Stranger Things – L’impatto generazionale

Stranger Things è diventata molto più di una serie TV: un racconto generazionale capace di unire nostalgia, amicizia e crescita personale, lasciando un segno profondo nella cultura pop e nel cuore di milioni di spettatori

Alberica Sveva Simeone

Quando Matt e Ross Duffer – per tutti, i Duffer Brothers – hanno ideato, scritto e diretto la prima stagione di Stranger Things nel 2016, difficilmente potevano immaginare l’impatto emotivo, culturale e generazionale che quella storia avrebbe avuto. E invece è successo, un piccolo miracolo pop capace di parlare a tutti, ma proprio tutti.

Prodotta da Netflix, Stranger Things è riuscita in un’impresa rarissima: unire la Gen X, i Millennial, la Gen Z e persino la Gen Alpha, coinvolgendo chi è nato tra la fine degli anni Sessanta e i primi Duemila in un unico, gigantesco abbraccio nostalgico. Tutti si sono affezionati alle vicende degli abitanti di Hawkins, una cittadina rurale diventata, stagione dopo stagione, un luogo dell’anima. Del resto, come non amare una serie ambientata nei primi anni ’80 che di quell’epoca mostra tutto: abitudini, vita quotidiana, pregi, difetti, paure e intrattenimento?

Un’America fatta di biciclette trattate come Cadillac (come sottolinea con ironia Jim Hopper), pomeriggi infiniti e amicizie che non avevano bisogno di chat o notifiche per esistere. In un’epoca lontana da console e PlayStation, i ragazzini si ritrovavano nei seminterrati o nelle camerette per giocare a Dungeons & Dragons. Mostri, incantesimi, avventure inventate, compagni da proteggere, c’era tutto. Ma soprattutto c’era qualcosa di fondamentale, oggi sempre più raro: l’amicizia vera.

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Stranger Things nasce esattamente da qui. Dal principio che gli amici si difendono, si proteggono e non si raccontano mai bugie.
“Gli amici non mentono”, dice Mike a Undici, nel tentativo di spiegarle che voler bene significa dire la verità, anche quando fa male.

Ma perché, nonostante tutto questo, Stranger Things è riuscita a entrare così profondamente nel cuore di persone così diverse tra loro?

Le risposte sono molteplici.

La prima è senza dubbio la nostalgia, una carta giocata in modo magistrale dai Duffer. Nati nel 1984, i due fratelli conoscono bene quel decennio colorato, ingenuo e indimenticabile. Il loro amore per gli anni ’80 è palpabile in ogni dettaglio: dalla colonna sonora ai costumi, dalle luci al modo di raccontare l’avventura. Solo chi ama davvero un’epoca può renderla così viva.

Noi spettatori ci siamo avvicinati alla serie con curiosità, sperando in un buon prodotto, magari originale. Ma nessuno – davvero nessuno – si aspettava una storia così solida, emozionante e ricca di personaggi capaci di entrare nelle nostre vite come fossero amici di vecchia data.

Episodio dopo episodio, ci siamo riconosciuti in loro. Chi riviveva se stesso da ragazzo, chi avrebbe voluto essere come loro. Undici, Mike, Lucas, Dustin, Will, Max, Nancy, Jonathan, Steve e tutti gli altri sono diventati il nostro specchio, le nostre speranze, i nostri ricordi.

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Lo stesso vale per gli adulti: Hopper, Joyce Byers, Karen Wheeler. Gli adulti che avremmo voluto accanto, quelli che avremmo voluto essere, o quelli che speriamo di diventare.

Ogni personaggio – persino Henry/Vecna – ha lasciato un segno indelebile.

E poi c’è l’impatto culturale.

Tra venti, trenta anni, Stranger Things verrà ricordata come un’icona pop assoluta, al pari di Ghostbusters, Ritorno al Futuro o I Goonies. Oggi è difficile immaginare un altro prodotto capace di imprimersi così a fondo nell’immaginario collettivo e attraversare il tempo senza perdere fascino.

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Stranger Things sarà il simbolo della pop culture delle generazioni future

Lo sarà anche per la straordinaria evoluzione dei suoi personaggi. Prendiamone tre emblematici: Steve Harrington, Nancy Wheeler e Karen Wheeler.

Steve nasce come il classico bullo privilegiato: ricco, bello, sportivo, arrogante e senza scrupoli. All’inizio lo detestiamo. Poi qualcosa cambia. Scena dopo scena, Steve cresce, matura, scopre di avere una coscienza. Diventa coraggioso, altruista e, incredibilmente, una guida per i più piccoli. Da cliché anni ’80 a vero eroe emotivo della serie.

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Nancy, inizialmente la ragazza modello, timida e studiosa, evolve in modo dirompente. Dopo eventi traumatici, trova forza, determinazione e coraggio. Imbraccia armi, guida spedizioni nel Sottosopra e non si tira mai indietro. Non è più la donzella da salvare, ma colei che salva gli altri. Una Ellen Ripley versione Hawkins.

Karen Wheeler, infine, è la madre apparentemente perfetta, intrappolata in una vita piatta e in un matrimonio spento. Insoddisfatta e frustrata, trova però una nuova consapevolezza. Diventa una donna forte, pronta a tutto per difendere i suoi figli. Una trasformazione autentica, potente, reale.

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Queste evoluzioni ci hanno fatto amare Stranger Things perché ci hanno dato speranza. La speranza di poter cambiare, di diventare una versione migliore e più autentica di noi stessi.

La fine della serie lascia un vuoto enorme. Ci sentiamo tutti un po’ orfani. Vorremmo sapere cosa ne sarà dei personaggi, seguirli ancora, far parte delle loro vite. E, più di ogni cosa, vorremmo che loro continuassero a far parte delle nostre.

In fondo, però, questo è già successo. Perché Hawkins ha lasciato un pezzo di sé nel cuore di ciascuno di noi.

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Classe '78, romana. Coltiva sin da piccola l'interesse per il genere horror e il cinema. Appassionata di cultura pop, film anni '80, amante della città di New York e dei viaggi in generale. È autrice, podcaster e youtuber. Ha pubblicato numerosi racconti e romanzi e scritto diversi soggetti cinematografici e televisivi. È sceneggiatrice di Dylan Dog per Sergio Bonelli Editore e saggista per Odoya Edizioni.
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