Fear The Walking Dead 5 – Il punto più basso della saga


Quando una serie TV non ha più niente da dire: con la quinta stagione di Fear The Walking Dead probabilmente è stato toccato il punto più  basso dell’intero franchise della più famosa zombie-saga degli ultimi anni. Vi spieghiamo perché

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La quinta stagione di Fear The Walking Dead è la più brutta opera di fiction seriale che abbia mai visto. E non sto esagerando. Tutt’altro: affermo, senza timore di essere smentito, che ci troviamo di fronte al punto più basso toccato finora dall’intero franchise di The Walking Dead. E dato che, come direbbe Totò, “è la somma che fa il totale”, proviamo ad analizzare, uno per uno, i vari elementi che compongono il (pessimo) quadro d’insieme.

La storia

Alla fine della quarta stagione, i nostri prodi avevano abbandonato l’idea di recarsi ad Alexandria (dove vivono quelli del gruppo di The Walking Dead) per seguire Morgan – il primo personaggio ad aver oltrepassato il confine fra la serie madre e lo spin-off – nella sua nuova crociata: restare in Texas ed adoperarsi per fare del bene a tutti. Ed a tutti i costi. Il risultato è che parte dei sintomi ravvisati proprio a partire dalla metà della stagione precedente, in questa nuova serie di episodi sono degenerati diventando malattia conclamata.

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La narrazione si apre nel bel mezzo di un’avaria ad un piccolo aeroplano che Morgan e i suoi stanno pilotando verso non si sa dove. Nonostante l’atterraggio d’emergenza, nessuno di loro subisce particolari conseguenze (leggasi: nessuno ci rimane secco). Niente paura: in Fear The Walking Dead ormai non muore più nessuno. Né per uno schianto aereo né per bocca degli zombie (che al massimo riescono ad azzannare, sì e no, qualche cavallo) né per mano dei cattivi di turno. Quest’ultima categoria, poi, è stata svuotata di qualsivoglia interesse o pericolosità. Gli antagonisti – se così si possono definire – in Fear, semplicemente, non hanno più alcun senso. E quest’anno ne abbiamo visti addirittura due. Per ben tredici episodi su sedici c’è Logan, ex socio di quel Clayton che lasciava per strada gli scatoloni con generi di prima necessità accompagnati dal messaggio “prendete quello che vi serve, lasciate il superfluo” che è stato decisivo per ispirare i nuovi propositi di Morgan. Rispetto al suo partner, però, Logan sembra molto meno incline ad aiutare la gente e molto più interessato a riprendersi quello che è suo, tanto che contatta via radio il gruppo dei buoni per una finta richiesta di aiuto e spinge parte di loro a spostarsi dall’altra parte di una montagna, in una zona – a quanto pare – accessibile solo per via aerea. Dopo aver rivelato la sua mossa ed essersi così riappropriato della fabbrica dove i nostri si erano stabiliti, Logan comincia la ricerca dei pozzi di petrolio che Clayton aveva trovato e di cui aveva disegnato una mappa in alcuni quaderni adesso in mano ai nostri eroi.


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E per tredici episodi lo spettatore assiste confuso all’evoluzione (si fa per dire) del personaggio: prima sembra il capo del suo gruppo, poi una semplice pedina intimidita e minacciata da qualcun altro. Nel midseason finale pare persino essere in fuga da qualcuno, redento e pronto a collaborare con i buoni. Giusto il tempo di apprendere, sbrigativamente all’inizio del primo capitolo della seconda parte di stagione, che in realtà era tutta una messinscena a cui i nostri non hanno abboccato, finendo per ripagarlo con la stessa moneta. E quindi, come se niente fosse, Logan torna ad agire come l’uomo forte al comando della sua fazione, ancora in cerca del petrolio che adesso viene custodito da Morgan, Alicia, Strand e gli altri.

Ma, come detto, un cattivo in Fear The Walking Dead non fa più cose particolarmente cattive. Al massimo ti mette un posto di blocco in strada, ma lungi da lui alzare un dito per farti del male e/o costringerti a fare qualcosa come, per esempio, rivelargli dove sono i preziosi giacimenti. C’è una scena di apparente tensione in cui la situazione sembra sul punto di precipitare (finalmente…): il tir dei malfattori impedisce a Morgan e Al di continuare la marcia in soccorso di qualcuno che è in grave pericolo e i due si ritrovano bloccati, armi puntate contro e tutto il resto. Ti dici: adesso scoppia un casino. Invece assisti ad un battibecco fra Logan che vuole sapere dove siano i pozzi e Morgan che, alla fine, gira i tacchi e se ne va da dove è tornato, addirittura infastidito (“non ho tempo per queste cose”) dalla perdita di tempo che quell’altro e le sue statue di sale gli hanno causato. Cioè niente sparare o darsi qualche pugno. Nemmeno un buffetto o, che so io, un pizzicotto. Niente di niente. Poi, però, in un altro episodio, il solo inseguimento della carovana dei buoni da parte delle macchine degli scagnozzi di Logan provoca il panico generale, neanche si trattasse dello squadrone della morte. Per capirci meglio: i cattivi si comportano sempre nello stesso innocuo modo ma provocano, a caso, reazioni contraddittorie ed antitetiche, che vanno dal menefreghismo al terrore, da parte dei buoni, che così sembrano semplicemente dissociati.

