A soli due giorni dall’uscita nelle sale cinematografiche italiane e internazionali, prevista per il 29 aprile 2026, il tanto atteso sequel de Il Diavolo Veste Prada si ritrova improvvisamente al centro di una bufera mediatica di proporzioni enormi, alimentata da una clip promozionale pubblicata dalla 20th Century Studios che, nel giro di pochissime ore, ha fatto il giro del mondo raccogliendo oltre venticinque milioni di visualizzazioni e scatenando una reazione durissima da parte del pubblico asiatico, in particolare cinese, giapponese, coreano e di Hong Kong, che ha visto in quelle immagini non una scena comica innocente, bensì una rappresentazione offensiva e deliberatamente stereotipata della propria cultura e identità.
Il video in questione mostra il momento in cui Andy Sachs, la protagonista interpretata da Anne Hathaway, fa la conoscenza della sua nuova assistente, un personaggio di origini cinesi di nome Jin Chao, portato sullo schermo dall’attrice cino-americana Helen J. Shen: la giovane si presenta in modo impacciato e quasi frenetico, elencando a raffica i propri straordinari risultati accademici, una laurea a Yale, una media GPA di 3,86, l’attività come soprano principale nel celebre coro universitario dei Whiffenpoofs e un punteggio ACT perfetto di 36, il tutto indossando un abbigliamento descritto da molti commentatori come fuori luogo, infantile e in netto contrasto con il sofisticato ambiente della moda che dovrebbe fare da cornice al film.
- Il Diavolo Veste Prada 2 – Il nome del personaggio e il fantasma di un insulto razzista del passato
- I social si infiammano: dal Giappone alla Corea, la richiesta di boicottaggio si fa concreta
- Il Diavolo Veste Prada 2 – La risposta del regista e il dibattito sulla rappresentazione culturale nel cinema

Il Diavolo Veste Prada 2 – Il nome del personaggio e il fantasma di un insulto razzista del passato
Uno degli aspetti che ha maggiormente colpito e indignato il pubblico asiatico non riguarda soltanto il comportamento del personaggio, ma anche la scelta del suo nome: in molti, infatti, hanno fatto notare come “Jin Chao” suoni pericolosamente simile all’espressione “Ching Chong”, un insulto razziale profondamente offensivo che veniva utilizzato negli Stati Uniti tra il XIX e l’inizio del XX secolo per deridere e umiliare la lingua e le popolazioni di origine cinese, in un clima storico di xenofobia e discriminazione istituzionalizzata che ha lasciato ferite profonde nella memoria collettiva delle comunità asiatiche.
Ferite che evidentemente non si sono ancora del tutto rimarginate e che una scelta apparentemente superficiale come quella del nome di un personaggio secondario è riuscita a riaprire con sorprendente facilità.
Il South China Morning Post ha dedicato ampio spazio alla vicenda, sottolineando come la scelta sia particolarmente infelice proprio perché avviene in un contesto, quello del cinema di moda internazionale, in cui ci si aspetterebbe una maggiore sensibilità culturale e una consapevolezza più profonda dei meccanismi di rappresentazione, specialmente in un’epoca in cui il mercato cinematografico asiatico è diventato uno dei più potenti e influenti al mondo e in cui il pubblico di quei paesi non è più disposto ad accettare passivamente una visione condiscendente e anacronistica di sé stesso.
I social si infiammano: dal Giappone alla Corea, la richiesta di boicottaggio si fa concreta
Sui social network, e in particolare su Weibo, la principale piattaforma cinese equivalente a X, e su X stesso, si è rapidamente diffusa una valanga di commenti negativi che hanno denunciato con toni accesi quello che viene definito “un palese razzismo anti-asiatico”, con molti utenti che hanno espresso la propria rabbia ricordando che siamo nel 2026 e che Hollywood non può più permettersi di proporre al pubblico mondiale i medesimi cliché logori e squalificanti che caratterizzavano la rappresentazione degli asiatici nel cinema di decenni fa, quando le comunità di origine orientale erano ancora largamente invisibili o caricaturali sugli schermi americani.
Dal Giappone è arrivato un tweet, diventato virale con oltre sedici milioni di visualizzazioni, in cui si invitava esplicitamente al boicottaggio del film, con la motivazione che la rappresentazione del personaggio asiatico è “così palesemente stereotipata al punto da essere disgustosa”, aggiungendo l’osservazione amaramente ironica che i giovani asiatici di New York, nella realtà concreta, non in quella cinematografica, sono generalmente impeccabili, lavoratori, eleganti e tutt’altro che goffi outsider del mondo della moda, come invece sembra suggerire la caratterizzazione di Jin Chao all’interno del film.

Il Diavolo Veste Prada 2 – La risposta del regista e il dibattito sulla rappresentazione culturale nel cinema
Di fronte alle accuse, il regista coreano-americano Joseph Kahn ha deciso di intervenire pubblicamente, cercando di smontare le critiche e di offrire una chiave di lettura alternativa: a suo avviso, il personaggio di Jin Chao non sarebbe affatto uno stereotipo sugli asiatici, bensì una caricatura affettuosa e contemporanea della Generazione Z nel suo complesso, una generazione che, sostiene il filmmaker, si caratterizza proprio per una certa stravaganza estetica, per l’uso di occhiali vistosi e accessori capricciosi, e per un mix apparentemente contraddittorio di altissima preparazione accademica e insicurezza sociale, elementi che Kahn ritiene autenticamente generazionali piuttosto che etnici.
Tuttavia, le spiegazioni del regista non hanno convinto né placato il pubblico asiatico né i commentatori specializzati, e la polemica ha continuato ad allargarsi, venendo riportata da testate autorevoli come The Guardian e da numerosi quotidiani asiatici tra cui The Sankei Shimbun, il Korea JoonAng Daily e il Korea Times, a riprova del fatto che il caso ha ormai assunto una dimensione internazionale che va ben oltre la normale discussione pre-uscita, trasformandosi in un banco di prova molto serio per l’intero sistema Hollywood sulla questione della rappresentazione culturale equa e rispettosa delle minoranze asiatiche nel cinema contemporaneo.
Fonte: corriere.it

