Il Diavolo veste Prada 2 – Cosa resta del sogno Millennial?

Il 29 aprile esce in Italia Il Diavolo veste Prada 2, attesissimo sequel della pellicola del 2006 con Anne Hathaway, Meryl Streep, Stanley Tucci ed Emily Blunt. Lo abbiamo visto in anteprima e questa è la nostra recensione

Claire Bender
recensione il diavolo veste prada 2

Quando Lauren Weisberger pubblicò il suo primo romanzo, nel 2003, non immaginava quanta strada quelle pagine avrebbero percorso. Il suo Il Diavolo veste Prada rimase per un anno intero nella lista dei bestseller del New York Times e, tre anni dopo, diventò un film di successo con Meryl Streep e Anne Hathaway.

La moderna storia di formazione della giovane Andrea Sachs pare fosse in parte basata sull’esperienza di Weisberger stessa, in particolare sul periodo in cui – fresca di università – si era ritrovata a fare da assistente ad Anna Wintour, direttrice di Vogue America, la Bibbia del fashion, dal 1988 al 2025.

Il film fu un successo commerciale e, negli anni, è diventato uno dei pilastri di riferimento per un’intera generazione. Sembrava però non ci fosse spazio per un sequel: la storia di Andy aveva avuto la sua evoluzione e il suo percorso di formazione si era concluso. Non c’era più nulla da raccontare.

Il Diavolo veste Prada 2 - Andy e Miranda ascensore
Miranda Priestly (Meryl Streep) e Andy Sachs (Anne Hathaway) ne IL DIAVOLO VESTE PRADA 2. Photo by Macall Polay. © 2025 20th Century Studios. Tutti i diritti riservati.

Il Diavolo veste Prada 2 – Guardare indietro per andare avanti

I tempi sono stati maturi vent’anni dopo, quando i cambiamenti nella società e nel mondo dell’editoria  sono stati sufficienti a creare la frattura su cui è stata costruita la storia: con la carta stampata in crisi e il giornalismo costretto in spazi sempre più angusti, che ne era stato di Andy Sachs? E che ne sarebbe stato di Miranda Priestly?

Il Diavolo veste Prada 2 struttura la narrazione intorno a queste due domande, e sostituisce il cammino di formazione di una giovane donna con il resoconto di due donne mature, una al potenziale apice della carriera, l’altra alla fine della propria.

Andy ha lanciato il cellulare in una fontana di Parigi e detto addio a un mondo patinato e soffocante per girare il mondo e raccontare notizie rilevanti. Miranda è rimasta salda al suo posto, anche quando tutto intorno si sgretolava tra analytics e influencer onnipresenti, con Nigel fedelmente al suo fianco. Emily è riuscita finalmente a smarcarsi dal ruolo di eterna assistente, ma non ha perso il bisogno di dimostrare qualcosa alla sua vecchia capa.

Li ritroviamo vent’anni dopo e sembrano non essersi evoluti; ma basta un’occhiata di pochi secondi per capire che invece ciascuno di loro porta addosso le tracce e il peso delle scelte che ha fatto – e di quelle che ha evitato.

Soprattutto, sebbene abbiano camminato in direzioni opposte per tutto questo tempo, Andy e Miranda sono finite per ritrovarsi insieme al punto di partenza, a conferma di quanto siano simili, più di quanto vogliano ammettere.

Il Diavolo veste Prada 2 - frame
Anne Hathaway, Meryl Streep e Stanley Tucci ne IL DIAVOLO VESTE PRADA 2. Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. Tutti i diritti riservati.

Cambiamento ed eredità ne Il Diavolo veste Prada 2

Nulla è immune all’invasione delle masse, neppure l’esclusivo mondo della moda, oggi in balìa di chiunque abbia un cellulare. Quell’universo patinato e irraggiungibile, che faceva della propria inarrivabilità un linguaggio, non esiste più. E non è necessariamente un bene.

Il primo film ci aveva portati a scoprire, attraverso Andrea, l’importanza di quel fenomeno sociale e culturale che è la moda, forma d’arte e di acculturazione ben diversa dalla semplice scelta di un maglioncino ceruleo infeltrito. Il secondo film ci mostra la distruzione – almeno parziale – di tutto questo: la gente vuole cose da poter scrollare mentre è seduta al bagno, come nota tristemente Nigel.

