Stranger Things 4 vol. 2 – Recensione no spoiler

Abbiamo visto gli ultimi due episodi di Stranger Things 4, che compongono il cosiddetto volume 2 di questa quarta, sorprendente, stagione. Il finale sarà stato all’altezza delle aspettative? Scopriamo insieme

recensione stranger things 4 vol 2

 

Correre Su per quella Collina.
Da lì, guardare la vastità del Sottosopra, e poi correre a perdifiato verso il finale: un mese fa eravamo qui a parlare del Volume 1 di STRANGER THINGS 4, ad attendere gli ultimi due episodi, a chiederci come i Duffer avrebbero chiuso la partita contro Vecna.
Netflix voleva il suo evento, e lo ha avuto, non giriamoci troppo attorno. “Stranger Things” si è rivelato ancora una volta come uno dei suoi successi più forti, calamitando l’attenzione social di questa estate, tra hit che tornano in vetta delle classifiche come neanche al tempo della loro uscita, giovani talenti che emergono prepotenti e domande su domande, ipotesi su ipotesi, interviste su interviste, tutto per caricare un hype già potente di suo.

E in questo mese è valso tutto, ogni possibile trucco, incluso anticipare morti a catinelle e colpi di scena dietro ogni angolo, anche al punto di trollare con le dita incrociate dietro la schiena, tutto allo scopo di costruire l’evento, il gran finale, l’apoteosi, i fuochi d’artificio, le… insomma, avete capito.
Tutto è servito allo scopo, anche giocarsi la carta dell’ultimo episodio dalla durata elefantiaca, quasi due ore e mezza, manco fosse un film da proiettare nei cinema all’aperto.
Qui tocchiamo il primo punto saliente: tutto bello, tutto emozionante ma davvero c’era questo bisogno, narrativo e di ritmo, di farlo durare così a lungo? Basta infatti guardarlo con la dovuta attenzione per rendersi conto che, in almeno un paio di momenti, uno talmente palese che quasi te li aspetti i titoli di coda subito dopo, si poteva bellamente tagliare a metà l’episodio, trasformare il tutto in un ciclo di dieci puntate, e dare alla storia il giusto respiro.
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Ma vuoi mettere con il clamore social del tweet che recita, con foto annessa, “Il Season Finale di ST4 durerà 2 ore e venti!“? E giù di like, e giù di commenti, e giù di condivisioni.
Netflix, che anche su queste regole ha saputo costruire parte del suo predominio, impone che si trovi il modo di catalizzare il trend, i Duffer eseguono gli ordini, lasciandosi prendere la mano, consegnandoci una sorta di Director’s Cut dove hanno inserito tutto quello che potevano e volevano inserire, anche a discapito di ritmo e scioglievolezza in certi istanti, con alcune scene che si potevano anche limare, e altre che invece hanno saputo sempre come risollevare la china della tensione, del trasporto emotivo e della narrazione.
Togliendo infatti l’ottavo episodio, che ben può andare a braccetto coi sette meravigliosi che lo hanno preceduto, il focus è tutto per il finale, perché è quello decisivo, perché è quello che definisce l’epilogo e apre la porta di dieci centimetri verso la Stagione Finale.
Di cose ne succedono parecchie, ma sopratutto tante altre vengono confermate, quasi a voler scrivere la summa di questo 4° capitolo, a racchiudere in queste due ore e mezza tutti quegli elementi che hanno fatto reinnamorare il mondo della serie televisiva.

La bravura di Sadie Sink, l’imponenza maligna del suo villain (piccolo applauso per Jamie Campbell Bower, grazie), Stephen King sempre nume tutelare, qui portato come un “Talisman” (citato anche apertamente, giusto per rendere chiara l’influenza dello scrittore del Maine oltre ogni dubbio), il talento istrionico di Joseph Quinn e iconico del suo Eddie Munson, l’utilizzo, attento e furbo, della musica, che se per tutta la stagione Kate Bush ci ha condotto come una bussola lontano dall’epicentro del Male, è al centro del Maelstrom che risuona il “Master of Puppets“, con gioia metallara e grande plauso dell’account social dei Metallica, in un momento di pura e ruffiana epicità.
Inclusa la solita polemica sterile da social, perché per cementare il successo serve anche quella. Cosa fai? Te ne privi sotto l’ombrellone della calda estate nostalgica?
Insomma, se mi mettessi a fare una disamina lunghissima di tutto questo sarebbe solo un ripetersi delle stesse cose, più o meno, dette nella precedente recensione (fatto vero, all’inizio, la prima stesura di questo scritto era moooooolto più lunga, proprio per questo motivo).

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E parlando di Joseph Quinn, come per Maya Hawke prima di lui, nuovamente i Duffer hanno dimostrato l’occhio lungo, regalando al mondo dell’intrattenimento una nuova star per il domani, indiscusso leader dell’Hellfire Club e di questa stagione.
Mentre, a proposito di epicità, in una qualche misura, hanno poi saputo convogliare la natura da D&D a tutta la storia, con le tre quest separate (dalla più indovinata ed appassionata, sino a quella in apparenza più sconclusionata – perché i Duffer hanno voluto anche il personaggio odiabile quanto inutile e noioso, senza farsi mancare nulla) che poi convergono, arrivando anche a brandire letteralmente una spada, per sfidare non solo il Demogorgone, ma anche la Sospensione dell’Incredulità.
Uno dei pregi, sempre riconosciuti e riconoscibili, di “Stranger Things” è la capacità di solleticare questa Sospensione, di mettere quel Deus Ex Machina al posto giusto nel momento giusto, non importa quanto fuori contesto possa sembrare.

