Orange Is The New Black – Recensione sesta stagione

Massima sicurezza, interrogatori e follia: tra personaggi amati e nuove conoscenze, la storica perla di Netflix continua a stupirci nella sesta stagione

Non è facile parlare di una serie come Orange Is The New Black, la creazione di Jenji Kohan che ormai da sei anni ci tiene incollati allo schermo. La vita all’interno del carcere di Litchfield è stata sempre un racconto caratterizzato da un’incredibile sensibilità e allo stesso tempo da una crudezza che ti stringe il cuore; abbiamo conosciuto il passato e il presente delle detenute, i legami tra di loro, i fantasmi, le paure e le speranze di un gruppo di persone tenute insieme dalle sbarre.

Il ritmo iniziale della serie è probabilmente funzionale a questo: l’analisi dei personaggi è portata avanti mostrando la routine quotidiana del carcere, il peso delle abitudini, l’imposizione della convivenza. L’amicizia, l’amore e la rivalità che, alimentate da un senso di costrizione, si appesantiscono e raggiungono una dimensione tutta loro. Con la quarta stagione poi, assistiamo ad un netto cambiamento, le guardie carcerarie si macchiano di un omicidio che, per quanto involontario possa essere, rappresenta la miccia della rabbia collettiva e a farla da padrone sarà il desiderio di rivalsa, una pretesa di giustizia che nel finale apre la strada alla vera e propria rivolta che occuperà tutta la quinta stagione.

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Eravamo perciò rimasti qui, immersi in un clima tutt’altro che monotono in cui la serie coraggiosamente cambia i suoi punti di forza e il suo ritmo narrativo, rischiando qua e là di perdere un po’ di verosimiglianza va a toccare corde diverse e ci abitua ad una scarica di adrenalina ben diversa dalle stagioni precedenti.

È con queste sensazioni ancora nel cuore che ci siamo trovati di fronte alla nuova stagione. I volti ormai noti riappaiono su uno sfondo ben diverso, le detenute a cui siamo affezionati ora si trovano infatti in massima sicurezza, trasferimento che è un’ovvia conseguenza degli atti commessi durante la rivolta. La struttura del carcere è ben diversa da quella del primo Orange is the new black, diciamo addio alle divisioni a sfondo razziale, alle “famiglie” o alle coppie storiche: qui esiste una sola grande separazione ed è quella tra due blocchi, istigati e destinati storicamente ad odiarsi.

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Anche l’interazione e le ore all’aria aperta sono nettamente diminuite, ma nonostante queste diversità si ha la sensazione di tornare a quella routine che tanto ha portato la serie al successo. Percepiamo perciò una sorta di frenata, la calma, la regolarità e la rigidità vanno per la maggiore nei primi episodi, ma non poteva che essere così per una stagione che si fa carico delle conseguenze di una vera e propria guerra di potere, conseguenze che sono soggettive, emotive e psicologiche, ma che chiaramente indossano anche le vesti di interrogatori, ricatti, tribunali e condanne, in un crescendo che rende la seconda metà degli episodi incredibilmente toccante, fino ad arrivare al finale di stagione, episodio di quasi un’ora e mezza, un capolavoro al quale è davvero difficile trovare dei difetti.

E’ una stagione che nasce dalle ceneri di una pretesa di giustizia, passa per l’attesa di una conseguenza e si conclude con l’amarezza per la sensazione di un cambiamento impossibile ma anche con un piccolo raggio di speranza.

Orange Is The New Black Season 6

Per un altro anno Orange Is The New Black tiene alto il suo titolo di cavallo di battaglia di Netflix e dimostra di essere ancora una delle seri meglio scritte di sempre. È cosciente del suo livello e non ha paura di cambiare le carte in tavola, per metterci ancora una volta faccia a faccia con il dolore di una separazione, l’angoscia della solitudine, i legami familiari, la follia e la morte.

L'Oscuro Passeggero

Il mio nome rispecchia la mia solare personalità. Sono appassionata di letteratura, drogata di serie tv e spacciatrice d'immagini per MegaNerd su Instagram.

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