Il peso di chiamarsi Uzumaki: da Naruto a a Boruto

Uzumaki, il peso di un nome che è diventato leggenda: da Naruto a Boruto, uno speciale intenso sul dolore, l’eredità e il difficile cammino di chi cresce all’ombra di un mito.

Carmela Massa
speciale uzumaki naruto boruto

C’è un cognome che, nel mondo dei manga, pesa in particolar modo: Uzumaki. Non è solo una linea genealogica, è più una condanna simbolica. Un’eredità emotiva che attraversa generazioni e cambia forma senza mai perdere gravità.

Da Naruto a Boruto, chiamarsi Uzumaki significa crescere con un’assenza che fa rumore, con aspettative che non chiedono il permesso, con un mondo che guarda prima il nome e solo dopo la persona.

Naruto Uzumaki nasce già colpevole. Non per qualcosa che ha fatto, ma per qualcosa che ospita. È un bambino marchiato dal silenzio degli adulti, dagli sguardi che scivolano via, da un villaggio che preferisce trasformare la paura in ostracismo. Per questo, Naruto cresce senza carezze, senza spiegazioni, senza una figura che gli dica sei abbastanza.

Il suo dolore non è spettacolare, è quotidiano. È fatto di solitudine reiterata, di scherzi forzati per attirare attenzione, di sorrisi troppo larghi per essere veri. Ed è proprio qui che il personaggio diventa profondo: Naruto non combatte solo per difendere Konoha, combatte anche contro l’idea di non valere nulla.

Naruto e Kurama uzumaki

La sua forza non nasce dal chakra di Kurama, la Volpe a Nove Code, nasce dalla testardaggine emotiva di chi rifiuta di arrendersi all’indifferenza. Naruto diventa forte perché sceglie di restare umano quando sarebbe più facile diventare cinico. Ogni legame che costruisce è una vittoria contro il vuoto.

Ogni promessa mantenuta è un atto di ribellione contro il destino che gli era stato assegnato. La sua ascesa non è quella dell’eroe predestinato, ma di un ragazzo che si è costruito da solo, pezzo dopo pezzo, cadendo spesso e rialzandosi sempre. Quando Naruto diventa Hokage, non è il trionfo della potenza: è il risarcimento di un’infanzia rubata.

Poi arriva Boruto. E qui il peso del nome cambia forma, ma non intensità

Boruto Uzumaki non è ignorato. È visto fin troppo. Vive in un’epoca di pace costruita col sangue della generazione precedente, e questo è già un paradosso narrativo potente. Il suo problema non è l’assenza di affetto, ma la continua esigenza di sentirsi in competizione con un’icona. Naruto non è solo suo padre: è un monumento vivente, un simbolo storico, un protagonista che ha salvato il mondo. Come si cresce all?ombra di qualcuno che è diventato leggenda? Come si costruisce un’identità quando il confronto è costante e inevitabile?

Boruto viene spesso giudicato superficialmente come viziato o irrispettoso, ma questa lettura ignora il nucleo del personaggio. Boruto in verità non odia suo padre: odia l’idea di non essere visto come individuo. La sua rabbia nasce da una frattura emotiva diversa ma altrettanto reale di quella di Naruto. Dove Naruto lottava per essere riconosciuto, Boruto lotta per non essere ridotto a un riflesso. Il suo percorso è meno immediato, meno epico, ma proprio per questo più scomodo.

Naruto e Boruto uzumaki

Anche l’opera Boruto: Naruto Next Generations vive una condizione simile al suo protagonista. È costantemente paragonata a Naruto, spesso senza la volontà di ascoltare cosa stia realmente raccontando. Manga e anime vengono giudicati non per ciò che sono, ma per ciò che non sono più. Eppure Boruto parla di un mondo che cambia, di un potere che non è più solo terreno e arriva dallo spazio più remoto, di conflitti interiori che non hanno la stessa forma di quelli del passato. È una storia di eredità, sì, ma anche di rottura. E questo, per molti, è imperdonabile.

Quel filo impercettibile che lega le due opere

Il punto è che Naruto e Boruto non sono due versioni dello stesso racconto. Sono due risposte diverse alla stessa domanda: cosa significa crescere portando addosso un nome troppo grande? Naruto risponde diventando il simbolo della speranza collettiva. Boruto risponde cercando di sottrarsi al simbolo, anche a costo di sbagliare. Uno vuole essere visto da tutti, l’altro vuole essere visto per ciò che è, non per ciò che rappresenta.

Il peso di chiamarsi Uzumaki non è la forza, né il talento. È la responsabilità emotiva di esistere in relazione a qualcosa di più grande di te. Naruto ha trasformato quel peso in una bandiera. Boruto sta ancora cercando di capire se può deporla senza tradire nessuno. Ed è proprio in questa tensione che si gioca la vera eredità della saga: non nella nostalgia, ma nel coraggio di raccontare il passaggio generazionale senza sconti.

Perché alla fine, diventare il più forte non significa sempre vincere. A volte significa semplicemente trovare il diritto di essere se stessi, anche quando il mondo continua a chiamarti con il nome di qualcun altro.

La risposta del pubblico alla pubblicazione di Boruto: Naruto Next Generations

L’accoglienza del manga di Boruto da parte del pubblico è stata, fin dall’inizio, più un processo che un verdetto. Le critiche non sono mai mancate: ritmo percepito come incerto, un senso di tradimento rispetto all’eredità di Naruto, personaggi giudicati troppo distanti dall’epica classica della serie originale.

D’altronde, Naruto è diventata un’opera iconica soprattutto per la caratterizzazione dei personaggi, spesso divertenti e controcorrente. Difatti è noto che l’opera originale conteneva numerose tavole che rischiavano la censura nel passaggio tra carta e serie animata. Ma in questo articolo, potrai scoprire come Studio Pierrot ha salvato la situazione.

Questo forte impatto della caratterizzazione dei personaggi non sembra esserci nelle pagine di Boruto. Molti lettori non hanno letto Boruto per quello che era, ma per quello che non assomigliava abbastanza al passato. Il risultato è stato un confronto costante, spesso impietoso, che ha schiacciato l’opera sotto il peso delle aspettative più che sotto quello dei suoi reali limiti.

Boruto uzumaki

Con Boruto: Two Blue Vortex, però, qualcosa cambia in modo evidente, e non solo a livello narrativo. Il ritorno diretto di Masashi Kishimoto alla supervisione creativa e alla scrittura segna una svolta percepibile: il tono si fa più cupo, le conseguenze più definitive, i personaggi prendono finalmente posizioni certe e iniziano a pagare davvero il prezzo delle proprie scelte.

Anche il pubblico, di riflesso, sembra rallentare il giudizio. Non perché Two Blue Vortex sia una correzione che cancella il passato, ma perché finalmente mostra una direzione chiara, consapevole, adulta.

Le critiche non spariscono, ma cambiano natura: meno nostalgia, più analisi. È il segnale più interessante di tutti, perché indica che Boruto sta iniziando a essere letto come un’opera autonoma, e non solo come un’ombra lunga proiettata da Naruto. In fondo, è lo stesso percorso del suo protagonista: smettere di chiedere il permesso al passato per poter esistere davvero nel presente.

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Appassionata di musica, anime, manga e serie tv, vivo la vita come se fossi la protagonista di un teen drama. Anche adesso che ho passato la 30ina. Amo scrivere di tutto ciò che mi emoziona ed è da piccola che sogno di sposare Goku e salvare il mondo insieme a lui!
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