Avengers – Una cronologia critica

Difficile trovare una serie a fumetti che abbia avuto alti e bassi così “alti” e così “bassi” come Avengers, testata storica della Marvel Comics, centro propulsore di tutta la narrazione del Marvel Universe stesso. Questo episodio di Cronologia Critica è dedicato a loro

speciale avengers cronologia critica

 

Tutto cominciò così!
(Avengers, prima serie, 1963, #1-35)

All’inizio degli anni ’60 la Marvel era in pieno fermento creativo: Stan Lee, il genio dietro l’intuizione Supereroi con Superproblemi, sfornava una testata al mese e al centro un protagonista dopo l’altro: ma non solo, un parco comprimari che stava formando, in quel preciso momento, un universo letterario condiviso che sarebbe stato al centro dell’immaginario della cultura popolare per i decenni a venire e oltre. Insomma, stava creando la leggenda, stava facendo la Storia.

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Nel novembre del 1961 i Fantastici Quattro aprivano la strada a tutto; nel 1962 esordiva su Amazing Fantasy Spider-Man, l’amichevole Uomo Ragno di quartiere; a maggio, ecco che arrivava Hulk, ad agosto Thor.

Ma è del novembre 1963 l’intuizione più fiera di Stan Lee: sulle orme del successo strepitoso che stavano raccogliendo i diversi eroi, perché non creare una testata con una storia che li contenesse tutti? Ed ecco Avengers: gli eroi più potenti della terra si riuniscono per sventare un diabolico piano di Loki, fratellastro del dio del tuono e signore dell’inganno, e fondano i Vendicatori “per combattere quelle battaglie che un supereroe, da solo, non avrebbe mai potuto affrontare”.

Innegabile il contributo del disegnatore di turno, ma fu proprio il “metodo Bullpen” tipico della Marvel a fare la fortuna della casa editrice di Park Avenue: preso dalla foga creativa, per forza di cose Lee non poteva stare materialmente a scrivere tutti i dialoghi di tutte le testate che pubblicava. A dargli man forte quindi per creare i layout, per definire i dialoghi e quindi per dare un vero e proprio taglio personale e autoriale alle storie c’erano Steve Dikto per Spider-Man, e (all’inizio) Jack Kirby sulle altre testate.

A Kirby fu dato quindi il compito di creare una testata che riunisse tutti gli eroi della Marvel ad eccezione di Spidey, fin dall’inizio schivo e solitario: un’impresa a tempo di record perché la serie doveva uscire nel novembre del ’63 e quella estate Lee stava processando le idee per Daredevil e XMen. Avengers iniziò fin da subito con i fuochi d’artificio: nel # 4 tornò dall’ibernazione un altro personaggio destinato ad entrare nella storia, Capitan America; successivamente, tutti i membri del gruppo si ritirarono e toccò a Cap reclutare alcuni ex criminali (!!) per aiutarlo, in un concept ardito anche oggi (vabbè che erano Scarlet Witch e Quicksilver della Confraternita dei Mutanti Malvagi, e Occhio di Falco…).

Ma la testata assunse fin da subito quell’aura di grandeur che l’avrebbe contraddistinta da tutto il resto, ponendo i suoi protagonisti difronte a minacce bigger than life. Assorbito dai suoi mille impegni, però, Lee abbandonò la nave dopo quasi tre anni, e a prendere il suo posto arrivò il giovane Roy Thomas.

DI GUERRE E DI EROI
(Avengers, prima serie, 1966 #36-155)

Il grande merito di Thomas fu quello di approfondire ancora di più ed estremizzare il concetto di base del gruppo: missioni sempre più grandi, che sconfinarono nello spazio, la cui apoteosi è stata la mitica Guerra Kree-Skrull, Avengers #89/97 (in Italia pubblicazione più recente SuperEroi Classic #170  – Avengers #20, RCS Quotidiani). Una storia che è rimasta nella leggenda, e che è la perfetta sintesi sia del lavoro del buon Roy sia del fulcro dei Vendicatori: una simbiosi perfetta tra battaglie enormi e conflitti interiori. Anche se ad approfondire le triangolazione di personaggi sarà Steve Englehart: che prende in mano la testata con il #106 (Super Eroi Classi # 189 – Avengers 22, RCS Quotidiani) iniziando quasi da subito ad affrontare di petto uno dei personaggi da lui preferiti, Scarlet Witch: la psicologia della streghetta dei Vendicatori, passata dalla Confraternita dei Mutanti Malvagi di Magneto agli eroi più potenti della Tterra viene sviscerata attraverso il suo rapporto morboso con il fratello Quicksilver e successivamente con la storia d’amore impossibile (o quasi) con il sintezoide Visione.

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Una delle coppie più promiscue e bizzarre tra tutti i personaggi Marvel, un rapporto malato fin dall’inizio ma che verrà mostrato nelle sue complicazioni più profonde diversi anni più avanti: e che per il momento servì a Steve per mostrare il lato umano del gruppo, in una lunga e fortunata gestione che conta anche lo storico incontro/scontro con i Difensori dipanatasi tra Avengers #118 e Defenders #10/11 (Avengers/Defenders War, ed. Panini Comics). Non sono pochi i momenti storici delle storie raccontate e ideate da Englehart, che quasi contemporaneamente stava dando ottima prova di sé confermando il suo lato politico e quasi anarchico con la narrazione del Marvel Watergate nella sua acclamata gestione di Captain America iniziata con il # 153 (Super Eroi Classic 175 – Capitan America #15, RCS Quotidiani): citiamo a caso la creazione di Mantis e la trasferta degli eroi in Vietnam, le Kang War, la saga della Corona del Serpente (Avengers Serie Oro #9: La Corona Del Serpente, ed. Panini Comics), l’Impero Fantasma e la creazione della Contro-Terra.

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Unica pecca delle storie è, almeno all’inizio, un comparto grafico modesto: da Don Heck a Sal Buscema, discreti artigiani le cui tavole però non resistono all’usura del tempo, finché però arriva sulla testata -sul # 147- un tale di nome George Pérez. Che coincide con il cambio di scrittore, perché titolare di testata diventa, aiutato man mano un Gerry Conway che poi si defila, tale Jim Shooter.

I BUONI UCCISERO TUTTI I CATTIVI: KORVAK E GLI ALTRI
(Avengers, prima serie, 1977, #158/199)

Con il #156 Jim Shooter diventa autore unico delle storie degli Avengers, e il cambio di mood è evidente. Dopo le prime prove di Pérez, disegnatore agli inizi ma già con un tratto distintivo da gran maestro, dalle linee morbide e dal tratto pulito e capace di rendere un livello di dettaglio incredibile nelle sue pagine, il cambio di disegnatore diviene più frequente: passano da lì infatti John Byrne (uno degli autori massimi del fumetto mondiale, che proprio sul finire degli anni ’70 iniziava una carriera che lo avrebbe portato a diventare uno degli autori più rappresentativi e fecondi della Marvel con storie che sono passate alla Storia), il legnoso George Tuska, ancora Sal Buscema, il Dave Wenzel emulo di Pérez. La gestione Shooter durò poco più di due anni, ma fu epica: l’enfant prodige venne promosso ad Editor-In-Chief e passò a dirigere il parco testate della Casa delle Idee con genialità e con un tocco personalissimo. Stile evidente anche nella sua scrittura vendicativa, che conta infatti in quel periodo una delle saghe più importanti e belle dell’albo: la Saga di Korvac.

