“New York is back”, è lo slogan che riecheggia per le strade della Grande Mela nei primi minuti del primo episodio. Ma siamo davvero certi che sia tornata la vera New York? O piuttosto una città divorata dalle proprie contraddizioni, dove corruzione e violenza dominano la scena, e la rabbia resta l’unica arma per sopravvivere? Siamo sicuri che la campagna anti‑vigilanti renda davvero le strade più sicure? O, al contrario, non stia favorendo l’ascesa criminale del Wilson Fisk?
La seconda stagione di Daredevil: Rinascita si apre con queste premesse. Una società intrisa di affari loschi e barbarie, un sindaco deciso ad accrescere la propria egemonia e una città ormai prigioniera dei suoi mostri. E chi, se non il Diavolo Custode, può ancora impedire che tutto precipiti?
In questa recensione – NO SPOILER – approfondiremo i temi centrali della serie, i suoi punti di forza e di debolezza, e gli sviluppi futuri di uno dei personaggi più amati del MCU. Sicuramente un filo conduttore di tutta la serie è la caduta – metaforica e non – di più personaggi.
Ma prima di tutto, sigla e domanda di rito: okay, ma di cosa parla Daredevil: Rinascita?

La caduta
Tutto inizia con una caduta, quella della Northern Stream che affonda lentamente nelle acque dell’East River a New York. Voi direte: perché cominciare così? Fidatevi, e tenete a mente questa immagine. La Northern Stream è un cargo che trasporta trenta tonnellate di armi illegali, destinate a lasciare il porto di New York per raggiungere la Guinea‑Bissau. Dietro al traffico c’è Wilson Fisk, ma nell’ombra si muove anche Daredevil.
Il Diavolo di Hell’s Kitchen – così come lo avevamo lasciato nel finale della stagione precedente – indaga sulle attività criminali del nuovo sindaco di New York. Ma le cose non vanno come previsto: la nave affonda, per ordine di Fisk, in un tentativo disperato di insabbiare ogni traccia delle sua attività criminali. È da questa caduta che prende avvio la seconda stagione di Daredevil: Rinascita, con il crollo di un altro mattone nella piramide losca costruita da Fisk.
Lungi da me spoilerare, ma se dovessi riassumere la stagione con una metafora, direi che è una partita a domino su una scacchiera, o – rimanendo in linea con l’essenza della serie a fumetti – su un ring di pugilato. Una storia che contrappone Fisk e Daredevil sotto i riflettori, ciascuno guidato da una domanda cruciale.
Da una parte Fisk con “fino a dove sei disposto a spingerti per il tuo fine?” e dall’altra Daredevil con “sei pronto a perdonare per raggiungere il tuo?“.
La partita si gioca sulla base di questi presupposti.
La dicotomia Daredevil-Matt Murdock
La dicotomia tra Daredevil e Matt Murdock resta uno degli elementi più interessanti della serie. Se nella prima stagione era Matt Murdock a guidare il racconto, nella seconda è Daredevil a prendersi definitivamente il centro della scena. In questi otto episodi, la dimensione supereroistica è infatti più evidente e costante rispetto al passato. Non che fosse mancata prima, ma qui appare necessario che il Diavolo di Hell’s Kitchen torni a occupare il posto che gli spetta.
Matt è scomparso. Di lui resta solo un ricordo. Per il mondo, Matt Murdock è un eroe caduto; per le autorità, Daredevil resta un nemico.
Chi salverà chi?

