Speciale X-Men – La storia dei mutanti al cinema

Dalla rivoluzione del primo X-Men di Bryan Singer al trionfo di Giorni di un futuro passato, passando per il capolavoro crepuscolare Logan e il crollo di Dark Phoenix, un viaggio completo nella storia cinematografica degli X-Men: oltre venticinque anni di successi, errori, rinascite e mutazioni che hanno cambiato per sempre il cinema supereroistico, fino alla nuova era che si apre dopo il teaser di Avengers: Doomsday

Antonio Pironti
copertina speciale x-men cinema marvel

Prima della nascita e dell’ascesa dell’MCU e del DCEU, diventato poi DCU, i mutanti della casa delle idee hanno saputo imporsi nell’immaginario collettivo costruendo un universo cinematografico che ha racchiuso in se tra i punti più alti e tra i punti più bassi della narrativa dei supereroi al cinema, ora dopo il teaser di Avengers: Doomsday una nuova era sembra iniziare per i mutanti al cinema.

Ma come sono riusciti i pupilli del Professor Xavier a imporsi sul grande schermo come nei fumetti ? Scopriamolo insieme!

Diversi in tutto

X-Men

Per tutti gli appassionati della Casa delle Idee, il nome di Avi Arad non è certo una novità. Dopo aver iniziato la sua carriera come responsabile di Marvel Toys, il produttore israeliano è passato alla gestione delle trasposizioni cinematografiche dei supereroi Marvel, diventando supervisore e produttore di tutte le pellicole realizzate prima dell’avvento del MCU. All’inizio degli anni ’90 fu incaricato personalmente da Stan Lee di vendere il maggior numero possibile di diritti cinematografici per risanare le casse dell’azienda. Arad individuò subito la proprietà intellettuale su cui puntare: i personaggi più popolari e redditizi della casa editrice, gli X-Men.

In quel periodo, infatti, le testate dedicate ai mutanti non erano soltanto le più vendute tra i titoli mensili Marvel, ma dominavano l’intero mercato fumettistico statunitense. Gran parte del merito andava alla leggendaria run di Chris Claremont che, nell’arco di quasi un decennio, aveva trasformato i mutanti nei personaggi psicologicamente più stratificati dell’universo Marvel, intrecciando trame destinate a segnare in modo indelebile la narrativa degli anni ’80. Gli X-Men occupavano stabilmente le prime posizioni delle classifiche e pubblico e critica sembravano non volerne mai abbastanza. Non a caso, nei primi anni ’90 si arrivò a contare ben sette testate mensili dedicate ai mutanti, ciascuna con toni e team creativi differenti.

Arad, ancora una volta, ebbe fiuto. I diritti cinematografici degli X-Men furono inizialmente ceduti a James Cameron, il regista con i maggiori incassi nella storia del cinema, che progettava un film dai toni maturi e introspettivi. Tuttavia, a causa di problemi di budget, quel progetto non vide mai la luce. Dopo una seconda asta, i diritti vennero acquistati dalla 20th Century Fox per una cifra a sette zeri. Fu proprio la Fox a portare i mutanti sul grande schermo nel 2000.

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Il poster del primo, storico film degli X-Men (2000)

Con la regia di Bryan Singer, già noto per I Soliti Sospetti, il primo film dedicato agli X-Men – intitolato semplicemente X-Men – si presentò con un cast di altissimo livello: Patrick Stewart nel ruolo del Professor X/Charles Xavier, Ian McKellen in quello di Magneto, Halle Berry nei panni di Tempesta e Hugh Jackman come Logan/Wolverine.

La pellicola racconta il conflitto politico scatenato dalla proposta di una legge sulla “registrazione dei mutanti”, che provoca una profonda frattura all’interno della comunità mutante. Da un lato, Charles Xavier crede fermamente nella possibilità di convivenza tra umani e mutanti, nonostante la diffidenza e la paura. Dall’altro, Magneto, sopravvissuto ai campi di concentramento e testimone diretto delle conseguenze dell’odio sistemico, è convinto che solo uno scontro aperto possa evitare nuove persecuzioni. Nel frattempo, la scuola di Xavier accoglie un nuovo studente destinato a diventare centrale negli equilibri del gruppo: Logan.

Il film, che incassò 296 milioni di dollari, ottenne un’accoglienza ampiamente positiva da parte di pubblico e critica. Oltre alla regia solida, vennero particolarmente apprezzati la profondità dei temi e l’equilibrio tra spettacolarità e riflessione. La narrazione riesce a coniugare azione supereroistica e analisi di questioni come discriminazione, razzismo e dinamiche della politica americana. Pur presentando Magneto come antagonista, Singer evita giudizi semplicistici e offre allo spettatore entrambe le prospettive, suggerendo che il vero nemico sia l’odio verso le minoranze in quanto tali. Un messaggio che, ancora oggi, conserva una forte attualità.

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Il cast del primo film degli X-Men

Nonostante l’ampio numero di personaggi principali e secondari, la sceneggiatura riesce a distribuire efficacemente lo spazio narrativo, permettendo a ciascun membro del cast di emergere con caratteristiche, fragilità e conflitti ben definiti, arricchendo così il tessuto della storia.

Il successo del film rappresentò il punto di partenza per una saga che, prima della nascita del Marvel Cinematic Universe, avrebbe dimostrato – almeno nelle sue prime fasi – una coerenza narrativa tale da diventare un modello per i futuri universi condivisi.

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Nel 2003 arriva l’atteso sequel: X-Men 2

Nel 2003 arrivò infatti X-Men 2, ancora diretto da Bryan Singer. Questo secondo capitolo, insieme al predecessore, è spesso citato tra i migliori cinecomic di sempre, e le ragioni sono evidenti.