NUOVO SANGUE
(Avengers prima serie, 1980, # 200/226)

Le storie di Shooter, sia da autore che da editore, si distinguono ancora oggi per la fortissima carica eversiva: è stato lui ad accentuare nella Marvel i superproblemi dei supereroi, rendendo chiaro che il potere assoluto logora in modo assoluto, ne discende che un semplice essere umano non può che esserne corrotto. C’è lui, ad esempio, dietro la Saga di Fenice Nera: il nucleo fondante delle sue storie è evidentemente lo spingere fino al massimo la resistenza dell’eroe e seguirne il percorso di corruzione e di estremo, finale sacrificio. Ecco quindi la storica saga degli X-Men come anche lo Starbrand (Marvel History: Starbrand, ed. Panini Comics) disegnato da John Romita Jr e scritto proprio da Jim, splendido serial creator owned interno alla defunta New Universe sotto-etichetta Marvel, le prime Stark Wars di Michelinie e Bob Layton (Marvel History: Iron Man – La Guerra Delle Armature, ed. Panini Comics), finendo appunto con Avengers #177, l’ultimo scritto da Shooter e l’ultimo della lunghissima Saga di Korvac iniziata su Avengers # 167 (La Saga di Korvac, Marvel Gold, ed. Panini Comics).

L’idea dietro la storia era semplice quanto geniale: Korvac è un personaggio che arriva dal futuro per eliminare un eroe la cui progenie, tra mille anni e quindi nel suo presente, sarà fondamentale per la salvezza della galassia. Giunto quindi su Terra 616 -la nostra- nel tentativo di rubare il potere di Galactus per poter portare a compimento il suo piano, viene inondato da un potere cosmico così infinito da farlo impazzire. Un concept così potente che ispirò James Cameron per il suo cult Terminator del 1985.

Uno dei problemi della testata Avengers, dalla conclusione del ciclo di Stan Lee, fu prima di tutto la difficoltà di incastrare bene i vari componenti del gruppo e renderne al meglio le interazioni, e poi la fin troppo altalenante qualità del comparto grafico. Con Shooter viene risolto tutto insieme: le sue sceneggiature rendono tridimensionali i problemi dei protagonisti così come i loro rapporti, dando a ciascuno il giusto spazio e respiro, e ai disegni George Pérez è perfetto. Jim inserisce nella saga la sua ossessione, la riflessione sul concetto di Divinità e sul senso della religione, facendo confluire morbidamente tutto in un finale che può lasciare sconcertato anche il lettore moderno più scafato. La saga di Korvac è uno dei veri capolavori degli anni ’70, e segnò l’inizio di un periodo glorioso per la Marvel tutta (uscirono serializzati in edicola in questi anni il Daredevil di Frank Miller, il Thor di Walter Simonson, i Fantastic Four di Byrne…) che proprio sotto l’egida di Shooter ritrovò una nuova grandezza.

Peccato che, come detto sopra, gli impegni da Editor impedirono all’autore di continuare: fu rimpiazzato allora da David Michielinie, che condusse le trame fino al #205 passando per il celebrativo #200 disegnato dal ritornante Pérez, una delle storie più perturbanti, inquietanti, affascinanti e scabrose di sempre. Passata inspiegabilmente sotto l’austero Comics Code, Il Bambino è il Padre di…?, (Marvel Omnibus Avengers: Il Destino di Miss Marvel, ed. Panini Comics) è la storia definitiva e dimenticata di Carol Danvers e di tutti i Vendicatori.

L’episodio numero duecento della prima serie Avengers fu scritto da David Michelinie e disegnato da George Pérez: sotto il titolo The Child Is Father To…? si racconta dell’improvvisa gravidanza di Carol Danvers alias Miss Marvel: la donna si ritrova incinta e nel corso di pochi giorni pronta al travaglio. La creatura che nascerà avrà una crescita così rapida che in poche ore sembrerà raggiungere la maturità, un eloquio forbito e un’intelligenza fuori dal comune. A nascere si scoprì era Marcus, figlio di Immortus, viaggiatore temporale e nemico storico della squadra, che rivela di aver rapito Miss Marvel e di averla trasportata nella dimensione del Limbo, di cui l’uomo era prigioniero; una volta resa la donna inconsapevole di quanto stava accadendo, aveva messo la donna incinta, trasferendo la propria coscienza nel feto. In sostanza, quindi, Marcus è figlio di sé stesso. Dopo aver sventato un dissesto spazio – temporale provocato dalle azioni dell’uomo, i Vendicatori acconsentono con una certa superficialità alla decisione di Carol, che nel frattempo dichiara di essersi affezionata a Marcus, di seguire il suo rapitore nel Limbo. La storia, all’epoca della pubblicazione, sollevò un polverone: il personaggio di Miss Marvel veniva infatti trattato come un oggetto sessuale, lasciato alla mercé del suo violentatore dai suoi compagni Vendicatori, i quali sembravano mostrare addirittura un certo compiacimento per l’improvvisa gravidanza.

A scrivere la testata dell’eroina c’era allora Chris Claremont: che fu il primo a non fare segreto del suo sdegno per la storia, che mise alla berlina il comportamento del resto degli Avengers sottolineando contemporaneamente come la storia fosse contraria a tutto quanto sostenuto dal Comics Code, solo descritto in maniera non esplicita.

Senza dubbio, Avengers #200 è un albo con una storia tra le più complesse e moralmente ambigue della Marvel: oltre al comportamento sessualmente violento di Marcus -che in pratica stupra Miss Marvel con il preciso obiettivo di metterla incinta-, c’è anche un atteggiamento controverso da parte dei membri del gruppo. Uno dei primi a dirlo a voce alta fu proprio Claremont, all’epoca scrittore della serie a solo dell’eroina, che provocò dopo poco le scuse ufficiali di Shooter (cosceneggiatore della storia) che parlò di alcuni rimaneggiamenti dello script. X-Chris scrisse allora una storia “riparatrice”, su Avengers Annual 10 (Marvel Omnibus Avengers: Il Destino di Miss Marvel, ed. Panini Comics, nella quale Miss Marvel affronta con durezza i suoi ormai ex compagni.

Al netto di sbagli o meno, Avengers # 200 e Avengers Annual 10 rappresentano, ancora oggi, il nucleo pulsante della verità dei Vendicatori, ben riassunta nelle parole di Claremont sull’albo: eroi potentissimi eppure fallibili, semidei dal potere sovrumano ma vulnerabili nelle loro certezze emotive.

Crediamo di agire per il bene, ma abbiamo causato un danno irreparabile. Non importa cosa faranno i Vendicatori ora: le cose non saranno più certe, sicure come lo sono state. Mai più. Mi sento improvvisamente così vulnerabile, Carol era una mia amica, Visione! Ciò che mi fa tanto male è la consapevolezza di aver mancato nei suoi confronti.” dice Scarlet al marito, che risponde: “Wanda, ricorda cosa ci ha detto Carol. Oggi abbiamo appreso una triste verità su noi stessi. Ma come una spada a contatto col fuoco tempra la sua lama, così noi… come individui e come vendicatori… usciremo da questa esperienza più forti e la prossima volta, se ci sarà, non commetteremo lo stesso errore. Sia a noi che a Carol è concessa un’altra chance. Non sciupiamola.

Sono queste le parole che aprono e insieme suggellano gli anni ’80 degli Avengers. La cui testata, dopo il glorioso numero di anniversario, passa di mano in mano: potendo leggere così storie dimenticabili come le successive di Michelinie, ma anche di Bill Mantlo e Bob Budiansky, ad altre che vedono il momentaneo ritorno di Shooter (dal # 211 al # 224) e che sono nuovamente esempio della poetica dell’autore -il potere assoluto e l’assoluta corruzione- e che sono considerati dei momenti tra i più alti e drammatici del gruppo, nonché particolarmente attuali: sul # 231 (Marvel Omnibus Avengers: Il Processo di Hank Pym, ed. Panini Comics) c’è il finale di una lunga sottotrama che mette in crisi, dopo vent’anni, il rapporto fra Janet Van Dyne e il suo storico innamorato, Hank Pym.

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Quest’ultimo viene mostrato come un bipolare violento la cui malattia trova sfogo nel repentino e vorticoso cambio di identità e costume (prima Ant-Man, poi Hawkeye 2, poi Giant-Man, ancora Golia e poi Calabrone) e le cui frustrazioni come eroe si traducono in uno schiaffo alla moglie. Intanto nuovi membri trovano posto nella squadra, da She-Hulk a Spider Woman fino al ritorno di Occhio di Falco. Ma la serie non riesce ad avere né continuità artistica né narrativa, e vive un periodo convulso finchè con il # 227 non arriva il veterano Roger Stern a sistemare le cose.

