Jonathan Kunz ed Elizabeth Pich: quando l’oscuro incontra il fiabesco

Le loro strisce, nate online, sono dissacranti e grottesche, piene di quell’umorismo definito dark ma che gli autori non riconoscono come tale. Abbiamo incontrato Jonathan Kunz ed Elizabeth Pich in occasione di Lucca Comics & Games 2023, dove presentavano War and Peas – Fumetti spassosi per amanti scandalosi, e abbiamo parlato di arte, umorismo e dell’importanza del restare bambini. Ecco a voi l’intervista in esclusiva per MegaNerd

copertina intervista kunz pich

Non avevo il piacere di conoscere Jonathan ed Elizabeth prima di incontrarli a Lucca, ma mi era capitato di beccare qui e là online qualcuna delle loro vignette. Ne avevo gradito lo stile: crudo, sarcastico, un po’ splatter, a tratti surreale, sicuramente diverso dalla comicità fumettistica a cui sono abituata. Sono partita proprio da quelle per le mie domande, e ne è venuta fuori una chiacchierata molto interessante con due persone dall’animo sensibile, che hanno scelto l’umorismo come arma contro le brutture del mondo.


Vi ringrazio molto di essere qui, nonostante tutti gli impegni di questi giorni. Ditemi, è il vostro primo Lucca Comics and Games?

Elizabeth: Sì, in effetti lo è.

Che differenze avete notato – se ce ne sono – con altre fiere a cui avete partecipato?

Jonathan: Be’, è così affollato, e le persone sono così appassionate… È una cosa che non abbiamo mai visto prima. Voglio dire, le persone qui sembrano impazzire per i fumetti!
Elizabeth: Sì, è un’esperienza nuova, anche perché è la fiera più grande a cui abbiamo mai partecipato. Incontri così tante persone, e ti trasmettono una tale energia da motivarti come autore, anche perché il nostro è un mestiere principalmente solitario. Penso sia molto importante, per gli autori, incontrare il pubblico.

Proprio perché il vostro lavoro è così solitario, è un problema poi ritrovarsi all’improvviso sotto i riflettori?

J: “Problema” è un parolone, ma sicuramente può farti sentire intimidito e sopraffatto, alle volte. Soprattutto quando stai facendo i firmacopie e hai questo flusso costante di persone che vogliono parlarti. È faticoso, può diventare estenuante, ma è anche una meravigliosa esperienza.

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Parliamo del volume che state presentando qui. Si tratta di una raccolta di strisce con un umorismo molto dark, in equilibrio tra il triste e il sarcastico: come vi è venuta l’idea?

E: Jonathan e io facciamo fumetti da dieci anni; questo è stato il nostro primo libro, e credo che molto del lavoro di questi dieci anni sia confluito qui. Volevamo fare qualcosa che rappresentasse al meglio il nostro tipo di umorismo, il nostro stile e quello che volevamo raccontare. Come dicevi tu, c’è un giusto mezzo tra il divertente e il triste, che è anche il modo in cui va il mondo. Ecco, quello è ciò che ci motiva quando facciamo un fumetto: trovare quel punto di equilibrio. Ho la sensazione che a volte le cose siano così tristi da doverne ridere, altrimenti perdi la speranza e vai fuori di testa.

Se per un giorno vi fosse data la possibilità di vivere nel corpo di un altro autore, e disegnare come quell’autore, chi scegliereste?

J: Chi ha il corpo migliore? Quello più fisicato? [ridiamo tutti]
E: Chi è quello che ha meno mal di schiena?
J: Penso sia Old Mill, partecipa anche alle ultramaratone.
E:
È favoloso, tutto muscoli.
J: Sì, è anche supermuscoloso. Penso che sceglieremmo lui –
E: Parla per te, io non ho ancora detto nulla. Io vorrei essere… Do priorità allo stile di disegno.
J: Perché io invece vado solo sul fisico –
E: Dev’essere qualcuno che sia ancora in vita? Perché sarebbe curioso svegliarmi nel corpo di qualcuno che è morto. Una cosa tipo “Ehi, sei morta per un giorno”[ride].

War & Peas press-16

No, non necessariamente; diciamo che se è qualcuno che non è più tra noi, per quel giorno potete tornare in vita.

E: È difficile decidere, ho difficoltà perché ho tutti questi nomi nella mia mente… Una persona che ammiro molto ed è ancora in vita è Chris Ware. Una volta ho visto degli originali dei suoi lavori ed è stato sconvolgente: non immagnavo che un essere umano potesse fare qualcosa del genere. Essere in grado di sperimentare quello per un giorno, essere capace di realizzare una pagina in quel modo, sarebbe un’esperienza molto interessante.
J (a Elizabeth): Credi sia felice?
E: No. No, penso sia un’anima torturata. Quindi un giorno solo sarebbe sufficiente. [ride]

Come avete iniziato a fare fumetti?

J: Ci siamo incontrati così tanto tempo fa che non ce ne ricordiamo quasi –
E: Io disegno da quando ero bambina, ho sempre fatto delle caricature simpatiche dei miei insegnanti e dei miei compagni di classe; per cui ho sempre saputo che disegnare per me era uno spazio di divertimento, un luogo sicuro a livello mentale. Ma ci abbiamo messo tanto per decidere che volevamo davvero farlo come lavoro. Ci abbiamo messo un po’ di anni, direi.

