In principio furono le W.I.T.C.H. Fu con loro – e grazie ai creatori Elisabetta Gnone, Barbara Canepa e Alessandro Barbucci – che in Italia arrivò qualcosa di nuovo pensato per le ragazzine, e che le vedeva finalmente protagoniste. Era il 2001, e posso dire “Io c’ero”. Intervistare Barbara, anni dopo, e scoprire come tutto quello sia nato, è stato davvero magico.
Come lo è lei – se la chiamate “strega” le fate un bel complimento – e come lo è l’ultimissimo progetto presentato a Lucca Comics & Games 2025 insieme a Katja Centomo, chiamato proprio Magica, edito in Italia da Tunué.

Quattro chiacchiere con Barbara Canepa, da W.I.T.C.H. a Magica
Grazie mille per aver accettato quest’intervista, Barbara. Per me è un onore, sono cresciuta con le W.I.T.C.H.; poi qualcuno mi ha dato uno dei migliori consigli di lettura di sempre, e ho scoperto Skydoll. C’è una cosa che mi colpisce ogni volta che lo leggo: all’inizio, tu e Alessandro [Barbucci, ndr] dite chiaramente che ci sono due grandi multinazionali del “male”, la Walt Disney Company e la Chiesa Cattolica. Tra l’altro lo scrivete in tempi in cui Disney ancora non aveva comprato praticamente tutto. Quanto è stato difficile prendere una posizione così coraggiosa?
La cosa buffa è che, a un certo punto, quando siamo usciti in America eravamo con Marvel; poi come sai Disney l’ha comprata, e ci siamo detti: “Porca miseria, ci risiamo!”. Eravamo di nuovo con Disney! [ridiamo]
Allora, sulla Chiesa in realtà non è stato difficile, nel senso che – per fortuna – si può essere atei, e ognuno si esprime liberamente. Quello che volevamo fare era mostrare che non avevamo nulla contro la fede in sé: io adoro l’iconografia religiosa, non a caso quel volume è un omaggio.
Tutto ciò che è fede va benissimo, il problema è l’istituzione: in generale, a me non piacciono molto le istituzioni, sono cose costruite a tavolino, fatte per tenere i popoli calmi o per dare regole. Ed è giusto avere regole, per carità: le regole servono all’uomo per gestirsi. Il problema è quando diventano strumenti di potere.
Questa cosa nel 2000 l’ho percepita molto, perché era l’anno del Giubileo. Io e Alessandro [Barbucci, ndr] eravamo bombardati alla tele: accendevamo e c’era il Papa mattina, pomeriggio e sera. C’era Papa Wojtyla, quindi, non era nemmeno il Papa peggiore del mondo, anzi. Però ci dicevamo: “È vero, la Chiesa noi non la sentiamo direttamente, e se non vuoi andare a messa o non vuoi partecipare, nessuno ti obbliga. Ma, indirettamente, è molto più subdola.”
Non volevo dirlo in maniera diretta, non volevo puntare il dito; lo abbiamo detto in modo divertente: se lo vuoi capire, lo capisci, altrimenti passa. E pensa che addirittura, il secondo anno che è uscito Skydoll in Italia, Famiglia Cristiana ci ha fatto su un articolo in cui lo elogiava, una delle migliori critiche che abbiamo avuto. Questo per dire che nessuno si arrabbiò dall’altra parte, assolutamente. Era proprio questa la nostra intenzione.