 

Poi, dopo tredici episodi così, Logan riesce finalmente ad impadronirsi dei giacimenti ma rischia di morire. L’inatteso salvataggio da parte dei suoi irrimediabilmente magnanimi rivali lo spinge quindi a una seconda redenzione, stavolta apparentemente reale. Solo che non abbiamo il tempo di verificarlo perché, dal nulla, spunta un nuovo gruppo di villains che, in due nanosecondi, fanno piazza pulita dei loro predecessori uccidendoli tutti. A questo punto, la loro leader, Virginia, si fa avanti e rivela di essere stata sin dall’inizio la burattinaia che tirava i fili di Logan e dei suoi tirapiedi.

Cioè mancano solo tre episodi alla conclusione della stagione e la serie introduce dei nuovi personaggi chiudendo frettolosamente un filone della storia e aprendone un altro, probabilmente più importante! E il problema non è tanto questo, quanto piuttosto il fatto che questi nuovi cattivi siano esattamente come quelli di prima: chiedono gentilmente a Morgan e ai suoi di unirsi a loro, gli offrono una tazza di tè, gli riparano pure il bastone danneggiato. E quelli, stizziti, continuano a schifarli come facevano con i loro predecessori. Persino nell’ultima puntata, quando ormai per i buoni sembra non esserci alternativa all’unirsi al gruppo di Virginia, per farlo Morgan detta prima delle condizioni che l’altra finisce per accettare! Ma se rischi di morire male ed io rappresento la tua unica ancora di salvezza, come minimo dovresti strisciare ai miei piedi, altro che fare lo schizzinoso!

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E le cose non migliorano neanche con la scena finale, quando Virginia si ritrova da sola con Morgan e, per un attimo, ci dà la sensazione che il suo personaggio possa finalmente evolversi in quell’antagonista di cui la storia avrebbe tanto bisogno. Ma le nostre speranze vengono subito frustrate: la capa dei Pioneers – questo il loro nome – non è nemmeno capace di uccidere il suo avversario con una pistola spianata a due centimetri di distanza dall’altro. Anzi, per poco non ci rimane addirittura secca lei ed è costretta a ritirarsi in buon ordine. Morgan, comunque ferito, si accascia a terra mentre degli zombie gli si avvicinano ma – ça va sans dire – neanche stavolta li vediamo mordere nessuno perché la puntata finisce prima che ciò possa accadere. Ci rimane solo l’immaginazione. Quella che è mancata – o forse l’hanno usata fin troppo, dipende dai punti di vista – agli showrunner Andrew Chambliss e Ian Goldberg, veri colpevoli di questo scempio.

I personaggi

Degli antagonisti abbiamo detto abbastanza, forse anche troppo, se pensiamo al loro reale peso narrativo. Concentriamoci quindi su quelli che dovrebbero essere i protagonisti in positivo.

Da quando Lennie James, l’attore che interpreta Morgan, ha cambiato “casacca” e si unito al cast dello spin-off, il suo personaggio si è trasformato in una sorta di noiosissimo santo viandante che – cosa ancora peggiore – ha infettato le menti di tutti i suoi comprimari. Qualcuno ha chiamato ironicamente i membri del suo gruppo “morganiti” e credo che la definizione sia azzeccatissima: tutti, i vecchi e i nuovi senza alcuna distinzione, si sono convertiti in degli adepti senza cervello di questa specie di setta che fa opere di bene per forza, anche quando non vengono richieste e anche quando chi le riceve non le vuole, come nel caso dei bambini che vivono dall’altra parte della montagna. La storia abbozzata con la nuova arrivata Grace, purtroppo, non apporta nulla di buono ed è quasi fastidiosa da seguire con quell’impostazione da “vorrei ma non posso” che il novello buon samaritano ha per tutta la stagione.