VENDICATORI COAST TO COAST
(Avengers prima serie, 1983, #227- 300; Avengers West Coast, prima e seconda serie, 1988, #1/57)

Lo stile ben classico e denso di Stern era quello che serviva alle trame degli eroi più potenti della terra, che tornano ad essere coinvolti in trame ad ampissimo respiro e si confrontano nuovamente con i personaggi del lato cosmico della Marvel, come Starfox -fratello del più celebre Thanos, creato anni prima sulle pagine di Iron Man da Jim Starlin ma ancora lontano da questi lidi- o Sersi ed Ikaris degli Eterni. Manca ancora qualcosa, però, perché a disegnarne le gesta troviamo Al Milgrom, onesto artigiano dal segno plastico e anatomicamente molto vicino alla deformazione cartoonesca dei personaggi, che quindi nel # 255 viene sostituito dal grandissimo John Buscema, di ritorno sulla testata. Milgrom però non scompare affatto dall’orizzonte.

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Sul mensile principale, le trame di Stern mettono al centro dell’ordito Visione, il sintezoide creato da Thomas decenni prima che fin dall’inizio ha posto importanti e profondi quesiti sull’essenza dell’essere umano e dell’umanità, nonché su cosa sia in effetti a fare di noi quello che siamo. Lo stile di Stern si avvicina quantomai a quello del sorridente Lee: niente sofismi, solo storie di supereroi poco sperimentali che si pongono l’obiettivo di divertire, senza rinunciare a tratti a profonde analisi psicologiche dei personaggi. In questo ciclo, un ruolo preponderante lo svolgono Visione e Scarlet, e specialmente il primo, che è protagonista di una saga inquietante che avrà ripercussioni negli anni a venire: Visione Assoluta. (Marvel Omnibus Avenegrs: Visione Assoluta, ed. Panini Comics).

Il personaggio è tema ricorrente e sottotrama per quasi tutta la run, perché per una serie di motivi accresce il suo potere a discapito però del suo equilibrio psichico. Decide allora di impadronirsi di ogni tecnologia esistente sul pianeta, trasformandosi in un essere freddo e spietato che, se vuole con le intenzioni salvare il mondo, nella pratica tenta di controllarlo. Sono storie tra le più importanti di Stern ed il suo modo di scrivere agile e coinvolgente, che se da una parte all’inizio vengono penalizzate da Milgrom, subito dopo si esaltano con la potenza maestosa di Buscema.

La serie prende nuovamente il volo come vendite, e la Marvel decide per la prima volta di dedicare agli eroi una seconda testata spin-off, Avengers West Coast: un nuovo gruppo spostato però sulla cosa Ovest, con sede a Los Angeles, con nuovi e vecchi eroi in storie solari e piene di classico Marvel Style, a fare da contraltare alla serie ammiraglia, piena di continuity e spesso oscura nei toni.

Narrativamente, è proprio Visione che in accordo con il governo degli Stati Uniti decide di aprire una seconda filiale della squadra per essere più efficienti sul piano nazionale; artisticamente, il nuovo tema debutta in una mini di quattro numeri sempre firmata da Stern e Milgrom. Che un successo tale da spingere le alte sfere ad aprire una regular con lo stesso titolo, affidandola all’atra superstar vendicativa, Steve Englehart, con il fido Al Milgrom alle matite. Come la sorella, anche questa testata all’inizio si fa notare per i testi precisi e divertenti di Englehart (che sembra aver rinunciato a tutte le sue ossessioni politiche a favore di una narrazione fluida e felicemente superomistica), in un tripudio di costumi sgargianti e villain rumorosi. Sarà solo il solito John Byrne, su West Coast Avengers # 42 del 1988, a dare uno scossone alle storie che avrà l’effetto di un terremoto.

Il ciclo di Byrne su WCA, che dura fino al # 57 (Marvel Omnibus Avenegrs West Coast di John Byrne, ed. Panini Comics), è stato spesso citato in diversi manuali tecnici sul fumetto per la maestria con cui l’autore canadese ha saputo scrivere i personaggi, programmare la storia, impiantare le tavole e il layout: un lavoro di cesello raffinatissimo, preciso, da gran maestro, che al contempo o forse proprio per queste sue doti incredibili diventa incredibilmente fluido, accattivante, affascinante. Il ciclo di Byrne sui WCA ha fatto la storia, e non solo per l’altissima qualità del lato artistico ma anche per quanto è raccontato dentro: prendendo infatti spunto dal racconto Visione Assoluta di Stern, Byrne torna ancora una volta sulla coppia più mista del Marvel Universe approfondendone i risvolti psicologici e puntando il focus sulla malattia mentale come disfunzione biologica.

Memori di quanto da lui fatto poco tempo prima e della sua ormai acclarata pericolosità, i Governi decidono di rapire Visione. La moglie Scarlet inizia dunque a cercarlo disperatamente, mentre i due figli che intanto hanno avuto, sorvegliati da diverse tate, iniziano a sparire e riapparire misteriosamente. Wanda Maximoff ritroverà il marito, ma purtroppo solo dopo che in una base segreta era stato smantellato e completamente disassemblato. Una volta riappropriatosi dei vari componenti, il dott. Hank Pym tenta di rimettere insieme il sintezoide e ci riesce, scoprendo però che purtroppo la sua “coscienza” era stata cancellata. Nessuna più traccia, quindi, delle sue emozioni e del suo amore profondo e così combattivo per la moglie: un cambiamento radicale che si ritrova anche nel costume, che da verde e giallo diventa completamente bianco.

Come se non bastasse, la povera Scarlet scopre cosa si celava dietro le sparizioni dei suoi due bambini piccoli: essendo Visione un sintezoide, non era ovviamente possibile che la avesse ingravidare. La sua gravidanza si rivelò allora una gravidanza isterica, e i figli nati solo proiezioni del suo inconscio fatte carne grazie ai suoi poteri magici e allo zampino del demonio Pandemonius che quindi scompaiono nel nulla una volta svelato l’inganno.

Alla fine di questa saga, tutti gli eroi saranno insomma profondamente diversi e pronti ad affrontare i problematici ed oscuri anni Novanta.

GLI ANNI OSCURI:  LA MAHD W’YRY E ALTRE STORIE
(Avengers, prima serie, 1991, #334/402)

Dopo Byrne, su WCA è il turno di del sempreverde Roy Thomas: che, consapevole della svolta dark degli eroi, sposta le avventure verso orizzonti più estremi, pur nell’ambito di un mainstream superomistico, supportato dal tratto di Dave Ross, classico ma con suggestioni moderne, ben adatto al target. La serie si conclude nel 1994 con il # 102 (Vendicatori # 22 – La fine dei Vendicatori della Costa Ovest!, ed. Marvel Italia), unico scritto da Dan Abnett e Andy Lanning, con una storia dal sapore dolceamaro che vede lo scontro quasi metaforico tra Capitan America e U.S. Agent, sorta di rimpiazzo filogovernativo del discobolo più famoso che fin dal costume (molto simile a quello di Steve Roger, ma virato sul nero) si contrappone, con fare filonazista, agli ideali democratici del suo alter ego.

Sull’ammiraglia, intanto, Stern prosegue senza scossoni il suo corso fino al #287, e nel 1988 viene rimpiazzato da Walt Simonson e John Byrne per una manciata di numeri: i due grandissimi autori non fanno altro, però, che ruotare il roaster della formazione del gruppo inserendo elementi estranei al concept come Susan Storm e Reed Richards dei Fantastici Quattro e addirittura Gilgamesh. Nessuno di loro sembra interessato più di tanto alla permanenza sulla testata che infatti è particolarmente breve e insignificante: così come le avventure immediatamente successive, rocambolesche nei turning point che vedono susseguirsi ai testi Fabian Nicieza, Larry Hama, Mark Gruenwald, e ai disegni Rick Levins e Paul Ryan, tutti onesti artigiani che proseguono il sentiero aperto da Stern (ovvero quello di una testata che non vuole osare e che si adagia sulla fama dei protagonisti, affiancando guest star più o meno celebri, ma sempre con un taglio apertamente innocuo). Tutto come per tenere il posto caldo per Bob Harras, che prende in mano i destini dei personaggi con il #334 e che porta gli Avengers classici verso la loro vera rivoluzione moderna.