In Italia, se dici ai tuoi genitori che vuoi lavorare come artista e fare fumetti, è probabile che non la prendano benissimo. Sapete, non è ancora considerato come un vero lavoro. È capitato anche a voi?

J: Be’, i miei genitori non me lo hanno impedito, perlomeno. All’inizio non credo fossero molto entusiasti all’idea ma sono… come dire… hanno finito per apprezzarla, e ora sono nostri sostenitori sulla pagina di Patreon. Gli piace tanto quello che facciamo e parliamo sempre delle battute, ci chiedono se hanno capito il senso, e cose così. Quindi sì, ora sono un gran sostegno, ma ci sono dovuti arrivare poco alla volta.
E: Sì, stessa cosa per me. Io provengo da una famiglia di persone con, sai, lavori “normali”. Sono rimasti scioccati quando gli ho detto “Sapete, vorrei vivere disegnando”; sono rimasti un po’ come a dire “Cosa? Cioè, è un lavoro?”
J: Del resto, non è un lavoro nel senso classico del termine, è molto singolare ed è difficile vivere di quello, quindi lo capisco.

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Be’, dopotutto ci sono persone che non sono fatte per il lavoro dalle 9 alle 5, e in quel caso non resta che cercare la propria strada, che sia la musica, la scrittura, o i fumetti.

J ed E: Esatto, è proprio così.

Parlando di progetti futuri, c’è qualcosa che vorreste fare? Magari una storia che vorreste raccontare…

J: Possiamo iniziare da quello che stiamo progettando al momento, perché quella di sicuro è una cosa che vogliamo fare da tanto, ed è una collezione di poesie che abbiamo illustrato. È molto bella, ricca di storie ispiranti sulla vita da adulti.

Quindi una cosa ben diversa dall’umorismo che vi ha caratterizzato in War and Peas?

J: Sì, qualcosa di più confortante forse?
E: Più positivo, sì. Speriamo che sarà comunque divertente e assurdo, qualcosa che intratterrà comunque; lo abbiamo pensato come un libro per bambini ma per gente adulta. Sai, una cosa che in qualche modo ti riporta a quel modo di pensare di quando sei piccolo, perché la vita da adulti è così seria, si deve lavorare, si è sempre stressati… Volevamo catturare quel senso di “Non è stupido correre come i matti costantemente? Torniamo a sentirci bambini”.

Secondo voi, essere artisti aiuta a salvare e proteggere il lato infantile?

E: Sì, assolutamente. Non so se sia applicabile a tutti gli artisti, ma nel nostro caso e per il nostro stile è vitale, è qualcosa di cui abbiamo bisogno e che ci fa anche bene. È importante tenere viva quella parte, perché non resta viva da sola; va nutrita, coltivando la curiosità ed evitando di esaurirsi. Sarebbe la morte della creatività.
J: Assolutamente! È così facile perdere la connessione col tuo bambino interiore, per via di tutti i documenti bancari –
E: Sì, per via del lato economico. Può essere avvilente.
J: Essere un “vero” adulto è del tutto in contrasto con l’essere bambino. È molto difficile.
E: Poi sai, quando le cose nel mondo sono gravi come lo sono ora, mantenere lo spirito di un bambino viene quasi condannato. Un paio di settimane fa, per esempio, abbiamo pubblicato in Francia un volume in cui abbiamo cercato di affrontare il fatto che il mondo non sia in un buon momento, ma l’abbiamo fatto a modo nostro, cercando di sdrammatizzare, mescolando l’umorismo con la tragedia. E credo che molte persone siano rimaste scioccate dal nostro uso dell’umorismo, perché non sanno quanto possa essere potente. Penso si possano veicolare tantissime cose con l’ironia e la comicità, e ho l’impressione che non riceva il riconoscimento che merita. Ti dicono “Non potete ironizzare sulle cose, dovete crescere”, ma secondo me il problema che abbiamo nel mondo è proprio che le persone sono troppo cresciute e non sono più connesse al loro lato tenero e divertente.
J: Infatti per me il termine dark humor è scorretto; è un termine che usiamo tutti per definire quella tipologia di umorismo, ma penso non sia “oscuro” se ti da speranza, in qualche modo. È solo un tipo diverso di umorismo.

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Concordo pienamente. Vi faccio un’ultima domanda e poi vi lascio liberi: avete in progetto di tornare a Lucca, o in Italia in generale? Magari al Napoli Comicon, o ad altre fiere?

J: Ci farebbe molto piacere; non ci sono progetti specifici, al momento, ma ci piacerebbe tornare.
E: Sì, se ci inviteranno di nuovo, torneremo volentieri!

Grazie a entrambe per la vostra disponibilità, spero ci rivedremo presto!


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Claire Bender

Vive con un dodo immaginario e un Jack Russell reale, che di recente si è scoperto essere Sith. Grifondoro suo malgrado, non è mai guarita dagli anni '80. Accumula libri che non riesce a leggere, compra ancora i dvd e non guarda horror perché c'ha paura. MacGyver e Nonna Papera sono i suoi maestri di vita.

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