Barbie – Denuncia contro il patriarcato o tentativo di pinkwashing?

L’ultimo film di Greta Gerwig è nei cinema da oltre un mese, e continua a registrare numeri impressionanti. Ma affiora una domanda: Barbie è una critica sociale o un mero tentativo di pinkwashing da parte di Mattel?

speciale barbie film

Che Barbie sarebbe stato un successo al botteghino, se lo aspettavano un po’ tutti. Certo, forse neppure nelle più rosee delle previsioni si sarebbero aspettati gli incassi raggiunti: oltre un miliardo di dollari a livello mondiale (dato del 14 agosto, da Repubblica, ndr), che hanno sparato il film in 18esima posizione tra le pellicole statunitensi con il maggior incasso della storia.

Per ammirare Margot Robbie o Ryan Gosling, per nostalgia, per Greta Gerwig, per mera curiosità, per dire “c’ero anch’io”, quale che fosse il motivo in tantissimi si sono immersi nel buio della sala per essere lanciati nel molto rosa mondo di Barbie. E ancora di più sono quelli che ne hanno parlato – con criterio o a sproposito, come sempre.

Perché, piaccia o no, Barbie è un film che fa parlare di sé. Soprattutto ci si chiede, legittimamente: è davvero un film femminista e inclusivo, che punta a smontare il patriarcato, o è solo l’ennesimo tentativo di una multinazionale di fare pinkwashing e ripulirsi la coscienza?

Andiamo per gradi, e proviamo ad analizzare un po’ di cose.

La bambola Barbie nasce nel 1959 da un’idea di Ruth Handler – sebbene altri ne rivendichino la paternità – che pensa di creare una bambola che rappresenti una donna adulta e completamente formata, così da fornire alle bambine una proiezione di sé stesse da adulte.

Gli uomini che la circondano sono molto scettici: chi mai comprerebbe per le proprie figlie una bambola adulta e addirittura col seno? Il mercato da ragione a Ruth: solo nel primo anno si vendono circa 350.000 unità e le bambole non fanno in tempo ad arrivare nei negozi che vengono prese d’assalto.

Passano gli anni e si accumulano le versioni di quella prima bambola: Barbie diventa così dottoressa, ginnasta, cuoca, pompiera, veterinaria, astronauta e perfino presidentessa degli Stati Uniti, dimostrando al mondo che non c’è limite a ciò che una donna può sognare e ottenere.

Ma accanto a questa lettura positiva, se ne affianca presto una molto negativa: Barbie rappresenta anche un ideale estetico irraggiungibile, con il seno prosperoso, la vita stretta e le caviglie sottili. Fa molti lavori, sì, ma li fa sempre coni tacchi e la messa in piega impeccabile, quasi a ricordarci che sì, possiamo essere ciò che vogliamo, purché manteniamo sempre un determinato standard estetico.

È bufera: in pochi anni, la bambola diventa il simbolo del patriarcato e del maschilismo che si proponeva di aiutare a scardinare, l’ennesima rappresentazione di come una donna dovrebbe essere secondo gli occhi degli uomini. Vengono cambiate le misure, vengono modificati gli abiti: tutto per fare in modo che Barbie sembri il più inclusiva possibile.

Ecco, tutto questo il film lo coglie perfettamente, e anzi lo dice senza troppi giri di parole: quando la povera bambola bionda arriva nel mondo reale, si sente rispondere che no, lei e le sue simili non hanno migliorato la vita delle donne, ma solo contribuito a farle sentire inadeguate e sbagliate.

Da parte della Mattel, che ha prodotto il film, sembra un’ammissione di colpa, come lo sembrano le parole farfugliate dal CEO mentre, circondato di dirigenti uomini, si giustifica dicendo “Abbiamo avuto una CEO donna!”. (Nella realtà, per la cronaca, Mattel ha avuto una CEO donna per trent’anni, e al momento cinque dei membri del CdA sono donne.)

C’è del pinkwashing in questo? Sì e no: c’è sicuramente il tentativo – e la volontà – di un’azienda di rilanciarsi con un’immagine diversa e positiva, mettendosi anche in ridicolo per farlo, ma con un’operazione rischiosa che forse poteva costare a Mattel più di quanto guadagnato.

Soprattutto perché, pur non volendo, Barbie è un film divisivo (e questo va contro le logiche delle grandi multinazionali): non tutti quelli che lo hanno visto lo hanno apprezzato, il che rappresenta un rischio non da poco per le tasche dell’azienda.