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Il nome di Harras è spesso e volentieri associato a ruoli manageriali, perché è stato il “capo” della Marvel dal 1995 al 2000 e perché fino a poco tempo fa ha guidato anche la DC Comics. Durante il suo “regno” alla casa di Park Avenue, fu editor delle testate mutanti che sotto di lui vissero il loro momento di massima popolarità mai più raggiunto dopo. E questo nonostante la sua abilità come sceneggiatore non sia affatto secondaria né di poco conto, sottolineando che fu lui a tenere a galla la testata dedicata al principe di Atlantide, Namor, dopo l’abbandono di Byrne, e fu sempre lui a scrivere la storia definitiva di Nick Fury (Marvel History: Nick Fury VS SHIELD, ed. Marvel Italia) che ancora oggi è un piccolo gioiello nonostante i disegni rigidi e poco espressivi di Paul Neary (colpevoli anzi di non aver fatto diventare la saga un vero e proprio capolavoro).

Tornando al successo dei mutanti, in quel periodo in Marvel tutti vivevano un po’ di luce riflessa, come gli Avengers che appunto vivacchiavano ben lontani dalle rivoluzioni di qualche anno prima. Ci volle quindi l’arrivo di Bob (allora in procinto di divenire editor in chef della Marvel) per dare un forte scossone ad una serie incapace da anni di catturare l’attenzione di pubblico e critica.

Harras aveva quel tocco in più: certo la permanenza nel mondo degli X-Men aveva affinato il suo gusto su storie emotivamente coinvolgenti, che contavano sullo sviluppo intimo dei personaggi prima ancora che sugli avvenimenti esterni, e che anzi anticipava e provocava gli accadimenti superomistici veri e propri. Prese allora il gruppo e innestò personaggi “minori”, non titolari di testate e con cui quindi poteva avere libertà di manovra libero dalla continuity interna (il Cavaliere Nero, Ercole, Sersi degli Eterni, Crystal degli Inumani…) insieme ad uno dei character più riusciti tout court della Marvel (Visione) e che meglio si prestava a riflessioni importanti  –che come abbiamo visto aveva dimostrato con Shooter, Stern, Byrne, Thomas -, ideando così una saga di ampissimo respiro che coinvolgesse i personaggi e i lettori, stravolgendone il loro mondo interiore.

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L’innovazione di quella che sarebbe diventata la Saga di Proctor o de I Raccoglitori (Marvel History: La Saga Di Proctor, ed. Panini Comics) non passava quindi da stravolgimenti assoluti come quelli che, vedremo in seguito, provocherà Bendis, ma operava in maniera più sottile eppure alla lunga più dirompente: perché se Bendis avrebbe avuto il problema di portare avanti le sue trame dopo la fortissima spinta iniziale della dissoluzione totale del team, Harras innestò sottotrame che conducevano in automatico sviluppi narrativi dalla portata ampissima e che potenzialmente potevano reggere le storie per anni e anni (come in effetti fu).

Fu così che lentamente membri fino ad allora sottoutilizzati, uno su tutti il Cavaliere Nero di Dane Whitman, divennero il centro emozionale di una storia frenetica che non lasciava spazio alla noia: sequenze action erano perfettamente amalgamate con altre più introspettive, l’evoluzione drammatica delle relazioni era condotta senza soluzione di continuità con il progredire di una storia fitta di misteri e sottintesi.

Esemplari gli episodi #356-357, un dittico perfettamente congegnato che fila ancora oggi come un orologio senza perdere un colpo, e che alterna (addirittura senza l’utilizzo esplicativo delle didascalie) lotte mortali in Wakanda e dialoghi intensi nell’Avengers Mansion, e ancora un party mondano con l’arrivo, enigmatico e visivamente potentissimo, di Uatu l’Osservatore.

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E nonostante le evidenti ma apparenti vicinanze, poco a che fare avevano questi Avengers con gli X-Men: perché mentre lì l’emozione e il coinvolgimento nascevano dalla condizione sociale da emarginati dei protagonisti, qui lo status di “semidei” dei personaggi principali è più difficoltoso da declinare per creare empatia con i lettori (cosa che in fondo come abbiamo spiegato è comune a tutte le storie dei Vendicatori). L’autore ci riesce però benissimo, costruendo poco a poco la tensione, scavando a fondo nelle psicologie dei personaggi, approfondendoli senza snaturarli, e alla fine restituendo persone e non personaggi, che in pieno Marvel-style sono esseri umani nonostante i loro superpoteri.

I ranghi dei Vendicatori sono sempre frutto di una rotazione: quando entrano allora Ercole, Cavaliere Nero, Crystal, Sersi, e Visione, della vecchia guardia sembra restare solo Capitan America e Vedova Nera, mentre Thor (sotto la cui maschera temporanea si celava all’epoca l’inesperto Eric Masterson) si allontana per problemi personali. In questo frangente, il gruppo è attaccato dallo Spadaccino, ex membro morto molto tempo prima, e Magdalene: i loro scopi sono misteriosi così come i loro alleati, i Raccoglitori, un gruppo sotto la guida del potentissimo ed enigmatico Proctor e che si muove attraverso gli universi paralleli. Inizia allora una sfida sottile e mortale, all’interno della quale ogni membro del gruppo si troverà a dover far fronte alle sue pulsioni più oscure mentre l’Eterna Sersi dovrà affrontare la maledizione del suo popolo, la Mahd W’Yry, in attesa di scoprire i veri piani del loro nemico.

La Saga Di Proctor mette in campo i personaggi al loro meglio, come forse nessun altro autore successivo è riuscito a fare: senza dubbio Sersi) ma anche il Cavaliere Nero e Crystal, ripresi in più run ma mai così approfonditi e realistici, così come Ercole; mentre Visione è forse il personaggio che esce dalla storia con le conseguenze più importanti (perdendo definitivamente l’aspetto biancastro e tornando ai classici colori verde-rosso).

Ad ogni modo, le trame congegnate da Harras sono un mix irresistibile di passione e morte: dall’invenzione – spettacolare e purtroppo mai più ripresa da nessuno sceneggiatore – della Mahd W’Yry degli Eterni, fino ai triangoli/quadrilateri amorosi, vero e proprio fulcro di tutto il tessuto narrativo, che fondamentalmente stanno alla base di tutto il ciclo.

Anzi, forse si può azzardare e dire che il progressivo svestimento dalla natura coatta di invincibili semidei venga proprio da qui, e da questa storia che fece salire vertiginosamente le quotazioni del suo disegnatore principale. Parliamo ovviamente di Steve Epting, illustratore principale della storia, che iniziò nel 1995 la sua crescita artistica per arrivare poi alla piena maturazione con altre storie epocali, sempre in zona vendicativa, come La Morte di Capitan America: qui si svincola definitivamente dal debito con Gene Colan, e le sue matte ripassate dal veterano Tom Palmer, acquistano quella plasticità moderna che viene però da una struttura anatomica profondamente classica. La Saga di Proctor è quindi inevitabilmente, inestricabilmente legata alle espressioni mobili e sfuggenti delle matite di Epting, alle sue occhiate taglienti e profonde, all’impianto della sua tavola allo stesso tempo classica (le 6 vignette per pagina) ma che a tratti prende il volo prendendo il possesso della storia, ampliandosi o riducendosi a seconda della necessità.

Epting è perfetto per tratteggiare i personaggi in scena, donandogli quella sensualità necessaria ad una storia che gioca tutto sugli istinti primevi: perché in fondo, la vendetta di Proctor non è altro che la vendetta di un innamorato respinto, che mostra come ogni battaglia umana venga sempre dalle pulsioni del cuore, motore (im)mobile di ogni nostra azione.

