Negli ultimi anni il body horror ha riconquistato una centralità che va ben oltre il semplice shock visivo. Cinema e serialità hanno iniziato a utilizzare la trasformazione del corpo come dispositivo critico, utile per parlare di questioni identitarie, politiche e sociali. Il corpo non è più soltanto ciò che subisce l’orrore, ma ciò che lo incarna e lo rende visibile. The Beauty è la nuova serie tv creata da Ryan Murphy e distribuita settimanalmente su Disney+ dal 22 Gennaio, che si inserisce in questo contesto, come prodotto spettacolare e teorico, disturbante e consapevole del proprio linguaggio. È una serie tv che lavora sull’eccesso come cifra stilistica e concettuale, spingendo il body horror fino a renderlo un manifesto ideologico.
Fin dalle prime scene, The Beauty dichiara la propria posizione narrativa: la bellezza non è un dono, ma una condanna. Una promessa di perfezione che si rivela immediatamente violenta, instabile, distruttiva.
Nel mondo di The Beauty, c’è un nuovo virus creato in laboratorio che promette di trasformare chiunque in una versione esteticamente perfetta di sé. The Beauty rende i corpi giovani, simmetrici, desiderabili. È una cura miracolosa che promette di cancellare insicurezze, dismorfie, esclusioni sociali. Ma, come ogni miracolo nell’universo murphyano, anche questo nasconde una verità oscura: the Beauty è pericolosa, rende i corpi inermi e pronti al collasso. Il corpo bello è un corpo che non regge, che implode sotto il peso dell’artificiale perfezione.
Il virus diventa così una potente metafora narrativa: la bellezza del corpo come sistema di controllo, tecnologia del potere, e anche una nuova forma di violenza interiorizzata. In The Beauty il corpo non è mai uno spazio privato: è sempre osservato, giudicato, sfruttato. È un prodotto in una vetrina.
Ryan Murphy utilizza il genere del body horror per raccontare un presente ossessionato dall’immagine, in cui si cercano filtri Instagram reali per migliorare e correggere il proprio corpo. Il body horror non è altro che uno strumento per rendere palese ciò che normalmente si vuole nascondere: la sofferenza dietro l’ideale di perfezione.