Perché è lì? Chi ce lo ha portato? Siamo sinceri, ai fini della storia generale poco importa saperlo, ci viene mostrato un paio di episodi prima, e poi eccolo, pronto a calare sulla scena e a regalarci un momento da fiato sospeso e tifo da stadio, dando ad un moderno cavaliere Anni ’80 la sua vincente disfida sotto una coltre di neve (e donando finalmente carattere ad una storyline che abbiamo un poco faticato a capirne senso ed importanza).
Ma torniamo a noi, torniamo a Hawkins, dove potrebbe sembrare che sia mancato il coraggio di fare una ecatombe, ma insomma, se lo si guarda di sbieco e con un’altra prospettiva, non mi pare che sia poi così un Happy End.
C’è chi ci ha detto addio, c’è chi è messo talmente male che ecco, forse era meglio morire, e sopratutto il segreto è fuori dal vaso, la storia, il racconto ha raggiunto un suo apice, quel momento da “non si può più tornare indietro”, primo di tanti altri che verranno, sicuramente.
Quello che è chiaro, infatti, è che i Duffer qui hanno piantato tutto quello che potevano per coltivare la storia verso un epilogo che abbiamo davvero voglia di scoprire, che questi due anni di attesa si faranno sentire e che quando arriverà catalizzerà l’attenzione social.

STRANGER THINGS (2022)

Ok, mi avete scoperto. Questa cosa dei commenti, dei tweet, degli hashtag e del condividere e parlare della “serie del momento” l’ho davvero sentita come parte del tutto, come parte dell’esperienza collettiva. Perché quello di Netflix è stato palesemente un trucco, pienamente riuscito, al punto da andare realmente a braccetto con l’esperienza di visione. Poteva infatti rilasciare tutti gli episodi insieme come al solito, ma sappiamo benissimo che il loro impatto sarebbe durato giusto un mesetto, per poi esaurirsi e allora parliamo d’altro, vi va? Cosa è uscito nel frattempo?, che anche basta “Stranger Things”.
Invece così finisce che ne parliamo tutta l’estate, che postiamo foto, che commentiamo e ci immergiamo negli aneddoti, nei dietro le quinte, persino nel gossip se avete seguito le recenti cronache.
E fa pensare come al centro di tutto questo ci sia una serie ambientata negli Anni ’80, dove tutto questo clamore te lo potevi solo sognare, dove al mattino, invece del tablet o dello smartphone, ti leggevi la scatola dei cereali e le intelligenze artificiali erano solo quelle di “Tron” o “War Games”.
Corsi e ricorsi culturali, state of mind che si ripropongono, trascinati da personaggi potenti, che bucano qualsiasi schermo, da salotto come quelli portatili, e che trasformano la cassa di risonanza mediatica in una cassa su cui far pompare i bassi, mentre note alte e fragorose risuonano, libere di catturarci e renderci affamati di nostalgia, di emozione e perché no, anche di lacrime, sia di felicità che di commozione accesa.

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Tra chi dice “Io c’ero”, tra chi dice “Io avrei voluto esserci”, tra chi preferisce un tormentone di quarant’anni fa ad uno uscito l’altro ieri, a chi è capace di far coesistere queste anime, grazie a ciò che racconta, a come lo racconta, a come sa strizzare l’occhio senza cedere alla ruffianeria, ma facendosi ispirare solo dal piacere della compagnia del proprio Hellfire Club.
E rendendo un fan boy felice chi scrive queste righe, sperando che chi legge capisca quanta fatica mi sia costato cercare di rimanere il più obiettivo possibile, e con il leggero sospetto di non esserci riuscito del tutto, perché ancora una volta mi tocca ripetere, con assoluto piacere e soddisfazione, quanto “Stranger Things” è per me sopratutto un divertimento onesto che sa davvero trascinarmi, perché sa davvero essere la mia personale “canzone contro Vecna”.
Ecco, se mai dovesse attaccarmi, il mio modo per sfuggirgli sarebbe fare un binge-watching mentale di tutte le stagioni!

 

Stranger Things vol. 2

Stranger Things vol. 2

Paese: USA
Anno: 2022
Stagioni: 4
Episodi: 34
Durata: 43-150 minuti
Interpreti e personaggi:
Winona Ryder: Joyce Byers
David Harbour: Jim Hopper
Finn Wolfhard: Michael "Mike" Wheeler
Millie Bobby Brown: "Undici"/Jane Ives
Gaten Matarazzo: Dustin Henderson
Caleb McLaughlin: Lucas Sinclair
Noah Schnapp: William "Will" Byers
Natalia Dyer: Nancy Wheeler
Charlie Heaton: Jonathan Byers
Cara Buono: Karen Wheeler
Matthew Modine: Martin Brenner
Sadie Sink: Maxine "Max" Mayfield
Joe Keery: Steve Harrington
Dacre Montgomery: Billy Hargrove
Sean Astin: Bob Newby
Paul Reiser: Sam Owens
Maya Hawke: Robin Buckley
Priah Ferguson: Erica Sinclair
Joseph Quinn: Eddie Munson
Brett Gelman: Murray Bauman
Dove vederlo: Netflix
Voto:

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