Cowboy Bepop – Ok. 3,2,1 Let’s Jam

Cowboy Bepop, l’anime di Shin’ichirō Watanabe, è un viaggio nella profondità dell’Io. Una strabiliante commistione di generi narrativi che ci ha condotto nello Spazio alla ricerca di risposte, in compagnia di cacciatori di taglie entrati, meritatamente, nella leggenda dell’animazione giapponese.

speciale cowboy bebop

Quanto piacere traete dal bere del buon vino che ha qualche anno sulle spalle? La stessa sensazione potete provarla guardando Cowboy Bepop. L’anime di Watanabe, più passano gli anni, e più si assapora.

Un viaggio nel prossimo futuro.

Un’esplorazione in cerca di risposte, cercando di riempire vuoti incolmabili. Ecco che l’inquietudine scalpita dentro di noi e riesce a prendere il sopravvento. Il Bepop è un’astronave malandata ma bellissima, come un vecchio blues roco, ubriaco che sa tutto di noi ed è in grado di penetrarci l’anima.

Marceremo a briglia sciolta perché su Cowboy Bepop è stato detto tutto. Visto, studiato, analizzato. Al pari di Evangelion, fiumi di parole sono state seminate in ogni dove; abbiamo un esubero di informazioni, congetture, ipotesi. La verità tuttavia è che quest’anime andrebbe visto senza saperne nulla. Tutti hanno il diritto di darne una propria interpretazione. Quindi lo sforzo (disumano) è quello di rimanere in superficie ma riuscire comunque a trasmettere tanto entusiasmo da annullare una distanza lunga più di vent’anni. Correva l’anno 1998 e una nuova pietra veniva deposta per rinforzare le fondamenta dell’animazione giapponese.

Cowboy Bepop è come una primizia.  Assaggiatela come se fosse il regalo della vostra stagione preferita.

Ok. 3,2,1 Let’s Jam. 

 

Partiamo proprio dall’opening di quest’anime del 1998 realizzato dal glorioso e sempiterno Studio Sunrise (che ha dettato le regole auree del nostro gusto attuale in fatto di anime).

Tank! È forse (anzi senza) la miglior sigla iniziale mai realizzata nel campo, così vasto, così eterogeneo, così magnificamente senza fondo dell’animazione giapponese. La compositrice Yoko Kanno ebbe una vera visione mistica una volta chiamata a comporre le musiche di Cowboy Bepop. Ogni traccia  si modella, si plasma perfettamente con la storia, con il mood episodico dell’anime, e a quella sotto trama mai invadente che ha fatto andare fuori di testa tutti.

Perché Cowboy Bepop è bellissimo e onesto con gli spettatori. È fedele a un’idea dall’inizio alla fine. Sul finire degli anni ‘90 era qualcosa di mai visto, e Yoko Kanno mise su addirittura una band jazz/blues per l’occasione, per provare a catturarne l’essenza: The Seatbelts (fatevi un regalo e ascoltate tutte le tracce realizzate, un lavoro straordinario).

Anno 2021. La Terra non è più un Pianeta abitabile dopo la violenta esplosione di un gate utilizzato per i viaggi iperspaziali. La Luna, a causa dell’esplosione, collassa. Uno sciame di asteroidi e meteoriti porta allo sterminio della gran parte della popolazione mondiale. I sopravvissuti sono costretti a colonizzare nuovi sistemi abitabili, tra tutti, Marte.

Anno 2071, ma somiglia molto al vecchio Far West. Il crimine dilaga ed è un buco torbido dove dentro si annidano narcotrafficanti, terroristi, delinquenti della peggior specie. Per far fronte all’emergenza, l’Inter Solar System Police (ISSP) ha messo delle taglie sulla testa dei criminali. E dove ci sono delle taglie da riscuotere, ci sono i cowboy.

Il protagonista e cacciatore di taglie principale è il bello e malinconico Spike Spiegel. Il nostro uomo ha un passato turbolento. Ex criminale di punta della Red Dragon Crime Syndicate pentito e disilluso, Spike ha perso il grande amore della sua vita, Julia (tutte Julia si chiamano i grandi amori, d’altronde), e questo è come se lo avesse fatto morire dentro. Spike odia sopra ogni cosa i cani, i bambini e le donne. E allora perché non punirlo facendo di ciò che detesta i suoi compagni di viaggio: Ein, un Welsh Corgi Pembroke; Faye Valentine, l’unica donna che Fujiko Mine può temere in quanto a provocante bellezza e sensualità; la mitica Ed o Radical Edward, hacker adolescente dall’intelligenza straordinaria. Chiude l’equipaggio del Bepop (o lo apre poiché non è secondo a nessuno) Jet Black, ex investigatore dell’ISSP.

Cowboy Bepop

I nostri cacciatori di taglie, nell’arco di 26 episodi, cercano di consegnare i criminali alla giustizia per riscuotere i compensi, scopo che non viene raggiunto praticamente mai. È importante? No, non interessa a nessuno, soprattutto agli spettatori.