Ecco quindi che Il Diavolo veste Prada 2 ruota intorno al cambiamento, sia del sistema editoriale che dei progetti personali: adattarsi è l’unico modo di sopravvivere in un mondo che cambia, ma sappiamo già che a Miranda questo non piace. Il rispetto che nutre per la rivista e tutto ciò che essa rappresenta la spinge a tentare l’impossibile per salvarne l’eredità, che ha contribuito a costruire.

Il Diavolo veste Prada 2 - Meryl Streep
Meryl Streep ne IL DIAVOLO VESTE PRADA 2. Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. Tutti i diritti riservati.

La Miranda Priestly che troviamo ne Il Diavolo veste Prada 2 sembra aver perso smalto; le sue battaglie mancano di grinta. Poche unghie, molti sguardi roteanti. Il suo viso è provato, la sua cattiveria gratuita è ridotta a frecciatine, tollera cose che in passato l’avrebbero fatta scattare e addirittura – SPOILER ALERT! – si appende il cappotto da sola (colpa delle nuove disposizioni aziendali in materia di Risorse Umane).

Miranda è una donna di settant’anni provata dalle molte battaglie, e Streep ci ha tenuto a mettere in risalto – abilmente – questo aspetto. Tutto nella sua rappresentazione ha un preciso fine narrativo: mostrare una tiranna stanca, che sente la fine (della rivista e della sua carriera) avvicinarsi e ha perso lo stimolo creativo tra cumuli di dati.

Sarà Andy a ridonarle quella scintilla, mentre affronta lei stessa un cambiamento imprevisto. Dopo aver lasciato la rivista ha fatto ciò che sognava: ha girato il mondo, scritto articoli, fatto inchieste che le sono valse anche numerosi premi, ma il destino la riporta dove tutto è cominciato: a Runway, al fianco dell’amata-odiata Miranda.

Basta attraversare le porte a vetri della redazione per ridiventare in un secondo la ventenne impacciata fresca di studi; eppure, è proprio il ritorno tra quei pavimenti brillanti e quel risuonare di tacchi a farle ritrovare ispirazione e passione.

Puoi anche lasciare Runway, ma Runway non ti lascerà mai.

Emily Blunt ne Il Diavolo veste Prada 2
Emily Blunt ne IL DIAVOLO VESTE PRADA 2. Photo courtesy of 20th Century Studios. © 2026 20th Century Studios. Tutti i diritti riservati.

Sotto la patina, problemi reali

Il Diavolo veste Prada 2 resta fedele alla propria natura di commedia: non intende insegnare la vita né spiegare il mondo, non condanna e non santifica; racconta, dissacrando e umanizzando, un microcosmo che risponde a regole proprie.

È la stessa cosa che accadde con il primo film, oggi ferocemente criticato su più fronti, con una certa cecità tipica delle polarizzazioni.

Miranda Priestly rappresenta una certa cultura manageriale che si regge su micro-vessazioni e umiliazioni, prodotto di un sistema patriarcale che non fa sconti neppure a lei. Come Andy stessa riconosceva nel Il Diavolo veste Prada, se Miranda fosse stata un uomo sarebbe stata idolatrata; ma è una donna, per cui è messa sulla graticola per ogni scivolata, e tutti gli aspetti della sua vita sono sotto una lente d’ingrandimento.

Non basta: quando si ritiene che sia troppo vecchia – e parliamo del 2006 – ecco che appare lo spauracchio di Jacqueline Follet, una versione più giovane pronta a rimpiazzarla; al contrario, Irv Ravitz, presidente della Elias-Clarke, in pensione non ci va, e vent’anni dopo lo ritroviamo ne Il Diavolo veste Prada 2 ancora al suo posto: nessuno ha osato avanzare l’idea che sia troppo vecchio per il suo lavoro.

La prima pellicola raccontava il fascino che questo mondo esercita sulle persone, perché un po’ è vero che Andrea, tutti vogliono essere noi. C’è chi sogna Chanel e un paio di Blahnik già dai tempi di Carrie Bradshaw, ma non per questo è disposta a finire in un tritacarne. Il Diavolo veste Prada non romanticizzava lo sfruttamento del lavoro: lo descriveva e ne mostrava i meccanismi, con un’ironica leggerezza incompresa in un mondo che riconosce solo ciò che viene urlato.