Con Alessandro hai lavorato tanto, già dai tempi di W.I.T.C.H.; come si è evoluta la vostra collaborazione?
Alessandro l’ho conosciuto come conosco quasi tutti gli autori: vedo qualcuno che mi colpisce, mi piace, e cerco un contatto. Mi ricordo che nel 1996 fecero una copertina speciale di Topolino 2000: e chiesero a tanti autori di realizzare degli omaggi; oltre ai grandi nomi, c’erano anche dei giovani autori sconosciuti, tra cui proprio Alessandro.
Il suo disegno spiccava come un fiore: non aveva lo stile Disney classico, era diverso. Lessi “Alessandro Barbucci” e mi dissi: “Ma chi diavolo è? Lo devo conoscere!”. Studiavo ancora architettura al tempo, ma mi misi a cercarlo sull’elenco telefonico – c’era ancora, in quegli anni. C’erano solo sette “Barbucci” in tutta Italia: il primo che chiamai era di Genova… ed era lui!
Lo tempestai di parole, gli dissi che dovevamo incontrarci. Credo abbia pensato che fossi pazza, ma accettò. Il primo giorno che venne a casa mia scoprii che non conosceva affatto il manga: aveva letto solo Ranma ½ e poco altro. Io invece ero cresciuta a pane e manga: a 12 anni già leggevo Candy Candy.
Così gli feci vedere i miei VHS, tra cui Akira, i lavori di Miyazaki, e così via. Rimase sconvolto e da lì diventammo amici. Guardando i miei lavori, mi disse che l’anno successivo Disney avrebbe aperto un’accademia in Italia per formare nuovi autori, e mi suggerì di inviare un portfolio.
Io non sapevo disegnare nello stile Disney, ma Alessandro mi presentò Giambattista Carpi, che si innamorò subito dei miei lavori, nonostante fossero diversi dallo standard disneyano, e mi fece entrare in accademia. Gli insegnanti erano perplessi, ma Carpi diceva: “Questa è la mia protetta, non me la tocca nessuno”. Gli altri all’inizio mi odiavano, poi sono rimasta in amicizia con tutti, perché hanno capito che non era colpa mia.
L’accademia non l’ho mai finita, perché volevo portare il manga dentro Disney; ho rotto le scatole fino allo sfinimento, finché anche Elisabetta Gnone se ne innamorò.

Intanto però eri anche già al lavoro sulle riviste che Disney aveva iniziato a dedicare alle ragazze…
Esatto, per tre anni avevo fatto le copertine della Sirenetta e degli altri femminili. Con Elisabetta parlavamo tantissimo, immaginavamo cose, progettavamo; è stata lei che ha avuto l’idea di W.I.T.C.H., che inizialmente doveva essere una storia con cinque ragazzine e Paperina.
Intanto, io e Alessandro eravamo diventati una coppia nella vita. Lo presentai a Betta, e lui passò a lavorare ai progetti femminili (dopo aver fatto PK e Paperino Paperotto). Il suo editor ce l’aveva a morte con me perché glielo avevo portato via.
Iniziammo a lavorare a W.I.T.C.H. in segreto, perché non sapevamo come la direzione avrebbe preso un progetto nuovo. Quando lo abbiamo presentato, inizialmente sono rimasti un po’ perplessi: sai, in Disney il manga era un po’ “odiato”, perché prendeva il pubblico che loro non riuscivano a coprire, quello dei lettori dai 12 anni in su.
Però hanno capito che c’era del potenziale e che Paperina non c’entrava nulla con la storia. Dal progetto iniziale, che aveva un nome tipo “le cinque magiche”, togliemmo Paperina e i nasi tipici dei personaggi Disney, e iniziammo a creare una storia nuova.
Io, Alessandro e Betta abbiamo presentato il progetto dopo averci lavorato per conto nostro, per un anno e mezzo, senza essere pagati. A un certo punto Betta ha detto: “Non possiamo continuare così. O ci date l’ok a continuare o ci fermiamo”. Così dall’altra parte ci hanno dato l’ok ed è diventato un progetto nuovo. Progetto nuovo, ergo, tocca parlare di diritti d’autore.