Quello che abbiamo trovato in Cowboy Bepop non sono fama e ricchezza ma un vissuto. Trascorsi solo accennati, viaggi onirici e scorci del passato dei protagonisti. Tutte tracce seminate alla scoperta di un’anima sola che le racchiude tutte, nutrendo episodio dopo episodio il Bepop, altro grande protagonista della serie.

Shin’ichirō Watanabe, regista di recente tornato con un anime molto chiacchierato, Carole & Tuesday, ha preso tutto quello che aveva dentro e lo ha riversato in questa storia. La passione per i film western, l’ammirazione per il cinema d’azione della scuola di Hong kong, l’hard boiled, il noir. Un vortice anarchico di generi e sottogeneri tanto da costringere noi fan a coniare un nuovo termine in grado di definire Cowboy Bepop: space western. Ed è proprio l’anarchia alla base della riuscita di tutto. Yoko Kanno ha fatto di testa sua, ha composto non seguendo le indicazioni del regista, ha consegnato più canzoni di quelle richieste. Se queste sono state le premesse, immaginatevi il resto della produzione.

Watanabe usa una formula variegata, lo spazio come pretesto narrativo perfetto, e delle trame tutte congeniali ai vari pianeti. Un escamotage che funziona perfettamente.

L’equipaggio del Bepop segue Big Shot, un programma televisivo che passa in rassegna i criminali latitanti sui quali pende una bella taglia da riscuotere. Da qui parte la caccia dei nostri cowboy.

Big Shot Cowboy Bepop

Ogni puntata è confezionata a dovere: si apre e si chiude. Tuttavia, in ciascuno dei 26 episodi si seminano indizi sul trascorso dell’equipaggio e ciò che da subito si antepone a tutti i fattori che compongono la trama, è la solitudine palpabile di Spike e Jet, disillusi e senza aspettative per il futuro. Il primo ha perso ogni ragione di essere felice. Il secondo ha visto troppa corruzione ed ha smesso di sperare in giorni migliori. Sono i loro gesti a rimanere impressi nella nostra memoria, le loro parole che pesano più del ferro.

See you Space Cowboy.

Spike and Jet Cowboy Bepop

Il coinvolgimento emotivo dello spettatore in Cowboy Bepop dipende da questo stato empatico crescente fino all’epilogo di un’avventura che li conduce, e ci conduce, a The Real Folk Blues: il finale perfetto. E no, non è tanto per buttarla lì. You’re Gonna Carry That Weight ragazzi, e non riuscirete più a dimenticarvi di Spike Spiegel.

Ci sono passaggi in quest’anime che hanno lasciato un segno indelebile, un frasario incredibile che nessuno ha più dimenticato. E non è la storia in sé a fare di Cowboy Bepop uno straordinario cavallo di Troia nel campo degli anime e della loro diffusione oltre i confini del Paese d’origine. Disegni straordinari, ritmo narrativo maniacalmente perfetto. Noi, inoltre,  siamo stati fortunatissimi perché il doppiaggio in italiano è eccellente. Un insieme felice, una combinazione vincente tanto da adorarlo oggi più che mani. Antieroi che non hanno timore di perdere nulla e si giocano tutto, puntata dopo puntata. Faye Valentine guarda un videomessaggio registrato dalla se stessa del passato che la incoraggia ad andare avanti, a giocare la sua partita con la vita. Sono questi momenti che hanno consegnato questo titolo ai posteri.

Non è un mistero la somiglianza di Spike a Lupin III. Lo pensano tutti e anche io. Tuttavia, invece di buttar giù la solita lista di similitudini, ricordo e credo nel simbolico passaggio di consegne fatto da Gabriele Mainetti (Lo chiamavano Jeeg Robot) e Guanaglione nel bellissimo cortometraggio Basette. Il protagonista del corto Antonio/Lupin III, uno straordinario Valerio Mastandrea, guarda un bambino che indossa una felpa di Cowboy Bepop.

Una sorta di bellissimo passaggio di consegne tra icone intoccabili dell’animazione nipponica. Un atto d’amore dedicato a due uomini, Lupin III e Spike, di cui siamo follemente innamorati.

Spike Spiegel Bang

Nello spazio, sembrano così piccoli i nostri cowboy. Costretti dalla loro irrequietezza a vagare, colmano le ore, i giorni, gli anni dandosi uno scopo. E uno vale l’altro, il denaro è solo un pretesto. Quello che in realtà cercano sono risposte. E probabilmente non le avranno mai. Non importa. Come sempre il vero piacere, quello che conta davvero, è il percorso del viaggio e non l’arrivo a destinazione. Serbate memoria di chi eravate un tempo? Non siete mai cambiati? Sforzatevi di ricordare. È reale quello che state vivendo o anche voi, come Spike, vivete un sogno dal quale non riuscite a destarvi?

Isn’t such a bad life, if it ends after the first time. Bang, ragazzi miei.

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Sig.ra Moroboshi

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Contro il logorio della vita moderna, si difende leggendo una quantità esagerata di fumetti. Non adora altro Dio all'infuori di Tezuka. Cerca disperatamente da anni di rianimare il suo tamagotchi senza successo. Crede ancora che prima o poi, leggerà la fine di Berserk.

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