Nella mitologia greca esiste un personaggio chiamato Mida, figlio di Zeus, celebre nella cultura occidentale per il suo proverbiale tocco d’oro. Ovvero, la capacità di trasformare in oro qualsiasi cosa toccasse. E se vi dicessi che esiste un autore con questo dono? Il suo nome è Tom King, e l’ha fatto di nuovo. Dopo il successo di Animal Pound e Supergirl: Woman of Tomorrow, giusto per citare le “più recenti”, lo sceneggiatore americano mette mano su un’opera che mescola fantasy, gotico e introspezione – tipica del suo repertorio.
Helen di Wyndhorn, disegnata da Bilquis Evely con i colori di Matheus Lopes, è una storia di lutto, immaginazione e identità che vede la protagonista Helen immersa in un viaggio visionario che unisce malinconia e allo stesso tempo epicità. È un racconto, a mio avviso, affascinante che bisogna leggere almeno una volta nella vita, anche se non si è fan di temi gotici o del fantasy. Anzi, credo che sia la lettura ideale anche per entrare in questi mondi all’apparenza lontani.
La forza dell’opera è l’equilibrio che gli autori hanno donato alla storia: da una parte – soprattutto visivamente – c’è una lavoro ricco di dettagli minuziosi e un’attenzione quasi maniacale a costumi e ambienti che dona il fascino della letteratura inglese degli anni Trenta. Dall’altra, però, c’è un pizzico di disturbo che funge da motore pulsante di tutta la narrazione.
Pubblicata da Bao Publishing, Helen di Wyndhorn è un viaggio di formazione che ci presenta la giovane Helen come una ragazza sciatta e senza speranze per poi consegnarci, alla fine del suo viaggio, una donna matura e con una consapevolezza
Il viaggio di Helen
La storia si apre con un giovane intervistatore di nome Tom che incontra Lilith, un’anzina donna che negli anni ’30 fu educatrice e governante presso la tenuta Wyndhorn. Attraverso il suo racconto, scopriamo la figura di Helen Cole, una ragazza indisciplinata, orfana di un padre troppo ingombrante, C.K. Cole, celebre autore di una serie fantasy intitolata Othan il Conquistatore, chiaramente ispirata a Conan di Robert E. Howard.
Helen viene mandata a Wyndhorn per rimettersi in sesto, ma la villa si rivela ben presto un luogo ricco di segreti ed inquietudini, abitato da un maggiordomo enigmatico, Joseph – un personaggio che personalmente ho amato tantissimo, nonostante i suoi silenzi – e da un’oscurità che sembra respirare attraverso le mura. Il nonno di Helen, il signor Barnabas, misteriosamente assente, aleggia come un fantasma sul racconto e quando finalmente fa ritorno, lo fa portando con sé un mostro da un altro mondo.

A quel punto, Helen di Wyndhorn si trasforma in qualcos’altro. Il tono gotico si apre ad un universo parallelo, quello di Othan, in cui realtà e finzione si fondono. Le storie del padre di Helen non erano forse solo invenzioni: erano memorie di un mondo reale o almeno possibile. Da quel momento, la protagonista diventa la testimone, e forse l’erede, di un retaggio che non le appartiene, ma da cui non può fuggire.
L’evoluzione di Helen
La scrittura di Tom King racconta qualcosa di molto introspettivo: la perdita, la memoria, il bisogno di dare un senso al dolore attraverso l’immaginazione, ma anche le “bugie” che proteggono una persona. Diciamo che l’utilizzo di atmosfere fantasy a primo acchito distoglie un po’ l’attenzione da questi temi, che solo con il prosieguo della storia emergono molto più efficacemente.
Helen, la protagonista, è un personaggio che funziona. È un’eroina classica che si evolve costantemente: viene presentata come una ragazza spezzata e autodistruttiva che affoga la sua rabbia in alcol e fumo. Per poi, trasformarsi in una guerriera che entra nel magico mondo di Othan insieme al nonno. Bisogna sottolineare come l’evoluzione di Helen non sia classificabile come semplice crescita eroica, ma come una forma di fuga: un po’ come se il personaggio facesse tutto ciò per sconfiggere una malattia.

La penna di Tom King
Tom King scrive come un romanziere postmoderno: intreccia livelli narrativi, alterna continuamente i narratori – scelta a dir poco magistrale, in modo anche da permettere al lettore di immergersi nella mentre dei personaggi – e frammenta la verità fino a renderla irriconoscibile. La storia è ricca di descrizioni e dialoghi, l’azione è quasi priva ma nonostante ciò il ritmo non viene meno.
Helen di Wyndhorn è una storia che si mette costantemente in dubbio, la sua autenticità varia costantemente. Durante la lettura ti porrai delle domande: è davvero accaduto tutto questo? Lilith dice la verità? Helen ha davvero vissuto tutte quelle esperienze oppure è tutta opera della sua immaginazione?
Non c’è una risposta. Tom King ci lascia il compito di essere liberi di trarre le nostre conclusioni. In fondo, ciò che conta è il potere della storia, e il modo il cui la narrazione possa sopravvivere nel tempo, trovando nuovi significati a seconda di chi la legga.

L’arte di Bilquis Evely e Matheus Lopes
Se la scrittura di King costruisce una tela di ragno, ricca di filamenti che si intrecciano, i disegni di Bilquis Evely creano un universo tra sogno e incubo. Le sue tavole, arricchite dai colori di Matheus Lopes, hanno una duplice funzione: da una le architetture di Wyndhorn sono claustrofobiche, mentre il mondo di Othan esplode in forme e colori. Ogni tavola è studiata nei minimi dettagli, piena di rimandi visivi e simbolici, motivo per cui durante la lettura ci saranno picchi di distrazione per ammirare i disegni ma soprattutto i colori accessi.
E credo che ci sia una frase che descriva la magnificenza delle tavole:
“Che bello” disse.
“Tutti i colori del mondo
che si abbracciano
attorno alla nostra casa”.
L’arte di Evely riesce a rendere visivamente la sceneggiatura di King: non sappiamo mai se ciò che vediamo sia realtà o visione, ricordo o sogno.

Il giudizio finale
Credo che Helen di Wyndhorn sia un’opera da segnare della lista delle cose da fare per il 2026. Tom King è un autore a dir poco perfetto, e la storia di Helen ne è la prova più evidente. È una fiaba che incanta il lettore, adulto o bimbo che sia.


