Il mondo del fumetto piange la scomparsa di Sam Kieth, artista visionario e voce fuori dagli schemi che ha contribuito a ridefinire il linguaggio del fumetto americano tra la fine degli anni ’80 e gli anni ’90. L’autore, noto soprattutto per aver creato The Maxx e per essere stato il primo disegnatore della serie The Sandman, è morto il 15 marzo all’età di 63 anni dopo una lunga battaglia contro la Lewy Body Dementia, una malattia neurodegenerativa che combina caratteristiche simili all’Alzheimer e al Parkinson.
A dargli l’ultimo saluto resta la moglie Kathy, con cui era sposato da ben 43 anni.
La notizia ha rapidamente attraversato l’industria dei comics, lasciando dietro di sé un senso di vuoto difficile da colmare. Kieth non era soltanto un autore di fumetti: era un artista totale, capace di scrivere, disegnare, dipingere e reinventare continuamente il proprio stile.

Sam Kieth, un talento precoce
Nato l’11 gennaio 1963, Sam Kieth si impose fin da giovanissimo come una figura atipica nel panorama dei comics. Il suo tratto, sporco e vibrante, sembrava provenire direttamente da un murale urbano. Era una miscela esplosiva di influenze che andavano dalla pittura fantasy di Frank Frazetta all’orrore gotico di Bernie Wrightson, passando per l’irriverenza underground di Vaughn Bode.
Eppure, nonostante questa identità così personale, Kieth riuscì a farsi spazio anche nel fumetto mainstream. Negli anni ’80 lavorò su personaggi iconici della Marvel come Wolverine, contribuendo a rendere Marvel Comics Presents un enorme successo commerciale. Collaborò anche con la testata dedicata a Hulk, dimostrando di sapersi muovere con disinvoltura tra il linguaggio dei supereroi e quello dell’arte più sperimentale.
Ma il vero punto di svolta della sua carriera arrivò nel 1993.

The Maxx: un fumetto impossibile da definire
Quando Kieth pubblicò The Maxx per Image Comics, il panorama dei comics era dominato da supereroi ipertrofici e azione spettacolare. A prima vista, anche la sua serie sembrava inserirsi in quel contesto: un gigantesco eroe viola che combatteva misteriose creature chiamate Iz.
In realtà era tutt’altro.
The Maxx era un racconto surreale e profondamente psicologico che mescolava identità, sogno e realtà. Il fumetto esplorava temi complessi come il trauma, l’immaginazione e la percezione del mondo, muovendosi tra dimensioni oniriche e quotidianità urbana.
La serie conquistò rapidamente lo status di cult. Persino il leggendario sceneggiatore Alan Moore accettò di scrivere un episodio come ospite speciale, un segnale evidente del rispetto che l’opera di Kieth aveva guadagnato tra i grandi autori del settore.
Il successo non si fermò alle pagine dei fumetti. The Maxx venne adattato in una serie animata per Liquid Television, il celebre contenitore sperimentale di MTV, diventando rapidamente un fenomeno internazionale. Negli anni successivi, l’imprenditore dei comics Todd McFarlane trasformò il personaggio anche in una linea di action figure molto ricercate dai collezionisti.

Il contributo fondamentale alla nascita di The Sandman
Se per molti autori una creazione come The Maxx sarebbe già bastata per entrare nella storia del fumetto, Kieth aveva lasciato un segno indelebile già prima.
Nel 1989 collaborò con lo scrittore Neil Gaiman alla nascita di The Sandman, destinato a diventare uno dei fumetti più influenti di sempre. Kieth disegnò i primi cinque numeri della serie per DC Comics, definendone l’estetica iniziale con un’atmosfera cupa e inquietante che richiamava la tradizione horror della casa editrice.
Quel tratto, intriso dell’eredità artistica di Bernie Wrightson e dei fumetti horror classici della DC, contribuì a creare il tono visivo della serie nei suoi primi passi.

Una carriera fatta di esperimenti e libertà creativa
Nel corso degli anni, Kieth continuò a muoversi tra progetti diversissimi tra loro. Per l’etichetta WildStorm creò titoli come Zero Girl e Four Women, mentre con Oni Press pubblicò opere eccentriche come Ojo e My Inner Bimbo.
Il suo talento non si limitava ai fumetti. Scrisse anche “No Smoking”, episodio pilota della serie animata Cow and Chicken, creata dal cugino David Feiss. Nel 2000 si cimentò persino nella regia cinematografica dirigendo il film Take It to the Limit per lo storico produttore di cinema indipendente Roger Corman.

Batman, Lobo e altri eroi tra follia e ironia
Negli anni 2000 Kieth tornò spesso a confrontarsi con i grandi personaggi della cultura pop. Per DC Comics scrisse e disegnò la miniserie Batman: Secrets, incentrata sul rapporto disturbante tra Batman e Joker.
Realizzò anche il folle crossover Batman/Lobo: Deadly Serious, che lo portò a disegnare la miniserie Lobo: Highway to Hell, scritta dal musicista Scott Ian della band Anthrax.
Tra i suoi lavori più apprezzati in libreria figurano anche le graphic novel Arkham Asylum: Madness e Batman: Through the Looking Glass, oltre allo strano e affascinante crossover Arkham Dreams, che univa il mondo di Batman a quello di The Maxx.
Gli ultimi anni e il ritiro dalle scene
Negli ultimi dieci anni della sua vita Sam Kieth si era progressivamente allontanato dal fumetto mainstream. Da una parte pesavano alcune dispute legali legate ai diritti di The Maxx, dall’altra il peggioramento della sua salute.
Eppure, il segno che aveva lasciato nel settore era ormai indelebile.
Il giornalista e autore Mark Seifert lo ha ricordato come “uno degli stilisti più creativi e unici della sua generazione”, sottolineando quanto fosse sorprendente vedere Kieth passare con naturalezza da opere come Epicurus the Sage a Marvel Comics Presents, fino a The Sandman e naturalmente The Maxx.
Un artista che ha influenzato generazioni
Il tratto di Sam Kieth era immediatamente riconoscibile. Personaggi dalle anatomie contorte, ombre profonde che attraversavano i volti, espressioni esagerate e quasi caricaturali. I suoi fumetti sembravano respirare.
Per molti artisti cresciuti tra gli anni ’80 e ’90, il suo lavoro è stato una rivelazione. Non era solo questione di tecnica: Kieth dimostrava che nei fumetti era possibile essere radicalmente personali, persino strani, senza perdere il contatto con il grande pubblico.
Ed è forse proprio questa la sua eredità più grande.
Sam Kieth era un autore capace di trasformare le proprie inquietudini interiori in immagini indimenticabili. Un artista che non smise mai di sperimentare e che, dietro l’energia visionaria dei suoi disegni, nascondeva anche una certa fragilità creativa — dubbi, insicurezze e una costante ricerca di qualcosa di nuovo.
Il risultato è un corpus di opere che continua a influenzare lettori e autori in tutto il mondo.
E mentre il mondo del fumetto si prepara a ricordarlo con tributi e retrospettive, una cosa appare già certa: il segno lasciato da Sam Kieth nella storia della nona arte non svanirà tanto presto.

