La Terra, il Cielo, i Corvi è un capolavoro

Teresa Radice e Stefano Turconi stavolta si sono davvero superati: con La Terra, il Cielo, i Corvi ci rendono partecipi di un racconto intenso, profondo, unico. In questa recensione proviamo a spiegarvi perché – secondo noi – merita il massimo dei voti.

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È un periodo di grande fermento per il fumetto italiano, in pochi mesi sono usciti una serie di volumi di qualità altissima. Da Gipi a Zerocalcare (addirittura triplo, se si conta la storia scritta per Internazionale), da Leo Ortolani a Fumettibrutti, che è ormai una realtà, per non parlare di nuove promesse come Zuzu e degli outsider, a partire dall’autobiografia di Makkox per People fino al nuovo lavoro di  Alessandro Bilotta e Dario Grillotti per Feltrinelli.

Questo fermento è di certo positivo e per ogni vecchio appassionato di fumetti rappresenta una piccola parentesi felice in un periodo difficile come quello attuale. Lo abbiamo detto così tante volte che ormai ci siamo stancati: lo avremmo mai immaginato anche solo venti anni fa?

Il rischio, con tutte queste uscite eccezionali, è di perdersi qualcosa che valga davvero la pena leggere. Ho la sensazione che si parli troppo poco de La terra, il cielo, i corvi, l’ultima fatica di Teresa Radice e Stefano Turconi (senza che sto a ripresentarveli, ne ho già parlato qui). Sarà che per i tipi della Bao sono una certezza e non hanno avuto alcun problema a far uscire il loro libro insieme agli altri pesi massimi della loro fornitissima scuderia, ma io credo che siano stati penalizzati da questa scelta e la casa editrice ha fatto poca promozione di un prodotto ben oltre la media, tanto che per prepararmi a scrivere questo pezzo ho trovato poche loro interviste.

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Come viene suggerito anche all’interno della storia, l’incipit de La Terra, il cielo, i corvi sembra quello di una barzelletta: ci sono un italiano, un tedesco e un russo. Solo che non c’è niente di divertente: i primi due scappano da un monastero trasformato in campo di prigionia sul Mar Bianco e prendono in ostaggio il terzo perché non dia l’allarme. Il contesto storico è quello della fine dell’inverno del 1943, con la fallimentare campagna di Russia. Il protagonista è l’alpino Attilio Limonta, di lui conosciamo i pensieri e capiamo le parole, condividiamo lo sforzo della coesistenza con due compagni non scelti e in cui non nutre fiducia. All’inizio i tre personaggi sembrano poco più che stereotipi, ognuno col suo copione e il suo ruolo che appaiono già scritti: il nostro connazionale simpatico e generoso, il tedesco Werner “Fuchs” Wolker troppo rigido nelle sue convinzioni e il sovietico Ivàn “Vanja” Pavlovic vittima sacrificale. Ma la convivenza forzata e le condizioni estreme della taiga russa ci mostrano a poco a poco il loro vero carattere e il sole che inizia a squagliare la neve scioglie pure le maschere che portano. E una volta svelati, restano solo esseri umani a tutto tondo, capaci di grandi e misere azioni. Uomini che davanti alle scelte si comportano in modo diverso da quello che si potrebbe immaginare. Ognuno con la sua storia da ritrovare o da lasciarsi alle spalle, con le proprie paure e le proprie speranze.

Della trama è tutto quello che ho intenzione di dire, perché questo libro va sfogliato e goduto pagina per pagina. Teresa Radice è addirittura più brava del solito a lavorare sulla profondità: tutti i personaggi che si muovono nella storia, anche quelli che appaiono solo per qualche vignetta, hanno un senso di esistere e una spinta verso qualcosa che viene rivelata al lettore. La trama di per sé non è particolarmente complessa, ma la sceneggiatrice riesce a inserire colpi di scena (e al cuore) nei momenti giusti, rendendo la lettura intensa. Ha osato molto in questa graphic novel, soprattutto nel decidere di non tradurre il russo e il tedesco. Gioca con le lingue e i dialetti, mostrandoci sempre il punto di vista di Attilio, che non sempre è in grado di capire cosa dicono gli altri due. Non solo vince una sfida difficilissima, ma riesce a raggiungere uno dei sensi che nel fumetto è inesistente: l’udito. Quando si leggono le vignette in lingua originale, soprattutto se non si è in grado di tradurle come me, si prova a cercare di capirne il significato e mentre le si legge arriva il suono di quelle parole sconosciute. È una vera e propria magia fumettistica, per come la vedo io, che ci fa capire come spesso il valore delle parole sia sopravvalutato e che spesso basta poco per potersi capire se si vuole, anche tra persone molto diverse.

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Radice usa diversi linguaggi, alternando vignette completamente mute ad altre con dialoghi o lunghe didascalie, dove conosciamo i pensieri di Attilio e ci interroghiamo con lui sul suo senso di insofferenza e dei motivi per cui non si sente a casa da nessuna parte.