Su questo punto credo c’entri molto l’aver compreso il film. Non me ne vogliate, ma se un film del genere lo comprendi, lo apprezzi a prescindere per il messaggio, che tu sia d’accordo o meno con il modo in cui lo trasmette. Magari non lo ami, magari non ti piace, ma ne riconosci il valore.
Il film parla di giustizia e uguaglianza, andando al nocciolo: come si può non essere d’accordo?

Lo fa attraverso la parodia e l’esagerazione, ma in buona sostanza Barbie ci mostra le storture di un sistema in cui le forze sono squilibrate, sia esso patriarcale o matriarcale. Non ci vuole tanto a notare quanto sia Barbieland sia il Mondo Reale siano estremizzati e a loro modo ingiusti, con una lotta di genere costante che richiede sempre un vincitore e un perdente.

E quando si parla di patriarcato tossico, non lo si fa sotto una bandiera rosa retta da suffragette – qualcuno lo spieghi al buon Elon Musk che beve Tequila per svegliarsi dal torpore – ma a nome di tutti e tutte. Un certo tipo di narrazione non fa male solo alle “povere” Barbie, oggettificate dagli uomini, ma anche ai “poveri” Ken, che esistono solo in quanto accessori delle loro compagne.

Immaginate cosa possa significare una vita passata a essere e Ken, con quella congiunzione perennemente lì, a ricordarti che da solo non sei nulla.

Quell’ “io esisto solo se lei mi guarda” somiglia spaventosamente al principio per cui le donne esistono solo se guardate dagli uomini. Che poi, ahimè, è lo stesso che conduce alla colpevolizzazione delle vittime di violenza, perché “se ti vesti così, è per farti guardare”. Si esiste solo negli occhi dell’altro, e questo annulla qualunque consapevolezza e senso di sé.

Silenziosamente, tra questi estremi emerge Allan, probabilmente il più equilibrato di tutta la combriccola. Allan è un’altra vittima del patriarcato tossico, ignorato perché “non abbastanza uomo”, l’amico di Ken, relegato al ruolo di accessorio dell’accessorio.

Come scrive Giovanna Delvino su MoviePlayer:

«L’unicità di Allan gli permette di avere gli “anticorpi al patriarcato” e la tendenza alla vita e alla fuga, perché è già morte quella che prova quotidianamente con l’estraniamento. E infatti ha una personalità a parte. È già un essere umano. È uno di noi e fa quello che facciamo noi: si sente sperduto e senza una funzione specifica. Nessuno gli ha specificato la sua direzione e tenta di cercarla da solo tutti i giorni. Provando a salutare le Barbie per essere guardato (e non provando visibilmente alcun sollievo da ciò, perché non è tra le sue priorità, dato che non è Ken), alla ricerca di uno scopo senza riuscirci, provando a inserirsi in ambienti, conversazioni e dinamiche da cui è escluso e da cui si estranea perché, in realtà, non prova affatto interesse per nulla di ciò che già conosce.»

Interessantissimo anche il punto di vista del giornalista Francesco Oggiano, che in un reel di Instagram paragona Barbie a un film di supereroi in cui i buoni e i cattivi vengono esasperati per raccontare una storia, accentuando la polarizzazione, un po’ come avviene nelle fiabe.

«Come capite sono due narrazioni di due mondi che difficilmente esistono. […] Ecco, tutto forse sta nell’aspettativa. Io mi sono approcciato a questo film come mi approccio a un film di supereroi, e non sono stato deluso. […] Non l’ho preso troppo sul serio dal punto di vista politico, anche se come dicono alcuni conservatori ‘il film stesso si è preso molto sul serio’. E se vogliamo hanno fatto bene, perché così Barbie è diventata oggetto di conversazioni e definizione d’identità sui social. […] Come ha scritto il New York Times‘Barbie, da oggetto storico contestato di tossicità del corpo femminile, si è trasformata in altro: si è trasformata in oggetto politico attorno a cui molti si stanno dividendo e attorno a cui tutti stiamo discutendo.’»

Per ricapitolare, quindi, la pellicola di Greta Gerwig può considerarsi un film femminista o un pinkwashing nudo e crudo?

Per me, nessuna delle due: è una fiaba contemporanea che mescola attivismo, intrattenimento e sì, anche business, ma intanto fa riflettere sulle storture della nostra società, sui nostri desideri, sul potere che diamo agli altri di definirci, e sulla libertà che possiamo e dobbiamo rivendicare per noi stessi e per tutti.

Tutto il resto è strumentalizzazione.


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Claire Bender

Vive con un dodo immaginario e un Jack Russell reale, che di recente si è scoperto essere Sith. Grifondoro suo malgrado, non è mai guarita dagli anni '80. Accumula libri che non riesce a leggere, compra ancora i dvd e non guarda horror perché c'ha paura. MacGyver e Nonna Papera sono i suoi maestri di vita.

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