Il secondo capitolo si spinge un po’ più in là e fa vedere cosa accade dopo, sia a chi ha romanticizzato un lavoro tossico, sia a chi ha scelto di non farlo. Se nel 2006 la domanda al centro della storia era “cosa siamo disposti a sacrificare per avere una vita di feste, abiti eleganti, lusso e limousine?”, nel 2026 la domanda è “cosa abbiamo perso o guadagnato dalla scelta? Ne è valsa la pena?”; Miranda, Andy, Emily e Nigel, ciascuno a suo modo, ci danno una risposta.

Il Diavolo veste Prada 2 - Miranda e Nigel frame
Meryl Streep e Stanley Tucci ne IL DIAVOLO VESTE PRADA. Photo by Macall Polay. © 2026 20th Century Studios. Tutti i diritti riservati.

Il Diavolo veste Prada 2 e il legame col passato

A tenere legati passato e presente, l’innegabile alchimia tra i membri di un cast stupefacente, che vive di ricordi condivisi affidati principalmente a Nigel, memoria storica (e spesso deus ex machina) di Runway, l’uomo che rende l’impossibile possibile. La rivista non sarebbe la stessa senza di lui; Miranda non sarebbe la stessa senza di lui.

E poi le musiche, che entrano dolcemente in più punti e vanno a solleticare piano l’angolino dei ricordi. Difficile farci caso se si è visto il film una sola volta; ma per quante e quanti hanno vissuto di rewatch, bastano un paio di note e si torna indietro. Sebbene le hit siano cambiate – Lady Gaga e Doechii hanno sostituito gli U2, Madonna e KT Tunstall Theodore Shapiro torna ad occuparsi delle musiche e con le sue note ci ricorda come sognavamo vent’anni fa.

È tutta lì la storia – e la potenza che forse riconosceremo nel tempo: Il Diavolo veste Prada 2 ci ricorda com’eravamo, come individui e come società, ma non tenta in alcun modo di riportare indietro un passato lontano, consapevole che troppi eventi ci separano da quel punto della nostra storia.

Anzi, mentre ci accarezza la testa con la nostalgia, ci schiaffeggia con una realtà dura, che ti toglie la terra sotto i piedi quando ormai pensi di avercela fatta. La leggerezza però non manca mai.

Il film, in fin dei conti, parla ancora ai Millennials; e nessuno più di noi ha imparato a sorridere anche con uno scatolone in mano, appena usciti da un ufficio di Manhattan, senza prospettive e col mondo intorno in fiamme. Ci siamo dovuti reinventare già così tante volte, che ormai lo sappiamo: se hai delle amiche con cui condividere i carboidrati – il carboidrato condiviso non ha calorie, come insegna Emily – tutto il resto andrà a posto. Prima o poi.

Se serviva il Diavolo per ricordarcelo, lunga vita al Diavolo!

Il Diavolo veste Prada 2

Il Diavolo veste Prada 2

Titolo originale: The Devil Wears Prada 2
Paese: USA
Anno: 2026
Durata: 119 minuti
Regia: David Frankel
Casa di produzione: Wendy Finerman Productions, Sunswept Entertainment
Distribuzione italiana: 20th Century Studios
Interpreti e personaggi:
Meryl Streep: Miranda Priestly
Anne Hathaway: Andrea "Andy" Sachs
Emily Blunt: Emily Charlton
Stanley Tucci: Nigel Kipling
Tracie Thoms: Lily
Tibor Feldman: Irv Ravitz
Kenneth Branagh: Stuart
Justin Theroux: Benji Barnes
Simone Ashley: Amari Mari
Lucy Liu: Sasha Barnes
Patrick Brammall: Peter
Caleb Hearon: Charlie
Helen J. Shen: Jin
B. J. Novak: Jay Ravitz
Doppiatori italiano:
Maria Pia Di Meo: Miranda Priestly
Connie Bismuto: Andrea "Andy" Sachs
Francesca Manicone: Emily Charlton
Gabriele Lavia: Nigel Kipling
Giulia Franceschetti: Amari Mari
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Vive con un dodo immaginario e un Jack Russell reale, che di recente si è scoperto essere Sith. Grifondoro suo malgrado, non è mai guarita dagli anni '80. Accumula libri che non riesce a leggere, compra ancora i dvd e non guarda horror perché c'ha paura. MacGyver e Nonna Papera sono i suoi maestri di vita.
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