L’eredità di Mercurio Loi


La chiusura di un fumetto come Mercurio Loi è un grave colpo al mondo del fumetto. Cerchiamo di spiegarvi perché, provando nello stesso tempo ad accendere una piccola scintilla di curiosità vero un’opera davvero unica

Con il numero sedici si conclude la breve storia editoriale di Mercurio Loi della Sergio Bonelli Editore, contraddittoria come tutto in questi tempi difficili. Da una parte la critica fumettistica, unita come accade raramente, ha riconosciuto il valore assoluto di questa testata, che tra il 2018 e il 2019 ha vinto tutti i premi possibili, dall’altra un pubblico per niente ricettivo ha costretto l’editore prima alla bimestralità e poi a una chiusura pesantissima: di questo fumetto se ne parlerà per anni e sono certo che in tanti avranno il rimpianto di non averlo appoggiato quand’era il momento. Ne avevo già parlato in questo articolo, quando ancora non si sapeva della sua chiusura prematura.
Non credo che Mercurio Loi sia inadatto a uno sguardo superficiale: ogni albo ha una vita lunga perché ogni lettura si apprezza in maniera diversa, se ne scoprono dettagli o chiavi di comprensione approfondite, e più che leggerlo andrebbe studiato, tavola per tavola, per essere davvero apprezzato. Ma l’eccezionalità di questo fumetto è che nonostante la sua complessità rintracciabile nei vari livelli di lettura, è al tempo stesso un classico esempio di fumetto popolare, ogni numero è fruibile in maniera indipendente, ha un senso e una storia che si esaurisce nelle 96 pagine dell’albo.

Nonostante il suo poco successo credo che lo strapremiato lavoro di Alessandro Bilotta resti un punto di non ritorno per il fumetto, italiano e non. Per il sottoscritto ha avuto lo stesso effetto di Watchmen e credo sia impossibile guardare un fumetto o una storia qualsiasi con gli stessi occhi di prima: Mercurio Loi agisce sul lettore, abbatte certezze e suggerisce nuove strade, tanto che quello che prima sembrava interessante dopo risulta banale, scontato, noioso. In questo senso è un fumetto pericoloso, e ne capisco il motivo dell’insuccesso.

Da questo punto di vista il testamento di Mercurio Loi è pesantissimo sia per gli autori (cos’altro si può raggiungere quando si è vinto tutto il vincibile?) che per il fumetto in generale, che rischia d’invecchiare improvvisamente di un secolo, dopo quanto visto su questa testata.


Mercurio Loi prima di tutto è un discorso sul concetto di eroe letterario, che viene vivisezionato numero dopo numero, prima giocando sugli stereotipi e poi andando ad analizzare le contraddizioni e i cambiamenti dei personaggi, tutti in continua evoluzione, tanto che spesso diventano l’opposto di come sono stati presentati all’inizio, o di com’erano prima che iniziasse la storia raccontata. Già il primo numero che sembra uno qualsiasi, di una testata che ha già una sua lunga storia e in cui è dato scontato chi sono i buoni e i cattivi è esemplare dell’approccio originale della testata. La serie, nella sua interezza è una riflessione talmente importante che segna un confine netto da cui difficilmente si può tornare indietro.
I temi trattati nelle singole storie sono profondi e le riflessioni mai banali, come sassi lanciati nell’acqua ne inducono altre. La lettura di questo fumetto non cambia solo l’approccio verso il mezzo, ma muove corde più profonde, intime. Da questo punto di vista, come tutte le opere d’arte riuscite, è una vero e proprio tesoro che arricchisce chi ne entra in contatto.

I sedici albi, inoltre, sono un vero e proprio corso di fumetto a puntante che evidenzia come il mezzo “fumetto” ha un’espressività e una forma tutta sua che i grandi del passato avevano già esplorato e che spesso ci si dimentica per intraprendere quella meno gratificante di cinema di serie b senza i movimenti e i suoni: dalla gabbia della tavola alle simmetrie, dai simboli da cercare alle rime figurate che sottolineano aspetti del raccontato. Da questo punto di vista ammirevoli i disegnatori che hanno raccolto la sfida di Alessandro Bilotta: Matteo Mosca (che ha disegnato anche il primo racconto sul numero 28 de “Le Storie“), Gianpiero Casertano, Onofrio Catacchio, Sergio Gerasi, Andrea Borgioli, Sergio Ponchione e Massimiliano Bergamo e i coloristi Francesca Piscitelli, Stefano Simeone, Erika Bendazzoli, Andrea Meloni e Nicola Righi. Da evidenziare anche il contributo di Manuele Fior alle copertine, sempre più evocative, numero dopo numero. Tutto il reparto grafico è eccellente, e solo per quello ogni numero meriterebbe l’acquisto.

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Un altro importante lascito è quello produttivo: nonostante si sia lavorato con un colosso come Bonelli, ogni storia è stata pensata per un preciso disegnatore, in base alle sue caratteristiche peculiari. Anche i coloristi sono assegnati sempre agli stessi disegnatori, in modo da ottimizzare le coppie scelte. Uno dei motivi dell’eccellenza di questo prodotto è proprio il modo in cui è stato realizzato, in quanto ogni autore è stato messo nelle condizioni per dare il massimo e questo è evidente. Nonostante crei inevitabili complicazioni organizzative, spero che questo metodo possa diventare sempre più utilizzato perché la qualità è palesemente migliore (poi ovviamente dipende dai singoli artisti e da come sono abituati a lavorare).