Ryan Murphy e il suo personale The Substance
Difficile non pensare che Ryan Murphy non sia rimasto colpito dal chiacchierato The Substance, tanto da volerne fare la sua versione. Del resto è lui il regista che mette al centro i corpi e il loro macabro luccicante potenziale. A differenza del film di Coralie Fargeat, in cui si sceglie una prospettiva intima, quasi claustrofobica, concentrandosi su un singolo corpo femminile, The Beauty espande il discorso e la ricerca di bellezza su scala globale. Ryan Murphy costruisce un racconto corale, in cui il virus si diffonde in ogni strato della società: adolescenti, adulti, celebrità, persone comuni. La bellezza diventa una pandemia, un desiderio collettivo che non fa differenze tra classi sociali, età e generi.
The Beauty è composta da molte storyline e timeline che si intrecciano e si sovrappongono. Alcuni episodi sembrano quasi autonomi, “di passaggio”, introducendo personaggi che scompaiono dopo pochi minuti. Questa dispersione narrativa può risultare frustrante, ma risponde a una logica precisa: mostrare come la violenza estetica sia ovunque, come nessuno ne sia realmente immune. Il racconto non è lineare perché il problema che racconta non lo è. La bellezza non segue una progressione ordinata: è una sostanza che vaga incontrollata e senza regole. Il pericolo di diventare perfetti è ovunque.
Identità, dismorfia e sguardo sociale
Il vero cuore di The Beauty non è l’horror, ma la crisi dell’identità. La serie riflette costantemente su come lo sguardo degli altri definisca il nostro rapporto con il corpo, fino a renderlo estraneo.
In The Beauty il corpo non appartiene mai completamente alla persona che lo abita. È uno soggetto pubblico, uno schermo su cui si proiettano desideri e giudizi. La dismorfia non è rappresentata come una patologia individuale, ma come una condizione collettiva, prodotta da un sistema che misura il valore delle persone in base alla loro apparenza.
In questo contesto si inserisce la riflessione sulla cultura incel, che la serie affronta in modo diretto e disturbante. Murphy mette in scena la rabbia di chi si sente escluso dal desiderio, di chi vive la propria invisibilità come un’ingiustizia. La bellezza diventa un privilegio percepito come immeritato, una forma di potere che genera risentimento e violenza. “La bellezza è potere”, suggerisce The Beauty. E chi non lo possiede deve distruggersi per cercare di ottenerlo.
Evan Peters e Ashton Kutcher: la seduzione diventa potere
Evan Peters è senza dubbio alcuno l’attore feticcio di Ryan Murphy. La loro collaborazione attraversa gran parte della produzione del regista, pensiamo a American Horror Story e Dahmer, e con The Beauty il duo realizza un nuovo sodalizio. Peters interpreta Cooper, un agente dell’FBI, profondamente instabile, attraversato da tensioni costanti tra controllo e perdita, desiderio e rifiuto. In perfetto stile Ryan Murphy, il corpo di Peters non è mai neutro: reagisce, si irrigidisce, lavora sulle micro-espressioni e su sguardi da calamita. Un corpo che racconta il trauma prima ancora delle parole
Ma se Peters è il protagonista per eccellenza, succube del potere del corpo, contrapposto a lui c’è Ashton Kutcher che sfrutta il proprio potere. Il suo personaggio, un miliardario senza fini morali, è uno dei più inquietanti della serie proprio perché costruito su una seduzione ambigua. È malvagio, sadico, perverso, anche in maniera affascinante. Quel fascino perverso e volutamente sbagliato. È una figura disturbante perché credibile, perché riconoscibile all’interno delle dinamiche del capitalismo contemporaneo.

Kutcher evita ogni eccesso caricaturale, scegliendo una recitazione controllata, quasi fredda. Il suo personaggio incarna perfettamente la logica dello eat the rich: il potere economico che si nutre dei corpi altrui, che monetizza la sofferenza e la trasforma in profitto. Fino a quando non diventa lui stesso vittima della sua creazione.
Un immaginario consapevole ma non esente dai difetti
Dal punto di vista estetico, The Beauty è un compendio dell’immaginario di Ryan Murphy. Corpi perfetti, glamour, violenza esplicita e un uso dell’horror come linguaggio universale. Il celebre fetish per la musica anni ’80 crea un cortocircuito costante tra superficie pop e immagini disturbanti, accentuando la sensazione di alienazione. I riferimenti ad American Psycho sono evidenti e funzionali: la bellezza come giustificazione di ogni abuso.
Ma nonostante l’ambizione, The Beauty non è priva di difetti. la moltiplicazione di personaggi e storyline rischia a volte di diluire la forza del discorso, trasformando alcune sottotrame in strategie per “allungare il brodo”. Il linguaggio Gen Z, ricco di slang e riferimenti pop, oscilla tra efficacia e forzatura. In alcuni momenti risulta perfettamente integrato nel discorso critico, in altri appare come un eccesso di ammiccamento, quasi un’auto parodia.

The Beauty è una serie fisica, carnale, eccessiva, esattamente come il corpo che mette in scena. È disturbante, provocatoria, imperfetta, ma anche profondamente coerente. È una delle opere più crude e consapevoli che Ryan Murphy abbia realizzato negli ultimi anni, capace di usare il body horror come strumento critico e non come semplice provocazione. Non è una serie che chiede di piacere. È una serie che chiede allo spettatore quanto è disposto a soffrire… per essere bello.
Perché, come The Beauty ci ricorda con brutale chiarezza, il mondo è crudele con chi non è bello, ma è ancora più sadico con chi crede che la bellezza possa essere una salvezza.