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È davvero complicato provare interesse per una serie dove i personaggi sono tutti uguali, fanno le stesse cose, pensano, parlano, agiscono all’unisono. Sempre. Gli originals di Fear The Walking Dead hanno perso qualunque elemento minimamente caratterizzante che li aveva definiti nelle stagioni precedenti. Pensate ad Alicia, per esempio: la ragazza determinata che si era adattata al nuovo mondo post apocalittico con una forza d’animo che faceva da contraltare alle debolezze del fratello problematico, in questa stagione è passata dall’essere una tostissima ammazza-zombie al diventare una tinteggiatrice di alberi (nel senso di una che dipinge sugli alberi, sì) che ha paura persino della propria ombra. E tutto questo senza alcun tipo di analisi interiore che racconti l’involuzione che ha causato questo radicale cambiamento. È bastato un semplice schiocco delle dita (la paura di essere stata infettata da uno zombie contaminato da radiazioni nucleari) perché il suo atteggiamento cambiasse da una puntata all’altra. Poi c’è Strand, il cui prorompente istinto di sopravvivenza, che lo rendeva un personaggio enigmatico, dalla dubbia morale e privo di particolari sussulti di empatia (in una sola parola: interessante), è scomparso per lasciare spazio alla bontà “senza se e senza ma”, anche lui folgorato da frate Morgan. Ma il danno maggiore in termini di gestione dei personaggi Chambliss e Goldberg lo hanno fatto sul povero Daniel. È veramente penoso constatare come quel barbiere dall’oscuro passato di agente segreto e spietato killer a El Salvador, perfettamente calatosi nel ruolo di sopravvissuto dopo l’apocalisse zombie, persino protagonista di alcuni momenti di intensa follia, in questa stagione diventi un simpatico vecchietto in cerca di vinili da far ascoltare alla piccola Charlie, in tutto e per tutto conformatosi alla nuova religione “morganica”. Che spreco di risorse narrative!

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Neanche l’arrivo di un altro personaggio dalla serie madre, quel Dwight che aveva avuto a che fare con Negan, migliora le cose. Di fatto, neppure lui è immune a quell’epidemia di ottusa bontà che sembra colpire chiunque abbia a che fare con Morgan e, pertanto, l’aggiunta di Austin Amelio al cast di Fear risulta del tutto superflua ai fini della storia.

Gli altri, poi, peggio che andar di notte! Althea (o Al) è il personaggio più inutile e irritante dell’intero franchise. La sua compulsiva necessità “giornalistica” di documentare tutto con le sue telecamere a batteria infinita (di questo torneremo a parlare più avanti) ti fa sperare che qualche zombie la attacchi e ponga così fine alle nostre sofferenze (ma poi ti ricordi che gli zombie in Fear ormai hanno la pericolosità dei mostri dei Gormiti). June, invece, ha sempre la stessa espressione sofferente e incerta, che si trovi di fronte a un’orda di fameliche creature o che riceva la proposta di matrimonio da John Dorie. Mentre quest’ultimo, che è l’unico che è sempre stato buono, sin dall’inizio, sarebbe anche un personaggio con un’identità ben definita e con un suo perché ma si perde inevitabilmente all’interno di un gruppo dove tutti sono uniformati alle sue caratteristiche, togliendogli così ogni tipo di esclusività. Sarebbe stato bello se la bontà e la gentilezza di John Dorie si fossero contrapposte ad animi e caratteri policromi ma i “morganiti”, ahimè, hanno tutti la stessa grigia personalità. Per i rimanenti, se volete, potete rileggervi quanto sopra cambiando i nomi, tanto il risultato rimarrebbe invariato.

Gli espedienti narrativi

 In questa stagione di Fear The Walking Dead gli showrunner hanno decisamente superato sé stessi in quanto a illogicità. Sembra quasi che, scrivendo la storia, i due si siano prefissati di insultare l’intelligenza del pubblico. Giusto qualche elemento a supporto di questa tesi:

  • non vi è più alcun riferimento geografico che abbia un senso. La carovana di Morgan e compagni si sposta lungo il Texas (e oltre) e si passa da viaggi interminabili a movimenti fulminei da una parte all’altra. La portata dei walkie-talkie, per esempio, più che basarsi su una logica territoriale definita, dipende molto dalla necessità di gestire una scena in un modo o nell’altro. E lo spettatore spesso si chiede come sia possibile che il walkie in un caso funzioni, mentre sia irraggiungibile in un’altra situazione apparentemente analoga

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  • l’argomento walkie-talkie è uno dei più spinosi e grotteschi: è mai possibile che nel mondo post-apocalittico di Fear The Walking Dead, in cui le comunicazioni sono diventate sempre più difficili, se non impossibili, ogni benedetto individuo possegga comunque un walkie dotato di batteria? Sarà che in questo mondo i walkie crescono sugli alberi?
  • la stessa domanda può essere posta per le telecamere. Per alimentare la fastidiosa compulsività di Al, gli showrunner vogliono farci credere ed accettare, in serie, che nel bel mezzo della fine del mondo: a) sia facile reperire una telecamera, tanto che verso la fine della stagione le riprese vengono addirittura fatte da tre “operatori” contemporaneamente: Al, Charlie e un decerebrato che muore perché non riesce a smettere di riprendere mentre si trova su un ponte che sta crollando; b) le batterie non si scarichino mai o sia semplicissimo ricaricarle in modo da continuare a registrare sempre tutto; c) Al sia riuscita a costruirsi uno studio di montaggio audio/video nel retro di uno dei tir dove produce i documentari che poi lei e i suoi amici lasciano in giro nelle stazioni di servizio abbandonate per invitare le persone a chiamarli in caso di bisogno.