Impossibile poi non sottolineare all’interno della run una delle storie in assoluto più belle sugli Avengers e sulla Visione in particolare: parliamo di Legami di Famiglia su Avengers #348, sorta di fill-in anomalo e struggente nel quale nemmeno le pesanti matite di Kirk Jarvinen riescono minimamente a scalfire la forza di una storia intrisa di commozione.

Avengers #343/375 è un blocco unico di storie dalla potenza ancora oggi intatta, e che ha cambiato per sempre la percezione che si aveva del gruppo in termini di postmodernismo: umani, troppo umani, profondamente simili a tutto il resto del Marvel Universe ma al tempo stesso profondamente diversi, unici nelle loro abissali profondità.

Harras restò sulla testata per un’altra manciata di storie, traghettando gli eroi fino a La Traversata, crossover con altri serial vendicativi che partì benissimo ma finì malissimo: una buona idea di base che venne però pasticciata, ma portò la serie fino al suo ultimo numero, il 500.

avengers la traversata

probabilmente complice il fatto che l’azienda, all’epoca, non navigava in buonissime acque, tanto che era pronto l’affidamento da parte della Marvel di alcune testate storiche (come Avengers, appunto, ma anche Captain America, Thor, Iron Man e Fantastic Four) a studios esterni come quelli della Image, “regalando” di fatto i personaggi e la loro realizzazione ad autori come Jim Lee e Rob Liefeld.

Iniziava così La Rinascita degli Eroi.

UN NUOVO UNIVERSO
(Avengers 2^ serie, 1996, # 1/13, Avengers 3^ serie, 1997, #1/84)

Nel 1996, infatti, la Marvel fu costretta a dichiarare bancarotta: la crisi finanziaria in cui versava l’azienda fu risanata da Ike Perlmutter, che riuscì a prendere il controllo dell’azienda facendola risollevare e trasformandola pian piano nel colosso dell’intrattenimento che è oggi.

Tra il 1989 e il 1993 i comics avevano avuto un’espansione clamorosa grazie al collezionismo esasperato, spinto dalle copertine variant e le successive speculazioni. Nasce intanto l’Image Comics, le vendite nelle edicole erano dominate dagli X-Men (anche grazie a X-Men #1, vendutissimo anche per le suddette variant) e la distribuzione era al caos: era inevitabile che la bolla speculativa esplodesse, causando una tragica flessione delle vendite che portò prima al crossover Marvel VS DC delle due case editrici unite, poi ad uno sforzo produttivo della Marvel stessa che, per uscire dal pantano di vendite in cui ristagnavano la maggior parte delle testate (alcune abbandonate a sé stesse, come proprio Avengers dopo la bomba Harras tralasciate nelle mani di Kavanagh e della deludente Traversata), affidò “in appalto” le sue quattro serie storiche a disegnatori esterni: Jim Lee prese Fantastic Four, Whilce Portacio Iron Man, Rob Liefeld Captain America e Avengers. L’operazione, denominata Heroes Reborn, fu però un disastro totale: le testate annaspavano, Liefeld e Lee lavorando “su commissione” scrissero storie che per reinventare la tradizione tradirono lo spirito originario e deragliarono completamente; le vendite barcollarono.

Il contratto di Liefeld allora vene rescisso, Jim Lee sopravvisse a fatica fino al # 12, l’operazione fu a conti fatti un disastro totale, con gli uffici della Marvel in subbuglio e i team editoriali precedenti in subbuglio e in lotta con la casa editrice per essersi visti levare le testate affidandole ad autori “esterni”. Era tempo di correre ai ripari: le quattro testate storiche furono allora affidate a nuovi team creativi, sotto l’etichetta Heroes Return.

Prima di Reborn, narrativamente, l’evento Onslaught pensato da Scott Lobdell per le testate mutanti fu allargato fino a comprendere anche le altre: in questo modo, Onslaught (versione malvagia e corrotta del prof. Xavier) ebbe modo di “uccidere” gli Avengers che in realtà erano stati trasportati dal potentissimo Franklin Richards in una sorta di universo tascabile creato ad hoc proprio dal ragazzino: e fu proprio in quell’universo parallelo che gli Eroi vissero le avventure “fuori continuity” dell’etichetta Heroes Reborn.

Con Heroes Return, Cap, Iron Man e gli Avengers tornarono quindi nel mondo “reale” (Terra 616, la nostra per intenderci): fu questo l’espediente narrativo utilizzato dagli autori per far ripartire nuovamente da 1 le testate che annaspavano. Captain America fu affidato a chi, prima del terremoto editoriale e finanziario, lo stava scrivendo con risultati egregi: Mark Waid tornò sulla serie dello scudiero continuando a scrivere episodi eccellenti, coadiuvato dalle matite di Ron Garney; su Iron Man arrivò Kurt Busiek, che nell’anno precedente si era fatto notare con la sperimentale, innovativa e bellissima Thunderbolts, con i disegni di Sean Chen; Thor partì diversi mesi dopo le altre, ma con un team di tutto rispetto formato da Dan Jurgens (l’uomo che aveva ucciso Superman!) e John Romita Jr. ma il botto lo fece proprio Avengers: dopo anni di incertezze, sempre Busiek iniziò a narrare le gesta del gruppo, e fu un successo epocale, ancora oggi tra le run migliori.

Il prestigioso team creativo vedeva un grandissimo maestro come George Perez, vecchia conoscenza della testata, al tavolo da disegno: e Busiek partì alla grande con tre episodi strettamente interconnessi che portavano in scena tutti (sic!)i Vendicatori che avevano militato nel gruppo, mirando a stupire i lettori e raccontando allo stesso tempo una storia intrigante. Con trame che iniziarono a levitare col tempo: gli approfondimenti arrivarono a poco a poco, concentrandosi su personaggi come Scarlet, Visione e Miss Marvel, pescando a piene mani dalla continuity del mensile e restaurando una sorta di classicismo narrativo, forse anche grazie alle matite magiche del disegnatore, che diede un ritmo ben preciso alle storie con la sua abilità nella costruzione della pagina e il variare del numero delle vignette. Finalmente, i Vendicatori riemergono dal ruolo secondario imposto precedentemente in tempi di successi mutanti, e per la serie è un momento d’oro.

Busiek, profondo conoscitore della storia Marvel, offre spunti a raffica, riprende il super villain Ultron donandogli nuova grandezza, rispolvera triangolazioni sentimentali (su tutti, Scarlet, Visione e Wonder Man), e scrive storie vigorose, coerenti e con personaggi non più abbozzati ma che sembrano uscire dalla pagina: la serie riprende finalmente quota. La gestione va avanti fino al 1997 e al numero 56 (Marvel Greatest Hits: Avengers di Kurt Busiek, 4 volumi, ed. Panini Comics), con ben cinque anni di storie, finchè ai testi non arriva Geoff Johns. Il merito di Busiek e Perez restava quello di aver attinto a quella che era l’essenza storica del gruppo con enorme amore e competenza, e la loro run fu in pratica il testamento per quella che fino all’alba degli anni Duemila era considerata la concezione classica dei Vendicatori.

Se quindi il periodo Busiek si era quindi contraddistinto con una restaurazione classica, Johns va in direzione contraria, anche se in maniera larvata: i disegni sono affidati prima a Kieron Dwyer (figliastro di John Byrne), poi a Gary Frank e infine ad Oliver Copiel, in un crescendo eccezionale, che nonostante si inserisce in piena continuità sottilmente innesta spunti oscuri nelle storie, con un taglio molto moderno e caratterizzazioni perfette che umanizzano ancora di più i singoli personaggi, portandoli di fatto nel nuovo secolo, fino al #76. Un ciclo di storie entusiasmante (Marvel Greatest Hits: Avengers Nuove Alleanze, ed. Panini Comics) sotto il titolo di Strane alleanze: una storia che si incastona dentro le macchinazioni dell’autore di Astro City nella sua ultima saga La Dinastia Di Kang, caricando però gli assetti del gruppo di fortissime valenza politiche, riuscendo a creare delle dinamiche funzionali tra membri classicissimi come Cap e personaggi secondari solo per esposizione pubblica come Fante di Cuori o il secondo Ant-Man.