Ma se Radice ha potuto osare, è solo grazie all’enorme talento di Stefano Turconi, che in questo libro sperimenta con gli acquerelli. È merito dei suoi volti espressivi e della gestualità dei corpi che disegna se le parole riescono a passare in secondo piano, perdono di valore perché incomprensibili e sostituite da altri codici visivi. Ogni tavola restituisce l’atmosfera perfetta per la storia che si sta raccontando, Turconi è in uno stato di grazia dalla prima all’ultima pagina: non troverete una sola immagine riempitiva, ogni figura è al posto giusto con le giuste sfumature di colore, carica di emozioni e significati. Per lo stile particolare, ha dichiarato di essere molto debitore a Rien Poortviliet, nome ai più sconosciuto ma illustratore dei libri sugli gnomi, popolarissimi negli anni ’80 e ’90. Inoltre è riuscito a trasformare un limite in opportunità: ha disegnato questa storia nel periodo del lockdown e a un certo punto ha esaurito alcuni materiali, di scarsa reperibilità in quel momento. Per concludere la storia ha usato vecchi acquerelli provenienti proprio dalla Russia, regalati anni prima da una zia che viveva all’estero. Questo esperimento ha permesso all’illustratore di sfruttare particolari sfumature, soprattutto di marrone, che prima non aveva a disposizione.

Se questo è un libro che riempie il cuore di chi lo legge, è merito anche del rigoroso lavoro di ricostruzione storica che la coppia artistica e nella vita ci ha abituati. In fondo al libro, come sempre nei loro libri, troverete riferimenti di ogni tipo. Tra le tante voci, due in particolare sono quelle che ci terranno compagnia per tutta la storia, citate all’inizio di ogni capitolo: Lev Tolstoj e Mario Rigoni Stern, che della campagna in Russia ha scritto pagine meravigliose. Da una frase di quest’ultimo è tratto il suggestivo titolo del libro.
Lo ripeto ancora una volta per non essere frainteso: questo libro non solo merita molto, ma è uno dei più belli che avrete la fortuna di leggere in generale. A voler per forza trovare il pelo nell’uovo, perché c’è sempre qualcosa da migliorare, purtroppo Teresa Radice diventa  troppo prolissa nei momenti di monologo interiore. Mentre è perfetta nei dialoghi “incomprensibili” e nella costruzione delle scene mute, le lunghe didascalie non sempre funzionano come dovrebbero. Il suo linguaggio è una sorta di prosa poetica molto suggestiva quando riesce bene ma che si basa su un equilibrio delicatissimo, che spesso non viene rispettato. La sceneggiatrice infatti, tende a voler dire troppe cose e quasi a voler indicare al lettore cosa dovrebbe trovare emozionante. Da scrittore dilettante capisco che personaggi come i suoi parlino all’autore davvero tanto ed è facile cadere nell’errore di voler dire tutto, perché si vuole far conoscere la propria creatura in maniera più profonda possibile. Le sue storie inoltre, hanno sempre qualcosa di biografico ed è comprensibilissima anche la necessità di comunicare al pubblico le proprie sensazioni intime. Tutti questi ingredienti sono parte del successo delle storie che scrive, mescolati nel modo giusto. Purtroppo non sempre riesce a frenarsi e alcune pagine troppo verbose vengono salvate dalle meravigliose illustrazioni di Turconi. Fortunatamente questo punto debole non compromette il libro, come nel caso di Non stancarti di andare, dove la parte scritta è particolarmente sovrabbondante tanto da non far godere appieno della lettura.

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In sintesi, La terra, il cielo e i corvi è un libro riuscitissimo, che non può mancare nella libreria di un vero appassionato di fumetti e in generale di belle storie. Il ritorno dei soldati dalla campagna in Russia è un contesto affascinante e che meriterebbe di essere trattato più spesso. La graphic novel è allo stesso tempo racconto storico, di formazione e di crescita individuale. Per quanto Il Porto Proibito aveva colpito per la profondità dei personaggi e dei temi trattati, in questo nuovo libro Radice e Turconi riescono a fare un ulteriore salto di maturità. Difficile immaginare si possa fare di più, ma ormai hanno abituato a stupire. Per ora ci accontenteremo del prossimo volume de Le ragazze del Pillar, ma quella serie è solo un antipasto ai libri autoconclusivi. Non vedo l’ora di leggere il prossimo.

Primo PS: non siate pigri e leggete il libro senza utilizzare il telefono e Google translate. Frazionate troppo la lettura e gli autori l’hanno pensato così, dove tutto non è subito comprensibile. Ci saranno tempo e letture successive per andarvi a cercare ogni singola parola, la prima volta godetevi il viaggio per come viene, come se foste voi Attilio, in mezzo alla taiga e senza cellulare.

Secondo PS: Molti continuano a dire Turconi e Radice ma non me ne voglia l’eccellente illustratore, io sono abituato a mettere sempre prima il nome dello/a sceneggiatore/trice e non capisco perché con loro sia diverso. Sarò rompicoglioni io ma la cosa mi dà n po’ fastidio.

 

 

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La Terra, il Cielo, i Corvi

La Terra, il Cielo, i Corvi

Autori: Teresa Radice, Stefano Turconi
Formato: 19x26; Cartonato
Pagine: 208, a colori
Prezzo: € 20,00
Editore: Bao Publishing
Voto:

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Kinn

Fumetti, letteratura, cinema, animazione, musica: sono capace di esprimere un'opinione (possibilmente ipercritica) su tutto senza essere esperto di niente. Visto che non mi basta parlare (male) delle cose degli altri, scrivo racconti sul blog Spazinclusi

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