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  • ma davvero Chambliss e Goldberg hanno pensato che quella dei documentari fosse una buona idea? Davvero sono stati capaci di propinarci ben due puntate girate come se stessimo guardando quanto la stessa Al e gli altri hanno ripreso con le loro videocamere? Davvero hanno immaginato che fosse vincente e non, piuttosto, un’idiozia l’espediente del gruppo di sopravvissuti che riesce a installare e alimentare un videoregistratore funzionante in ogni stazione di servizio lasciando una copia del documentario da guardare per ottenere le istruzioni per chiedere aiuto? Pare proprio di sì, dato che nelle ultime puntate fanno fare la stessa cosa anche ai Pioneers
  • un’altra cosa che abbiamo appreso è che se in The Walking Dead le pallottole scarseggiavano al punto da dover chiedere a Eugene di produrne della altre in maniera artigianale, in Fear puoi sparare a volontà e, se per caso ti mancano le armi e sei in difficoltà, ne troverai casualmente delle altre, cariche e pronte a fare fuoco per salvarti in extremis il posteriore. Forse perché in Texas sono sempre stati armato fino ai denti, chissà…

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  • e che dire dei viaggi? Nel nuovo mondo i mezzi di trasporto sono in esaurimento, tanto che quelli di The Walking Dead avrebbero cominciato ad andare a cavallo, ma nel meraviglioso universo di Chambliss e Goldberg, se non hai più benzina, ci sono dei giacimenti di petrolio da cui un gruppo di persone comuni riesce tranquillamente a produrre il carburante (come, non ci è dato saperlo, dato che gli showrunner non spiegano mai un bel niente) che permette a una carovana di invasati di condurre una vita da nomadi portando a spasso camion giganti e veicoli corazzati, quando invece ogni logica spingerebbe le persone a trovare un rifugio da qualche parte per rimanerci il più a lungo possibile.

Si potrebbe aggiungere molto altro ma preferisco concludere con una notizia. I fan del franchise di Robert Kirkman sono talmente contrariati – e come dargli torto? – dalla piega presa da Fear The Walking Dead nelle ultime due stagioni, da arrivare a definire lo show “inguardabile” e lanciare una raccolta di firme sulla piattaforma Change.org per chiedere ai dirigenti di AMC, il canale che produce la serie, di licenziare gli attuali showrunner.

Dove devo firmare?

Abbiamo parlato di:

Fear The Walking Dead stagione 5

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Paese: USA
Anno: 2015 - in corso
Stagioni: 5
Episodi: 69
Durata: 45 min (episodio)
Interpreti e personaggi:
Kim Dickens: Madison Clark
Cliff Curtis: Travis Manawa
Frank Dillane: Nick Clark
Alycia Debnam-Carey: Alicia Clark
Elizabeth Rodriguez: Liza Ortiz
Mercedes Mason: Ofelia Salazar
Lorenzo James Henrie: Chris Manawa
Rubén Blades: Daniel Salazar
Colman Domingo: Victor Strand
Michelle Ang: Alex
Danay García: Luciana Galvez
Dayton Callie: Jeremiah Otto
Daniel Sharman: Troy Otto
Sam Underwood: Jake Otto
Lisandra Tena: Lola Guerrero
Maggie Grace: Althea
Garret Dillahunt: John Dorie
Lennie James: Morgan Jones
Jenna Elfman: June / Naomi / Laura
Alexa Nisenson: Charlie
Karen David: Grace
Austin Amelio: Dwight
Dove vederlo: MTV Italia e Amazon Prime Video


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Leggi tutte le nostre recensioni sulle serie TV

Fear The Walking Dead

Stagione 5
4

Intrattenimento

4.0/10

Realizzazione

3.0/10

Cast

5.0/10

Gianluca Caporlingua

Cresciuto (???) giocando a calcio e sbucciandomi le ginocchia sui campi in terra della provincia siciliana. Da bambino, però, il sogno (rimasto nel cassetto) era quello di fare il wrestler. Dato che mia madre non mi avrebbe mai permesso di picchiare gli altri, ho deciso di cominciare a scrivere le storie dei miei eroi. Oggi le racconto filtrandole coi ricordi d'infanzia.

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