Il momento in cui nasce W.I.T.C.H.!
Esatto, ed era un periodo in cui si iniziava a capire che il lavoro autoriale doveva essere riconosciuto e pagato. Quando è partito W.I.T.C.H., ci hanno dato pochissimi soldi; siamo partiti, lo bloccarono di nuovo, e allora Betta andò a New York a presentare il progetto direttamente ai vertici Disney. Il direttore del publishing era uno che adorava la Wicca e la magia, e quando vide il progetto si entusiasmò subito. Da lì si è sbloccato tutto.
Abbiamo realizzato le prime cinque copertine bianche, la prima storia… E quando W.I.T.C.H. è uscito, ha venduto più di Topolino. Eravamo ingenui, non avevamo firmato subito il contratto; per cui a un certo punto la Disney ha detto: “Non è più un progetto vostro, ci vediamo in tribunale”. Fine.
Da lì per 11 anni abbiamo vissuto l’incubo legale. Non riuscivo neppure a guardarlo: W.I.T.C.H. usciva ovunque – cartoni, gadget, tazze – e non potevo vedere il mio lavoro senza il mio nome sopra. Me ne sono andata dall’Italia per questo motivo.
La causa l’abbiamo vinta, e oggi sono obbligati a indicare l’autore; ma per la legge italiana, è riconosciuto come tale solo “chi ha avuto l’idea”, quindi Betta. Ci hanno detto che se avessimo fatto causa a Bruxelles, sarebbe stato diverso e ci avrebbero riconosciuto il 50% dei diritti. Ma dopo 11 anni, basta. Alla fine, ognuno di noi ha preso la sua strada.
Oggi devo dare merito a Disney per il successo di W.I.T.C.H., l’ho detto anche in un post; la rivista è andata avanti per tantissimi anni perché sì, vi siete affezionate ai personaggi che abbiamo creato, ma anche per la storia. E quella l’hanno fatta gli autori e le autrici che sono venuti dopo. Ha funzionato.
Senza Disney, da soli non avremmo probabilmente avuto tutto quel successo, anche perché la nostra storia aveva più livelli di lettura, come un manga, e non so se avrebbe raggiunto tutto il pubblico a cui, effettivamente, è arrivata.
Ti hanno spesso dipinta come una rompiscatole, una scomoda: com’è stato essere tra le prime in un contesto così maschile?
Non era facile; le autrici c’erano, ma venivano considerate più come illustratrici per bambini, coloriste, che come vere creatrici. A parte Silvia Ziche, le donne disneyane sono venute fuori molto dopo.
Anche in Francia la situazione non è molto diversa: anche là di autrici ce ne sono poche, sono “scomode”, e prendono meno dei colleghi maschi, spesso anche due punti percentuali in meno di diritti. Io combatto anche lì, perché voglio recuperare tutti gli anni che mi hanno tolto, e anzi chiedo di più.
Se hai paura, nella vita non ottieni niente. Io non ho paura, nemmeno della morte: temo solo la sofferenza delle persone che amo. Per il resto, dico sempre quello che penso, perché se non lo fai tu, nessuno lo farà al posto tuo. Se non hai paura di nulla, sei fortissima.

Dagli scenari futuristici di Skydoll sei passata alla serie di Greenwood che invece è un ritorno alle origini. Ti va di parlarmene?
Il progetto è nato durante il Covid, come tanti. Eravamo rinchiusi e si doveva pur passare il tempo in qualche modo.
Considera che ho sempre scritto per adolescenti e adulti, il mio target è sempre stato dai 12 anni in su. Io non ho figli, premetto, quindi era quasi come se scrivere per bambini fosse qualcosa di inappropriato, perché non li conosco bene, non li vivo tutti i giorni, non so come ragionano.
Poi però mi sono detta che sono stata bambina anch’io, e mi ricordo tutto, a volte anche meglio delle cose giornaliere. Mi sono resa conto che tutto quello che ho sempre voluto raccontare – anche con W.I.T.C.H., con End, in tutti i miei progetti – sono sempre state cose che ho recuperato dalla mia memoria di quando ero molto piccola: la mia paura della morte, il “chi siamo? Dove andiamo?”.
Ho scoperto che questo globo di creatività che avevo veniva da un’epoca dai 5 ai 7 anni, quando ho perso mio padre – è morto di leucemia che avevo 5 anni; mia madre che lavorava per mantenermi, per cui la mia vita era in giardino tutto il giorno. Non c’era internet, non c’era niente, non c’erano cellulari; il mio gioco erano gli animali.
Mio nonno mi portava per boschi; andavamo per funghi, e trovavo di tutto. I bambini fanno la raccolta di figurine, o altro: io facevo quella delle ossa degli animali morti in inverno. Tutto questo universo mi è entrato dentro e l’ho messo in Greenwood. Così come quelle conoscenze orali che i nonni ti passavano: per esempio, che ne so, se ti fai male in foresta e ti tagli la pelle, come cicatrizzante usa la ragnatela.
Era anche un modo di trasmettere la conoscenza, no? Diventando grande, ho visto che io sapevo tante cose che la gente non sapeva; i miei nonni ovviamente sono mancati, e non ho figli; quindi, sentivo di avere questa specie di tesoro da trasmettere.