L’ultima saga, forse la migliore, è Zona Rossa (disegnata da Coipel): e probabilmente, se Johns avesse potuto rimanere più a lungo, sarebbe stato capace di sviluppare ulteriormente le sue trame e i suoi sottotesti così ancorati alla politica e così di ampio respiro. Cosa che non fu resa possibile dall’arrivo di colui che distrusse definitivamente gli Avengers classici portandoli ex abrupto nel Nuovo Millennio: parliamo ovviamente di Brian Michael Bendis con la sua leggendaria Avengers Disassembled.

I VENDICATORI SONO MORTI, VIVA I VENDICATORI!

(Avengers 3^ serie, 2004, #500/504, Avengers 4^ serie, 2004, # 1/34, The New Avengers 2004, # 1/50, The New Avengers 2^ serie 2010, # 1/34, Young Avengers 2005, #1/16, Mighty Avengers 2007 # 1/36, Dark Avengers 2009, # 1/12, Uncanny Avengers 1^ serie #1/36,)

Nel 2008 esce al cinema Iron Man di John Favreau: nessuno lo sapeva, ma il mondo non sarebbe stato più lo stesso.

Nel novembre del 2020 viene rilasciato sulla piattaforma Disney+ il documentario Marvel 616: una celebrazione degli ottant’anni della Marvel Comics (partendo dagli anni ’30 della Timely) che però mostra il trionfo che è oggi la casa editrice, officina di quello che forse è l’unico vero pantheon di una moderna mitologia che spazia dalla carta stampata e arriva fino agli snack. La Marvel ha certo dettato legge nel mercato fumettistico da praticamente sempre, dalle vendita ai trend: certo è che una buona spinta al suo incredibile successo nel Ventunesimo secolo l’ha dato il MCU, ovvero il Marvel Cinematic Universe, il primo universo condiviso cinematografico su scala mondiale, che è cominciato proprio nel 2008.

Facciamo un piccolo passo indietro.

Nel 2004 la Marvel decide di affidare la testata storica dei vendicatori al giovane Brian Bendis, autore dai tratti geniali che aveva dato bella mostra di sé su Sam & Twitch della Image (spinoff di Spawn) ma soprattutto sulla bellissima Powers, serie creator-owned. Suo tratto distintivo sono i dialoghi: fuori da ogni schema, anticonvenzionali, vicinissimi al parlato comune, i dialoghi di Bendis occupano pagine e pagine e con la loro struttura inedita sconvolgono anche l’ordine delle vignette: i disegni sono veramente dipendenti dal testo, ora, e a volte per diverse pagine l’immagine resta ferma -magari su un primo piano- mentre a cambiare sono solo le parole. Certo, le sue opere non sono una confezione bellissima con dentro niente, perché Bendis si ancora all’attualità più stretta dell’America più contemporanea, e mette in scena un quadro urban quanto mai disturbante nella sua reale drammaticità. Oltretutto, la sua prosa svicola tra colpi di scena fortissimi che segnano il percorso. Una narrazione quanto mai lontanissima dalla Marvel e soprattutto dagli Avengers, il cui massimo della modernità fino ad allora erano stati i triangoli amorosi di Bob Harras e le sottotrame politiche di Geoff Jhons. Facile immaginare allora il putiferio che scoppia quando proprio lo scrittore di Cleveland viene portato sull’ammiraglia di mamma Marvel, la spina dorsale dell’Universo a fumetti più famoso al mondo.

La numerazione della serie, dopo i vari starting point di Liefeld, Busiek e Johns, torna quella originale giusto in tempo per celebrare il numero 500 e vedere l’inizio della saga più drammatica e sconvolgente del gruppo, ovvero Avengers Disassembled (Grandi Eventi Marvel: Avengers Divisi, ed. Panini Comics), una storia potente e devastante che mette realmente fine al gruppo per come lo conoscevamo, e probabilmente per sempre.

Da Avengers Disassembled non si torna indietro: a distanza di sedici anni, nessuno scrittore che si è cimentato sugli eroi ha più potuto fare a meno di confrontarsi con la rivoluzione di Bendis, tanto profonda e radicale è stata a livello concettuale ancor prima che narrativo e commerciale, ed oggi ormai gli Avengers non possono più essere visti come uguali a quelli pre-Bendis. Nonostante le buonissime storie scritte da Johns, gli Avengers ritornavano ad arrancare nelle vendite e nel gradimento del grosso pubblico: avendo carta bianca dagli editor, Bendis decide allora di smontare pezzo per pezzo il gruppo, colpendo ogni personaggio nel suo punto debole per riportare i Vendicatori al loro concept di origine, e quindi rifondarli lasciandoli nuovi ma fedeli a sé stessi. Un’impresa non facile che si muoveva su un confine labilissimo: The Crossing (La Traversata, su Iron Man & I Vendicaotri 10/13, ed. Marvel Italia) aveva tentato di fare lo stesso ed era fallita miseramente sotto il peso delle sue stesse intenzioni. La cover del primo numero riporta allora la classica A del logo in frantumi sotto la scritta “disassembled”: i Vendicatori vengono distrutti dall’interno, manipolati da una sola persona che stravolge la vita del supergruppo, membri defunti tornano in vita per ucciderne altri, con la consapevolezza profonda che niente potrà essere come prima.

È un po’ il Nuovo che sorpassa il Vecchio, il Figlio che uccide metaforicamente il Padre: un processo inevitabile per andare avanti, doloroso quanto necessario. I disegni di David Finch sono quanto di più moderno e cool si potesse immaginare all’epoca, lontanissimi dallo stile solitamente visto sulla testata, i testi di Bendis sono affilati e taglienti, con un ritmo cinematografico e mozzafiato: tutto perfettamente funzionale ad una trama che tocca il cuore del celebre gruppo Marvel, che nelle ultime pagine di Avengers # 504 si guarda intorno e vede solo macerie e ferite (fisiche e psicologiche), rendendo necessario un rifondamento.

Il successo della saga è travolgente, e segna un vero e proprio spartiacque per gli Avengers e per la Marvel stessa.

Bendis non solo resta alla guida del mensile per altri cinque anni, ma inventa un nuovo modo di programmare editorialmente tutte le testate riportando in auge come non mai il concetto di continuity per come inventato da Stan Lee: se una buccia di banana cadeva per terra sulle pagine di Amazing Spider-Man, qualcuno ci sarebbe scivolato sopra sulle pagine di Thor.

La programmazione editoriale diventa allora sempre più coesa, le trame partono dalla testata Avengers (quarta serie # 1/34, New Avengers prima serie 1/50) per dipanarsi su tutte le altre, mentre con cadenza che da annuale passa quasi a semestrale la saga portante dei Vendicatori diventa la storia che porta avanti a poco a poco la trama generale dell’interno Marvel Universe.

Bendis, da attento pianificatore, dissemina le sue storie di indizi che germogliando creano le storie future: è così che nel primo numero di The New Avengers, la testata che si sostituisce alla storica Avengers (testi di Brian e matite sempre di Finch), si parla di misteri che si risolveranno solo anni dopo.

The New Avengers diventa allora il perno intorno a cui ruota tutto il resto: e non parliamo solo delle testate degli eroi, ma anche di nuovissimi spinoff del gruppo principale, spesso e volentieri opera del prolificissimo Bendis. Nascono in questo periodo The Mighty Avengers, Dark Avengers, Secret Avengers, Young Avengers, scritte e disegnate dagli autori più bravi e di moda (da Allan Heinberg a Jim Cheung, da Frank Cho a Mike Deodato Jr) : tutte baciate da un’incredibile successo che riportano gli eroi al primo posto delle classifiche di vendite e di gradimento, scalzando quei mutanti che avevano contrassegnato gli anni ’90 dettando loro un mood di morte & disperazione. La parola d’ordine qui invece è politica&attualità: l’universo Marvel torna allora a ricalcare le importanti rivoluzioni sociali che gli succedono intorno, proprio come nella Silver age degli Anni Settanta, idea che tanta fortuna aveva portato alla casa editrice e ai suoi fumetti. Capitan America, portabandiera degli Avengers, muore e la sua testata diventa la migliore della Marvel (ruolo che riveste tutt’ora, insieme ad altre) con un intricatissimo plot di spie, servizi segreti, cospirazioni politiche e triangolazioni superomistiche; la serie del gruppo segue a ruota, sfornando eventi bigger than life che segnano la Marvel e il costume dell’epoca.