È sicuramente un peccato essere consapevoli che questo gioiello della Bonelli sia stato interrotto e anche se la speranza è sempre dura a morire, credo che difficilmente rivedremo il personaggio: il discorso portato avanti da Bilotta aveva la sua particolarità proprio nella serialità, che secondo me permette di sviscerare in modo analitico i temi analizzati, soprattutto quello del concetto di eroe. Ogni numero è una pennellata che forma un affresco più ampio e ho i miei dubbi che un lavoro del genere possa proseguire in altra forma. C’è comunque da dire che la serie presenta una storia che può comunque definirsi completa, con un inizio e una fine. Sono il primo che avrebbe voluto sapere cosa succede dopo il numero sedici, ma ammetto che nella sua meravigliosa circolarità, la serie mi piace anche finita e completa.

Le storie di Mercuio Loi stanno venendo ripubblicate in volumi pieni di preziosi contenuti aggiuntivi che approfondiscono la Roma tratteggiata da Bilotta e sviluppano alcuni dettagli. Mi spiace che in questo modo vengono parzialmente danneggiati i pochi che avevano avuto il merito di comprare la serie Bonelli in edicola, ma questi ultimi hanno goduto degli editoriali di Bilotta, preziosi quanto la storia dell’albo e capisco che in qualche modo bisogna giustificare il prezzo di questa ristampa di lusso e gli extra hanno un grande valore.

La delusione della chiusura è tanta, pari all’entusiasmo per aver letto un’opera di livello altissimo e all’orgoglio di essere uno dei “pochi” che lo ha fatto. Una serie del genere, di un editore come Bonelli storicamente tradizionalista (anche se ultimamente sta osando molto), con un prezzo e una diffusione da edicola e una qualità eccezionale era una sfida per il pubblico che doveva essere colta, per dimostrare che è possibile unire il fumetto popolare a sperimentazione, innovazione e profondità.  Mi chiedo se dopo questa sconfitta qualcuno avrà voglia di osare ancora, di riprovarci. Secondo me è l’unico modo per diffondere davvero il fumetto di qualità e per questo motivo la chiusura di Mercurio Loi è così grave.

In questo senso, mi permetto una provocazione, ancora più forte considerando il sito in cui è pubblicato questo articolo e di cui anche io, anche se in maniera saltuaria, faccio parte e ne condivido l’idea e i principi.
Negli ultimi anni il mondo del fumetto ha vissuto un periodo davvero felice: molta gente ha iniziato a comprare fumetti e sembra davvero lontano il tempo in cui eravamo quattro gatti a essere appassionati. Sono successe cose meravigliose, sono nate case editrici che pubblicano nuovo materiale italiano di qualità e ne importano di più dall’estero, aumentando l’offerta e arrivando a prodotti di nicchia che un tempo avremmo potuto giusto sognare. Alcuni autori hanno iniziato ad avere popolarità e resterò sempre contento del successo strameritato di uno Zerocalcare o di un Leo Ortolani, tanto per dirne due tra i più famosi. Quindi è innegabile che qualcosa di positivo sia successo; senza questo clima che ha cambiato anche la Sergio Bonelli, probabilmente un’opera come Mercurio Loi sarebbe stata impensabile. Però non riesco davvero a definire quanto sia scena e quanto sia davvero amore per il fumetto come medium. Al cinema sbancano i cinecomics, ma quanti poi passano alla versione cartacea di quello che hanno visto e quanti da lì riescono ad andare oltre i supereroi (che lo ricordo sempre: sono pubblicati per i ragazzini, come è giusto che sia)? Le fiere del fumetto sono riempite all’inverosimile, ma quanti sono che al di là del costume del proprio beniamino si spingono oltre, scoprendo storie e linguaggi nuovi?

ciao core

Quello che temo, soprattutto da parte della generazione dei trenta-quarantenni, è che ci si perda nella nostalgia dei concerti dei cartoni animati, in certi discorsi sui personaggi o sulle testate, per ripetere sempre le stessa cose e non andare mai avanti. Hai voglia a citare i capolavori americani degli anni ’80 o gli anime dei ’70, ma se si cercano solo per riprovare il sapore perduto dell’infanzia, senza analisi e ancor peggio senza approfondire o cercare cose nuove, è un lavoro fine a sé stesso che un po’ mi fa rimpiangere i tempi dei quattro gatti, almeno non c’era una folla di wannabe appassionati o di bambinoni nostalgici con i capelli bianchi a far finta di essere grandi esperti.
In ogni caso, come nel precedente articolo, invito chi legge a procurarsi le storie di Mercurio Loi: sono sedici numeri (nella versione da edicola) che cambieranno per sempre il modo in cui vi approcciate ai fumetti.
Siete sicuri di essere pronti?


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Kinn

Fumetti, letteratura, cinema, animazione, musica: sono capace di esprimere un'opinione (possibilmente ipercritica) su tutto senza essere esperto di niente. Visto che non mi basta parlare (male) delle cose degli altri, scrivo racconti sul blog Spazinclusi

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