creare dei lottatori (ovviamente cattivi) che parlassero russo! Ecco la storia del grande Nikolai Volkoff un croato-americano passato alla storia per essere uno dei russi più spietati del wrestling

wrestling vintage russi da ridere

Anche se viviamo nell’era della globalizzazione, gli attuali nazionalismi di ritorno – pensate al nostro stesso Paese o agli USA di Trump, per esempio – ci dimostrano che l’elemento sovranista e patriottico (o pseudo tale) continua ad avere grande presa nell’immaginario comune. Capiamoci: amare il proprio Paese non è una cosa negativa, anzi. Ma, indipendentemente da come la si pensi quando si parla di questo argomento, rimane un dato di fatto: che tu sia un politico o un pubblicitario (o magari entrambe le cose…), se il tuo messaggio verte sulla promozione e la salvaguardia dell’identità nazionale (cioè di quello che è “tuo”) rispetto a usanze o addirittura minacce sconosciute, provenienti da fuori, è probabile che tu ottenga un certo consenso e che riesca a vendere più facilmente il tuo “prodotto”. A prescindere dalla sua reale qualità. Facendo un ragionamento ancora più cinico, se poi non esiste una vera minaccia da agitare, basta crearne una verosimile per spaventare l’opinione pubblica e compattarla a proprio favore.

E questo concetto poteva essere diverso nel wrestling? Certo che no! Sul ring, molto spesso, sin dagli albori dello sport-spettacolo più marchettaro che ci sia, il “cattivo” di turno è stato un invasore che viene da un altro Paese per criticare e minacciare i valori e lo stile di vita americano. Nelle arene a stelle e strisce, a volte, persino gli innocui canadesi hanno dovuto recitare la parte del pericoloso nemico che vuole imporre la superiorità della propria nazione sugli Stati Uniti.

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Il canadese Lance Storm

Ma gli heel più odiati sono sempre stati i mediorientali (iraniani o iracheni, come abbiamo visto QUI) e i russi. E il bello è che, quasi sempre, la vera identità di questi lottatori è quella di cittadini statunitensi o comunque di qualunque altro Paese fuorché quello in nome del quale combattono facendo arrabbiare il pubblico. Uno degli ultimi è stato Rusev, presentato ai fan WWE nel 2014 come l’“Eroe della Federazione Russa”, in grado di mantenere una striscia di imbattibilità di quasi un anno dedicata pubblicamente dal wrestler al Presidente Vladimir Putin. La sua manageressa – come la chiamerebbe Dan Peterson – era l’“incantevole russa” Lana, tanto bella quanto glaciale e spietata nei modi. Ecco, il pubblico amava fischiare Rusev e Lana perché li percepiva come l’esemplificazione di quello che, nel proprio immaginario, dalla guerra fredda in giù, sono i cittadini di quel Paese. Il fatto che poi Rusev fosse in realtà bulgaro e che Lana fosse un’americana in grado di parlare con un accento dell’Est abbastanza credibile è solo un dettaglio. Oggi, dopo aver contribuito per un certo periodo alla causa degli ascolti e della vendita dei ticket, entrambi hanno riposto i panni dei “cattivi” putiniani in soffitta e sono passati ad interpretare una coppia in crisi che firma le carte della separazione sul ring. Forse erano meglio prima, ma questa è un’altra storia, troppo attuale per questa rubrica.


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Rusev e Lana, i finti wrestler russi

Tornando alla Guerra Fredda, negli anni Ottanta, un’epoca decisamente meno smart di quella attuale, era ancora più semplice far abboccare i tifosi propinandogli un temibile e detestabile straniero. E se oggi un Rusev può recitare quella parte per al massimo uno o due anni prima che la gente cominci a stufarsi e a urlare boooring (oltre a smettere di guardare i programmi tivù e di andare agli spettacoli dal vivo), allora era invece possibile far durare il giochetto per anni. Alzi la mano chi non ricorda Nikolai Volkoff, per esempio.

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Per quei pochi a cui questo nome non dice nulla, la storia è questa: un ragazzo di nome Josip Hrvoje Peruzović, nato in Croazia quando ancora faceva parte dell’ex Jugoslavia (con qualche goccia di sangue italiano da parte di nonna paterna triestina), a vent’anni, dopo essere entrato a far parte della squadra jugoslava di sollevamento pesi, fugge in Canada. Date le sue qualità fisiche, non trova di meglio da fare che cominciare ad allenarsi per diventare un lottatore professionista. A Calgary, presso la rinomata scuola di Stu Hart (capostipite di una famiglia di lottatori di cui fanno parte anche l’ex campione mondiale Bret “The Hitman” e il compianto Owen), muove quindi i primi passi colui che sarebbe diventato una delle icone della “Gimmick era”, quando il wrestling era caratterizzato da personaggi spiccatamente cartooneschi.

