Ci troviamo di fronte all’ennesima trasposizione di uno dei grandi classici dell’orrore, La Mummia. Questa volta, però, non si tratta né di un’operazione derivativa né di una riproposizione delle consuete dinamiche avventurose in stile Indiana Jones ambientate in Egitto, ma di un progetto che ambisce a percorrere strade decisamente più autonome e disturbanti.
L’operazione portata avanti da Lee Cronin si inserisce con piena consapevolezza in una traiettoria ormai ben definita del cinema horror contemporaneo, quella che mira a recuperare icone classiche per rileggerle attraverso una lente più cupa, fisica e psicologicamente invasiva. Non si tratta più di attualizzare semplicemente un immaginario, ma di svuotarlo delle sue componenti più rassicuranti per restituirlo in una forma molto più cruda. Dopo Evil Dead Rise, Cronin conferma una poetica coerente e riconoscibile, costruita attorno al corpo come campo di battaglia e alla famiglia come luogo unico dell’orrore.
Il distacco rispetto alle incarnazioni precedenti è netto e, soprattutto, intenzionale. Questa nuova versione si allontana tanto dal classico del 1932 diretto da Karl Freund e interpretato da Boris Karloff – fondato su un immaginario esotico e su un’idea di mostruosità ancora legata al fascino del mistero – quanto dalle più recenti riletture avventurose con Brendan Fraser protagonista, che privilegiavano ritmo, ironia e spettacolo.
Cronin compie una scelta opposta, elimina quasi del tutto la dimensione ludica e spettacolare per costruire un racconto che si nutre di tensione, disagio e prossimità emotiva. La mummia, in questo contesto, non è più un’entità distante, ma una presenza che invade lo spazio domestico e lo contamina dall’interno.

La struttura narrativa, pur muovendosi entro coordinate riconoscibili, è costruita con attenzione nel modulare il senso di perdita e di attesa. L’incipit in Egitto introduce una famiglia americana apparentemente ordinaria, destinata però a frantumarsi con la scomparsa improvvisa della figlia di otto anni.
È una sequenza che lavora più sull’ellissi che sull’esposizione, lasciando che sia il vuoto a definire il trauma. Il successivo salto temporale di otto anni, con il ritorno nel New Mexico e il tentativo di ricostruire una quotidianità, non cancella quella ferita, ma la rende ancora più evidente. Cronin insiste su una normalità fragile, attraversata da ricordi e tensioni latenti.
Il ritorno e la discesa nell’orrore
Il momento del ritrovamento – la bambina viene ritrovata in un sarcofago, avvolta nelle bende e inspiegabilmente viva – segna l’ingresso definitivo dell’elemento scioccate del racconto. Da qui in avanti, il film abbandona via via ogni ambiguità per costruire una discesa mostruosa nell’orrore. Ciò che colpisce è la gestione del “ritorno”, mostrato non come evento consolatorio, ma come rottura definitiva dell’equilibrio.

La bambina che rientra in casa è un corpo familiare reso estraneo, e Cronin lavora proprio su questa ambivalenza, costruendo una tensione che nasce dal conflitto tra riconoscimento e rifiuto.
Dal punto di vista formale, il film mostra una notevole coerenza. La regia privilegia spazi chiusi, inquadrature ravvicinate e una fotografia che tende a desaturare i colori, contribuendo a creare un’atmosfera soffocante. Il suono gioca un ruolo altrettanto centrale, scricchiolii, respiri e rumori improvvisi diventano elementi attivi della narrazione, amplificando la sensazione di ansia e inquietudine.
In questo senso, il richiamo a La casa di Sam Raimi e a L’esorcista di William Friedkin non è solo tematico, ma anche stilistico. Dal primo deriva la brutalità visiva e l’insistenza sul corpo come luogo di trasformazione, dal secondo la dimensione domestica e il progressivo sgretolarsi delle certezze familiari.
Tra rilettura del mito e limiti narrativi
Un ulteriore elemento di interesse è rappresentato dalla gestione del mito. Cronin non si limita a modernizzare la figura della mummia, ma ne svuota i codici tradizionali, per trasformarla in qualcosa di più astratto e universale, una metafora della perdita che ritorna, del passato che non resta sepolto. In questo senso, il film dialoga più con l’horror contemporaneo che con il proprio stesso franchise, avvicinandosi per sensibilità a opere che privilegiano il trauma e la dimensione psicologica rispetto alla costruzione mitologica.
Non mancano, tuttavia, alcune fragilità. La sceneggiatura presenta passaggi meno solidi, con snodi narrativi che risultano talvolta accelerati o poco approfonditi, soprattutto nella gestione dei personaggi secondari, che rimangono in parte sacrificati. Inoltre, alcune dinamiche interne alla famiglia avrebbero beneficiato di un maggiore sviluppo, per rendere ancora più incisivo il conflitto emotivo che è al centro del racconto.

La scelta più discutibile resta però quella dell’atto finale, che introduce una deriva più action. Pur mantenendo una certa coerenza visiva, questa parte sembra cedere a esigenze di spettacolarizzazione che contrastano con il tono costruito fino a quel momento. Il risultato è l’attenuarsi della tensione complessiva, con un epilogo che risulta meno inquietante e più allineato a soluzioni convenzionali rispetto a quanto il film sembrava promettere.
Nonostante queste criticità, La Mummia rimane un’operazione solida e, per certi versi, coraggiosa. Cronin dimostra di avere una visione chiara e di saperla portare avanti con coerenza, anche quando questo significa rinunciare a elementi più accessibili. Il film riesce a mantenere alta l’attenzione, a costruire sequenze di forte impatto e, soprattutto, a restituire un senso di fastidio persistente, che sopravvive oltre la visione.
Più che un semplice reboot, si tratta di una vera e propria rifondazione concettuale del mito, che lo riallinea alle coordinate di un cinema meno interessato a intrattenere e più disposto a mettere a disagio, a lavorare sulle paure intime e a trasformare lo spazio familiare in un luogo di minaccia.
In uscita al cinema dal 16 aprile, distribuito da Warner Bros.

Lee Cronin – La Mummia
Jack Reynor: Charlie Cannon
Laia Costa: Larissa Santiago-Cannon
May Calamawy: det. Dalia Zaki
Natalie Grace: Katie Cannon
Veronica Falcón: Carmen Santiago
Emily Mitchell: Katie da bambina
May Elghety: Layla Khalil
Shylo Molina: Sebastian Cannon
Billie Roy: Maud Cannon
Hayat Kamille: la maga
Dean Allen Williams: Sebastian da bambino