Siamo nel periodo d’oro di Secret Invasion (Grandi Eventi Marvel: Secret Invasion, ed. Panini Comics), che parte da un concept che ha sempre serpeggiato nel parco testate ma non era mai, fino a Bendis, assurto a trama principale; e soprattutto di Civil War (Grandi Eventi Marvel: Civil War, ed. Panini Comics), la saga più caratterizzante della nuova Marvel, politica fin dal titolo, che mette in chiaro una volta per tutte che non esistono più eroi o villain, ma solo persone che a seconda delle occasioni che si prospettano rivestono un ruolo piuttosto che un altro. La Guerra Civile dei supereroi è scritta da Mark Millar, che utilizza alla perfezione il suo stile a metà strada fra iconoclastia e politica: e mette in scena uno scontro durissimo, figlio delle innumerevole volte che i due si sono scontrati ideologicamente negli anni, fra Capitan America e Iron Man, il progressista e il repubblicano, l’apocalittico e l’integrato. Disegnata benissimo da Steve McNiven, la saga si conclude con la citata morte di Cap, ma rimane a tutt’oggi un passaggio fondamentale tra il vecchio mondo della Marvel, quello dell’assetto postbellico, e il mondo nuovo e postmoderno, quello globalizzato dove niente è definito e tutto si perde nelle sfumature. È il periodo di Homeland, di 24, dei telefilm che in televisione seguono l’ombra lunga dell’11 settembre, evento che cambia il mondo e la percezione del pericolo e della politica internazionale.

Insomma, dal # 500 con Avengers Disassembled, la testata storica dei supereroi Marvel diventa portabandiera di un nuovo modo di vivere e di approcciarsi alla realtà, per il mezzo dei fumetti.

E mentre Bendis sconvolgeva le pagine disegnate, i progressi tecnici su grande schermo facevano si che il Marvel Universe sbarcasse  al cinema portando tutto il suo enorme bagaglio di storie ma soprattutto la sua innovazione narrativa: insieme ai supereroi con i superpoteri, la portata rivoluzionaria dell’Universo a fumetti creato da Stan Lee stava nell’essere un universo condiviso tra più testate ed eroi. Mai prima d’ora si era vista una cosa del genere al cinema, o quantomeno mai nelle proporzioni con cui la Marvel l’ha proposta: a partire da Iron Man di John Favreau del 2008, i Marvel Studios ha iniziato a produrre film di lungometraggio sempre più grandi nelle concezioni e nei risultati, arrivando persino ad avere un cinecomic (Black Panther) nominato agli Oscar e un altro (Avengers: Endgame) come il più grane incasso della storia del cinema.

Ma andando con ordine: il film sul vendicatore d’oro, seguito dal secondo capitolo nel 2010, da quello su Thor (con la regia di Kenneth Branagh) e quello su Capitan America nel 2011, pongono le basi per trasportare nella sala cinematografica tutta la magia dei supereroi Marvel, riportando l’attenzione sul primo e più grande supergruppo della casa editrice. È un periodo, quello compreso tra il 2004 e il 2013, di massima espansione commerciale del gruppo: i film creano un’ondata di entusiasmo che ancora oggi monta e cresce (Endgame nel 2019 ha saputo riportare i film in sala come !rito collettivo”), le testate si moltiplicano esponenzialmente senza avere il minimo segno di cedimento.

Avengers (4^ serie, #1/33, in Italia su 100% Marvel – Avengers vol. 1/5, ed. Panini Comics), Dark Avengers (# 1/12, in Italia su 100% Marvel – Dark Avengers vol. 1, ed. Panini Comics), New Avengers (1^ serie, # 1/50, su 100% Marvel – New Avengers vol. 1/4, ed. Panini Comics) e Mighty Avengers (1^ serie, # 1/20, su 100% Marvel – I Potenti Vendicatori, vol. 1, ed. Panini Comics) saldamente in mano a Bendis -che con 121 volumi in totale diventa l’autore che ha scritto più albi singoli nella storia dei Vendicatori-; Avengers The Initiative (su Avengers: L’Iniziativa, Marvel Mega 44-49-52-79-84-88, ed. Panini Comics) con Dan Slott; Young Avengers (su I Giovani Vendicatori, Marvel Mix 61/64, ed. Panini Comics) di Heinberg; Avengers Academy (su Marvel Icon 1-5-7, ed. Panini Comics) di Christos Gage; Secret Avengers (100% Marvel, Vendicatori Segreti, ed. Panini Comics) con Warren Ellis ed Ed Brubaker; ed Uncanny Avengers (Incredibili Avengers vol. 1/4, ed. Panini Comics) di Rick Remender.

uncanny avengers

Se ognuna delle serie riesce, incredibilmente, a mantenere una qualità medio/alta, le punte di eccellenza si raggiungono con alcune cose di Bendis e con Uncanny di Remender: prendendo in prestito l’aggettivo del team mutante, il buon Rick si concentra su una squadra che mescola senza soluzione di continuità membri storici dei due gruppi, con trame che prendono il meglio della tradizione di ognuna. Oltretutto, la serie viene utilizzata per chiarire (???) il complicato rapporto tra Wanda Maximoff, il fratello Pietro e il padre putativo, Magneto: ma nella speranza di chiarire le parentele, alla fine la famiglia diventerà ancora più problematica.

Ad ogni modo, è una fase che non conosce saturazione, complice il fatto che ogni testata è curatissima sotto l’aspetto grafico ma soprattutto scritta da grandissimi autori; mentre Bendis supervisiona tutto, in quanto la Marvel gli affida la restaurazione della continuity (che ruota tutta intorno al gruppo) e la conduzione delle trame.

dark reign

I crossover diventano, come detto sopra, un appuntamento semestrale, dei turning point narrativi con i quali lo stesso Bendis dà le direzioni ai singoli albi (una macrostoria che guida le altre minori), e si assiste quindi a bestseller in crescendo: partendo con Guerra Segreta (una sorta di prodromo sotto mentite spoglie), passando per Vendicatori Divisi, e poi con House Of M (dove Wanda Maximoff impazzisce, cancella la quasi totalità della popolazione mutante e alla fine scompare), passando da Civil War (con la creazione del famigerato Atto di Registrazione dei Supereroi e la separazione etica definitiva tra Capitan America e Iron Man), Secret Invasion (dove si scopre che buona parte della comunità supereroica è composta da Skrull sotto copertura, e solo il malvagio Norman Osborn debellerà la minaccia prendendo possesso dello Shield), Dark Reign (con l’instaurazione del potere politico di Osborn e il conseguente “condono” politico e legale per i supercattivi, che legato all’Atto di Registrazione porta a rendere i supereroi dei fuorilegge), finendo con Assedio (Osborn viene definitivamente spodestato).

Siamo nel 2009, e gli Avengers di Bendis sono una superpotenza commerciale nonché -nuovamente, come agli albori- la spina dorsale di tutta la continuità narrativa del Marvel Universe.

AGE OF AVENGERS

(Avengers 5^ serie #1/44, The New Avengers 3^ serie #1/33, All New All Different Avengers # 1/15, Avengers 7^ serie 1/11, 672/690, Avengers 6^, 7^, 8^ serie, All New All Different Avengers 1^ serie, U.S.Avengers 1^ serie, Savage Avengers 1^ serie)

Assedio non è l’ultimo crossover di Bendis, né tantomeno l’ultimo che coinvolge il gruppo, ancor meno l’ultimo che continua a funzionare da macrostoria all’interno della quale far muovere le principali trame del Marvel Universe.