I fantasmi del passato e il potere dell’AVTF
Uno degli assi portanti della stagione è il peso del passato, che grava su ogni personaggio come una condanna inevitabile. Daredevil combatte non solo contro il crimine, ma contro il senso di colpa e la rabbia che lo divorano dall’interno. Matt Murdock torna a interrogarsi sulla moralità delle proprie azioni. Fin dove può spingersi un uomo di fede prima di perdere se stesso? In parallelo, Wilson Fisk incarna l’altra faccia della stessa ossessione – quella del controllo assoluto – che lo spinge a riscrivere le regole pur di far valere la sua idea distorta di giustizia.
In questo clima di decadenza morale nasce la Anti Vigilantis Task Force (AVTF), la forza paramilitare creata da Fisk per “ripulire” New York da supereroi e vigilanti non autorizzati. La sua presenza è ovunque, un apparato di sorveglianza che sostituisce la fiducia con la paura. Il parallelo con l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) statunitense non è casuale, anche l’AVTF rappresenta il volto istituzionale del controllo e della repressione.
Il messaggio politico è sottile ma inequivocabile: quando il potere si veste di legalità, diventa più difficile riconoscerne la corruzione. La serie suggerisce che, in una città come New York, la vera giustizia non si misura sul piano della legge, ma su quello dell’etica. E in questo equilibrio precario, Daredevil continua a essere il simbolo di un’umanità imperfetta, costretta a scegliere tra la fede nella legge e la fede nel bene.
“Ogni limite ha una pazienza” direbbe un proverbio napoletano, e i cittadini di New York ne sono la dimostrazione.
La run a fumetti di Devil’s Reign
La seconda stagione attinge con decisione al materiale originale, in particolare alla run Devil’s Reign di Chip Zdarsky e del nostro Marco Checchetto, una delle saghe più dense e politicamente cariche della recente storia Marvel. L’adattamento televisivo conserva l’essenza del fumetto con il conflitto tra giustizia personale e potere istituzionalizzato e il rischio di trasformare la legge in strumento di oppressione.

Pur rinunciando alla coralità della controparte cartacea – popolata da eroi come Spider‑Man, Capitan America, Wolverine – Daredevil: Rinascita riesce a mantenere intatto il tono da crociata urbana. La New York della serie è una metropoli malata e viva, un organismo che pulsa di contraddizioni, come quella del suo protagonista.
Inoltre, il ritorno gradito di Jessica Jones – che forse poteva avere un ruolo più deciso – pone le basi per per un futuro del gruppo dei Defenders. Fidatevi, le basi sono state gettate.
Vanessa, Karen Page e… Bullseye
Ad essere sotto le luci della ribalta sono Devil e Kingpin. Due opposti che si definiscono a vicenda. Ma una cosa è certa, senza Karen Page e Vanessa Fisk non sarebbero nulla. Le due donne non si limitano a sostenere i protagonisti, ne diventano il contrappunto morale e psicologico. Karen è la coscienza di Matt, quella voce che lo richiama alla ragione quando la rabbia lo spinge oltre il limite. Vanessa, al contrario, è il motore freddo che alimenta la visione di Fisk, trasformando il suo amore in una giustificazione per la violenza. Vanessa, più di Karen, lavora nel buio e indica il movimento dei fili di Wilson.

Entrambe rappresentano, in modi opposti, la stessa domanda: si può amare un mostro? Nella seconda stagione, infatti, l’amore non è mai salvezza, ma una forma di legame tossico che incatena i personaggi ai propri errori. Karen vive nel tormento di ciò che ha perso e continua a credere nella redenzione di Matt. Vanessa, invece, accetta la natura di Wilson e la eleva a potere. Due specchi che riflettono lati diversi della stessa caduta.

E poi c’è Bullseye, l’ombra che ritorna. La sua presenza è il promemoria di quanto il male non scompaia mai davvero. È il fantasma di ciò che Matt potrebbe diventare se cedesse completamente all’oscurità. Con la sua ossessione per la perfezione e la violenza, Bullseye incarna la deriva più pericolosa del concetto stesso di “vigilante”. Ma c’è anche la redenzione di un personaggio che ha raschiato il fondo del barile con le sue azioni e che adesso vuole: “uccidere Fisk per equilibrare l’uccisione di Foggy Nelson”.
In questo intreccio triadico tra amore, colpa e follia, la serie costruisce i suoi momenti emotivamente più intensi. Negli sguardi, nei silenzi, nella consapevolezza di quanto amare significhi – ancora una volta – rischiare di cadere.
Il giudizio
La seconda stagione di Daredevil: Rinascita è un prodotto televisivo che funziona, scritto da un team di sceneggiatori di alto livello come Dario Scardapane, Chris Ord e Matt Corman e interpretato da un sempre più convincente Charlie Cox e da un monumentale Vincent D’Onofrio – a mio avviso l’MVP della stagione.
In questi nuovi episodi trova conferma la maturità del personaggio e del suo interprete. Più cupa, più politica ma allo stesso tempo anche più umana, e si impone come una delle produzioni Marvel meglio scritte degli ultimi anni. Non perfetta, ma finalmente consapevole di cosa voglia dire essere eroi – e peccatori – a New York.