Avevo raccontato tutto ma non avevo raccontato il vero, cioè quello che sono io; e mi sono detta: “Io vado: se poi questa cosa qua piace ai bambini, meglio; se non piace, al massimo prendo gli adulti che hanno l’anima da bambino.”
L’altra cosa che mi ha motivato, sai qual è? Tutti i miei amici che hanno la mia età hanno dei figli; tanti sono ancora piccolini, e li vedo totalmente nel virtuale dalla mattina alla sera. Perché è comodo: li metti lì, gli dai la cosa, giocano.
La noia, alla mia epoca, era la cosa che mi ha fatto disegnare; faceva sì che prendessi i colori, dipingessi, scrivessi delle storie. Io, come artista, sono nata dalla noia. Con Greenwood volevo in qualche modo anche recuperare il tempo, la sua lentezza.
Prima si parlava di leggere e rileggere i libri, a tutte le età. Come se non bastasse la divisione tra letteratura per ragazzi e per adulti, si sente dire ancora troppo spesso che il fumetto è per ragazzini, come fosse un’offesa. Tu che ne pensi?
È letteratura, punto. In Francia ha riconoscimento, la chiamiamo le neuvième art [in Italia, la nona arte, ndr], è letteratura disegnata. Umberto Eco vale tanto quanto, non so, l’autore di fumetti più conosciuto in Francia, non c’è nessuna differenza.
È anche per quello che non riesco a tornare in Italia. A mia mamma dico sempre di non spiegare cosa faccio, anche perché spiegare quello che faccio è impossibile oggi – oltre a essere autrice, sono anche editrice e faccio tante altre cose.
È brutto dirlo, ma spesso le persone che incontriamo mi guardano come a dire: “Poveraccia” e a volte mi chiedono anche: “Ma qual è il tuo vero lavoro?”. E quindi a mia madre ho detto di dire che lavoro alle Poste. [ride]
Così c’è poco da chiedere, poco da dire, poco da spiegare. Perché le domande che mi fanno, se io dico che faccio fumetto e sono editrice… A parte che se dico “editrice”, pensano che io mi stampi a casa i volumi e venda porta a porta i libri, ti giuro.
Addirittura c’era una persona che pensava che io facessi dei timbri, che li scolpissi tutti al contrario, e poi stampassi i disegni con quelli. Avrei dovuto avere un grattacielo pieno di timbri, non so! Ovviamente gli ho detto che era vero, che gli vuoi dire? [ridiamo]

Chiudo con una domanda che mi sta molto a cuore: sia in Skydoll, sia in W.I.T.C.H. c’è la magia, sempre, così come l’essere strega. E non a caso, poi, tu e Katja Centomo avete messo questo elemento al centro della collana Magica. Da dove viene?
Ah sì, quello proviene da mia nonna. Io avevo una nonna pianista, che faceva dei concerti, ed era anche una buonissima cuoca. Ai suoi tempi, mangiare significava prendere quello che si trovava: tutto quello che non era una sedia, si poteva mangiare.
Quando per esempio faceva il brodo, mi ricordo che usava gli occhi – oggi non le vendono più queste cose in macelleria – e andavo con lei a comprarli, col macellaio che scuoiava alcuni degli animali direttamente lì. Mia nonna faceva questo brodo nei pentoloni di una volta, con dentro l’omero della mucca, gli occhi – che poi sono buonissimi – e io, piccolina, arrivavo solo fino a una certa altezza e vedevo quest’occhio galleggiante… Come fai a non diventare strega con una nonna così? [ride]
Poi lei aveva tutte le spezie, le erbe, faceva il pesto alla genovese con ben 76 erbe, che andava a raccogliere a mano con l’accettina. Quindi già questa cosa, quando la osservavo far da mangiare… Era una strega.
E poi, fondamentalmente, nella mia vita mi sono resa conto che ci sono cose strane che ogni tanto mi capitano e che ho vissuto, e mi sento un po’ strega. La natura è magica, ed è una magia fortissima.
Magica parla di questo, di streghe, intese come guaritrici, femministe e tanto altro. L’abbiamo chiamata Magica perché vogliamo che le protagoniste siano donne: per me è sempre stata la donna quella che ha tenuto la natura nelle sue mani sin dall’inizio. Tutte le prime divinità erano donne.
E quando mi dicono: “sei una strega” io dico: “Eh sì, lo sono”. Per me sarà sempre un grande complimento.