Nel 2011 è la volta di Fear Itself (opera di Matt Fraction), storyline ideata da Thor ma che poi si amplia a tutti gli eroi; nel 2012, AvX, sempre di Bendis, che vede contrapporsi Avengers e X-Men in uno scontro narrativo che ricalca un po’ quello editoriale, dove il supergruppo di Cap sembra ormai aver spodestato i mutanti sul trono delle vendite; nel 2013 ancora Bendis con Age Of Ultron, il ritorno (definitivo?) del robot creato da Hank Pym che ha creato Visione, in una bella storia un po’ sottovalutata e che segna il canto del cigno di Brian Bendis.

avengers age of ultron

Sulla testata principale l’arco narrativo dell’autore di Avengers Disassembled, iniziato con la storia che ha distrutto la concezione di Vendicatore classica, si conclude, ma per un autore che va via un altro forse ancora più grande ne arriva: è infatti il turno di Jonathan Hickman, eccellente scrittore portato per la sci-fi di ampio respiro che aveva già rivitalizzato la testata degli FQ e che su quella degli Avengers resterà per tre, intensissimi anni.

Avengers 1

Facendo sua la lezione sull’importanza della continuity dettata da Bendis, Hickman tesse una trama dall’ordito enorme, creando un vero e proprio punto di non-ritorno narrativo e storico: Hickman prende in mano sia Avengers(Marvel Omnibus: Avengers di Hickman, MONDO AVENGERS, ed. Panini Comics) che New Avengers (New Avengers, voll. 1/4, ed. Panini Comics), e da AvX inizia a scrivere una storia mosaico a tratti enigmatica nella sua totemica incomprensibilità ma entusiasmante per il respiro letterario e narrativo.

new avengers 1

Ogni piccolo elemento ha un suo posto all’interno della macrostoria, e l’interazione con il lettore è sempre più estrema e sofisticata in quanto lo scrittore ha l’abitudine di non lasciare nessun facile punto di accesso per i lettori, che devono fare la massima attenzione ad ogni dettaglio per ricomporre (cosa possibile solo alla fine della run) l’intero puzzle dove tutto ha un senso ma poco viene realmente spiegato. Tutte le storie passano allora prima dal crossover stagionale Infinity, (Grandi Eventi Marvel: Infinity, ed. Panini Comics) uno dei meglio orchestrati dell’intero periodo che riporta Thanos nelle storie Marvel -mentre sul grande schermo diventa il villain centrale-, per poi confluire nell’affresco Secret Wars, storia memorabile e punto di svolta dell’interno Universo. I due mensili Avengers e New Avengers si coordinano per raccontare la stessa storia da due punti di vista differenti: e sei mesi prima del gran finale, in copertina appare lo strillo Tra sei mesi…il tempo finisce!, in un countdown eccitante e avvincente.

Alla fine, riprendendo il titolo della leggendaria miniserie Marvel Super-Hero Secret Wars del geniale Jim Shooter e Mike Zeck, Hickman conduce le sue storie a compimento dirottando gli eroi verso la vera e propria fine del mondo: dalla quale si salvano solo alcuni personaggi, traghettati su un’astronave che si dirige ai confini del multiverso e si ritrova alla fine in un mondo-puzzle, dove ogni continente è parte di una vecchia storyline: da Civil War all’Era di Apocalisse, da giorni di Un Futuro Passato a Marvel 1602, passando per Futuro Imperfetto e la Guerra Delle Armature. Bizzarro a dirsi, perfetto a realizzarsi: la miniserie è un successo, e Hickman scrive un canto del cigno degli Avengers impeccabile, intenso, illustrato dal croato Esad Ribic in stato di grazia.

Secret Wars (Secret Wars, ed. Panini Comics), oltre ad essere una storia bellissima, è una specie di turning point fondamentale per l’Universo Marvel: alla fine del multiverso segue una rinascita, che tiene conto del prezioso passato di settant’anni di storie ma proietta gli eroi in un nuovo, esaltante futuro.

La testata Avengers cambia nome in All New, All Different Avengers e passa nelle mani del classicissimo Mark Waid (I Nuovissimi Avengers voll.1/3, ed. Panini Comics) con i disegni del plastico Adam Kubert, ma non dura neanche un anno: la run è diretta a confluire nel crossover Civil War II, la storia finale di Bendis alla Marvel, che riprende in qualche modo gli schieramenti “politici” della prima guerra civile e che riprende le trame di Iron Man portando alla morte questa volta Tony Stark. All New chiude con il # 15, per riprendere subito dopo con il vecchio titolo (semplicemente Avengers) e con una nuova numerazione: Waid scrive fino al # 11 la testata che subito dopo torna alla vecchia numerazione riprendendo il # 672 in copertina. L’11 è un tie-in di Secret Empire, l’evento del 2017 orchestrato da Nick Spencer che rivoluziona in qualche modo il personaggio di Capitan America (con il Cap Hydra che tanto ha fatto parlare di sé), mentre con lo psichedelico Mike Del Mundo si organizza il ritorno di Kang il conquistatore.

Contemporaneamente, nel marzo 2017, ad Al Ewing viene affidata U.S. Avengers: 12 numeri disegnati da Paco Medina e Carlo Barbieri per una delle testate più sottovalutate, nella quale Ewing porta le sue strutture narrative tra la politica e la sci-fi viste nei due cicli-capolavoro di Ultimates ma non riesce a prendere il pubblico. Intanto l’ammiraglia Avengers chiude la sua 7^serie con il #690, non prima di aver rilasciato una maxi storia in 16 parti scritta a sei mani da Waid, Ewing e Jim Zubkavich, No Surrender (Avengers: Senza Via D’Uscita, ed. Panini Comics).

Il mese successivo, un nuovo numero 1 -mantenendo però la cosiddetta numerazione “legacy”, ovvero quella storica del 1963- con un nuovo scrittore: arriva Jason Aaron a scrivere il gruppo di eroi più potenti della Terra, reduce da un ciclo glorioso di The Mighty Thor: partito con i disegni muscolari di Ed McGuinnes, lo scrittore texano inizia fin da subito a gettare i semi di quella che si percepisce come una trama a lunghissima percorrenza. Il roaster presenta quasi esclusivamwente I big guns che tengono bene a mente anche i film, una realtà a cui fare I conti ormai: Thor, Capitan America e Iron Man nella ormai classica trinità, e ancora She-Hulk, Pantera Nera, Capitan Marvel e Ghost Rider. Comprimari quasi esclusivamente assenti.

acengers 10

Ad oggi, ogni numero continua a rivelarsi come un tassello del mosaico complessivo, trovando i momenti migliori nei periodici salti nel passato dove Aaron ha ideato gli Avengers della Preistoria (Odino, Fenice -la forza primordiale-, Agamotto, il Dio Panter, un Ghost Rider, una Pantera Nera, un Iron Fist). A dispetto delle gestioni immediatamente precedenti a lui, Aaron non sembra però aver Saputo trovare un equilibrio tra introspezione e azione, mentre a volte è troppo presente il meccanismo narrative, a volte troppo lineare l’alternanza emotiva.

avengers 34

Nonostante questo, Avengers resta narrativamente la spina dorsale dell’interno MU: passano infatti da lì i crossover (che adesso si alterano con meno frequenza, e sono tornati ad essere “settoriali” per famiglia): da WAR OF THE REALMS a EMPYRE, a BACK IN BLACK, il turbinio vertiginoso di testate degli Anni Dieci sembra terminato, limitando gli spinoff alla sola SAVAGE AVENGERS, scritta da un Gerry Duggan sempre molto bravo ma che sembra però esercitarsi solo per un divertissement supereroico che trova l’unico motive di interesse nel vedere interagire con gli eroi moderni la creatura classica di Howard, Conan il barbaro, I cui diritti sono tornati da poco alla Marvel.


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Gianlorenzo Franzi

Cinema o fumetti? Vuoi più bene a mamma o a papà? Insomma, non decidere è già decidere: ma dai generi al fumetto seriale il passo è breve. Cinefilo e fumettaro, cerca un Tardis prima che le sue collezioni esplodano senza rimedio

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