Come abbiamo più volte detto, in questo sport-spettacolo, un face “vende” se l’entusiasmo che suscita nel pubblico è direttamente proporzionale all’odio che il suo antagonista riesce ad attirare su di sé. Riassumendo con una semplice formula: per fare un grande “buono”, ci vuole sempre un eccellente “cattivo”. Ma quando, nel 1970, Peruzović si trasferisce negli Stati Uniti – dove sarebbe stato naturalizzato – non ha ancora la minima idea del futuro da hall of famer che la World Wide Wrestling Federation (poi divenuta WWF e infine l’odierna WWE) gli avrebbe riservato dandogli i connotati del lottatore malvagio. Fu così che nacque Nikolai Volkoff.

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Se negli anni Settanta lo si ricorda per la rivalità con l’italiano Bruno Sammartino, beniamino indiscusso del pubblico e detentore del regno da campione più lungo della storia, il meglio per Nikolai sarebbe arrivato negli anni Ottanta. In piena Guerra Fredda, i comunisti dell’Unione Sovietica sono il nemico numero uno: per l’americano medio non c’è nulla di più detestabile. La WWF, attenta ai gusti – o sarebbe meglio dire “disgusti”, in questo caso – del suo pubblico, decide quindi di dare in pasto ai fan il “russo” Volkoff facendogli cantare l’inno dell’Unione Sovietica prima di ogni incontro e mettendolo addirittura in coppia con un iraniano (lui sì originale, invece) che si fa chiamare Sceicco di Ferro e urla al microfono “Iran number one, Russia number one!”. Una marea di fischi e pollici verso ogni volta che si presentavano sul ring: un successo clamoroso.

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Nikolai Volkoff e Iron Sheik

Per i fan la presenza in casa propria di questi due era qualcosa di inaccettabile, tanto da spingerli in massa a comprare il biglietto o a sintonizzarsi davanti alla televisione sperando che i propri connazionali gli dessero una lezione. Ma alla WWF sanno di poter osare per ottenere ancora di più: nel 1985, in occasione della prima edizione di Wrestlemania, Volkoff e Iron Sheik arrivano a conquistare i titoli di coppia battendo in maniera scorretta un duo chiamato U.S. Express. Un fatto letteralmente oltraggioso per ogni buon patriota americano, a cui non restava che aprire nuovamente il portafogli per acquistare il biglietto del prossimo show in città, dove si sarebbe sgolato per sostenere i “buoni” nella loro missione di cacciare i due invasori.

Nel corso degli anni, però, Nikolai continua a combattere anche da singolo. Per affrontarlo si fanno avanti tutti i principali eroi del momento: da Hulk Hogan, che gareggia con lui in un “match della bandiera” statunitense contro quella sovietica, a “Hacksaw” Jim Duggan (famoso per il suo urlo arringa-pubblico USA, USA, USA!), parecchio infastidito dal fatto che nelle arene del suo Paese si suonasse l’inno sovietico. La cosa funziona talmente bene che, ad un certo punto, la WWF decide di raddoppiare e di rimettere Volkoff in coppia, stavolta con un altro “russo” di nome Boris Zukhov (impersonato – ça va sans dire – dall’americanissimo James Harrell) formando il tag team dei Bolsheviks.

Nikolai Volkoff e Boris Zukhov nel tag team Bolsheviks
Nikolai Volkoff e Boris Zukhov nel tag team Bolsheviks

La nuova squadra, però, non riesce a replicare il successo ottenuto in precedenza da Nikolai e dallo Sceicco e i Bolsheviks finiscono per separarsi nel 1990, quando Volkoff – sorprendentemente – canta l’inno nazionale americano davanti a un pubblico in visibilio, sancendo definitivamente la pace con gli ex nemici.

Nikolai Volkoff è un mito della mia infanzia e anch’io, come i miei coetanei d’oltreoceano, per osmosi di culture occidentali, da piccolo lo “disprezzavo”. Un paio d’anni fa ho avuto il piacere di conoscerlo dal vivo e di scambiarci due chiacchiere, nel weekend di Wrestlemania 33 a Orlando in Florida. Avendogli detto da dove venivo, mi parlò della nonna italiana e acconsentì di buon grado a fare un selfie con me. Un simpatico vecchietto che, lungi dall’ispirare l’avversione degli anni Ottanta, faceva piuttosto tenerezza.

Josip Hrvoje Peruzović sarebbe morto l’anno dopo ma le storie raccontate da Nikolai Volkoff rimarranno per sempre. Almeno per me e tanti altri appassionati. Ancora oggi, per esempio, ogni volta che viene menzionata la Guerra Fredda, mi viene in mente quel croato-americano di nonna italiana che canta l’inno nazionale sovietico sul ring.

 

 


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Gianluca Caporlingua

Cresciuto (???) giocando a calcio e sbucciandomi le ginocchia sui campi in terra della provincia siciliana. Da bambino, però, il sogno (rimasto nel cassetto) era quello di fare il wrestler. Dato che mia madre non mi avrebbe mai permesso di picchiare gli altri, ho deciso di cominciare a scrivere le storie dei miei eroi. Oggi le racconto filtrandole coi ricordi d'infanzia.

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