Grazie al successo del primo film, Singer ottenne maggiore libertà creativa e un budget più consistente. Il regista ne approfittò sviluppando ulteriormente gli elementi che avevano funzionato, dando vita a un thriller fantapolitico dai toni ancora più maturi. Dopo un attentato fallito al Presidente degli Stati Uniti da parte di Nightcrawler, il generale William Stryker – personaggio introdotto da Claremont nei fumetti – attacca la scuola di Xavier, costringendo Xavier e Magneto a un’alleanza forzata per sopravvivere.

Supportato da sequenze d’azione di altissimo livello, tra cui l’iconico assalto di Nightcrawler alla Casa Bianca – ancora oggi considerato uno dei momenti registici più riusciti dei film Marvel – Singer costruisce un racconto che esplora militarismo, paura del diverso e tensioni sociali attraverso lo sguardo dei mutanti. Il film dimostra con decisione che una storia di supereroi può diventare uno spazio di confronto su temi complessi, senza rinunciare all’intrattenimento.

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X-Men 2, Alan Cumming interpreta Nightcrawler

Il messaggio è chiaro: non importa l’origine o la diversità, ciò che conta è la possibilità di riconoscersi anche nelle differenze. Ed è questa la lezione che i primi due capitoli del franchise consegnano al pubblico.

Forte della sua qualità e del consenso ottenuto, il secondo film incassò quasi mezzo miliardo di dollari, registrando una crescita significativa rispetto al capitolo precedente e consolidando definitivamente l’universo cinematografico degli X-Men, destinato a espandersi negli anni successivi tra sequel, prequel e spin-off.

La Fenice: Morte e Rinascita 

La pellicola che conclude la prima trilogia dedicata agli X-Men, successivamente ribattezzata “trilogia originale”, arriva nelle sale nel 2006. Questa volta, però, alla regia non c’è più Bryan Singer, impegnato contemporaneamente su un altro cinecomic, Superman Returns. Al suo posto viene scelto Brett Ratner, già noto per la saga di Rush Hour. Il titolo del film, X-Men: Conflitto finale, lasciava già intuire la volontà di offrire una conclusione importante alla “prima fase” dell’universo cinematografico dei mutanti.

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Poster italiano di X-Men: Conflitto Finale, terzo film dedicato ai mutanti Marvel

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes, il film vantava un budget di 210 milioni di dollari che, ancora oggi, tenendo conto dell’inflazione, lo colloca tra le produzioni più costose nella storia del cinema. Un investimento che testimonia l’enorme attesa del pubblico, ma che non riuscì a mascherare una produzione estremamente travagliata. Nonostante Singer avesse già sviluppato un soggetto insieme agli sceneggiatori dei primi due film, Michael Dougherty e Dan Harris, e avesse individuato in Matthew Vaughn il regista ideale, lo studio decise di intervenire pesantemente.

Considerato l’affetto del pubblico per il personaggio di Logan, si optò per una riscrittura completa della sceneggiatura, spostando il fulcro narrativo proprio sul Wolverine interpretato da Hugh Jackman, scelta che comportò anche un cambio alla regia.

Tutti questi fattori finirono per influire negativamente sulla qualità complessiva del film. La storia ruota attorno a Jean Grey, alias Fenice, una mutante dai poteri praticamente illimitati che non riesce a controllare, scatenando una spirale di eventi potenzialmente apocalittici. La perdita di controllo la conduce a uccidere prima Ciclope e poi lo stesso Charles Xavier, in una delle poche sequenze davvero incisive dal punto di vista emotivo. Parallelamente, il governo tenta di sviluppare una “cura per i mutanti”, con l’obiettivo di eliminare definitivamente quello che viene percepito come il “problema mutante”.

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Famke Janssen è Jean Grey/Fenice in X-Men: Confltto Finale

Nonostante un incasso di 460 milioni di dollari, in linea con le aspettative commerciali, e un finale che offre comunque una chiusura formale alla trilogia – con Bestia nominato ambasciatore dei mutanti presso l’ONU, Xavier che riesce a trasferire la propria coscienza in un altro mutante prima di morire e la rivelazione che la “cura” non è permanente – il film non riesce a reggere il confronto con i due capitoli precedenti. Pur ispirandosi a una delle saghe fumettistiche più celebri della gestione di Chris Claremont e John Byrne, ovvero La saga della Fenice Nera, la pellicola manca della stessa profondità narrativa e tematica.

Molti personaggi secondari vengono sacrificati per concentrare l’attenzione quasi esclusivamente sul rapporto tra Logan e Jean Grey, e l’equilibrio sapientemente costruito da Singer tra azione e riflessione viene abbandonato in favore di uno spettacolo più muscolare. L’azione resta efficace, ma priva di quel peso emotivo che aveva caratterizzato i primi due film. La durissima sequenza di Angelo che tenta di amputarsi le ali con una sega, infliggendosi un dolore atroce al raggiungimento della pubertà, riesce sì a comunicare il dramma sociale dell’essere “diversi” e “mutanti”, ma rimane un episodio isolato in un racconto che rinuncia quasi del tutto all’introspezione, preferendo accumulare combattimenti.

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Rivisto oggi, X-Men: Conflitto finale resta comunque un prodotto solido, che però non aspira mai a essere qualcosa di più, a differenza dei suoi predecessori. Con la conclusione della prima trilogia, era ormai giunto il momento di esplorare nuovi orizzonti: prequel, sequel ambientati in linee temporali alternative e intere saghe soliste dedicate a singoli personaggi. Il franchise degli X-Men era pronto a espandersi, lasciandosi alle spalle la sua fase originaria per guardare a nuove direzioni narrative.

 

Due passati

Quando arrivò il momento di concentrarsi sull’esplorazione del passato degli X-Men, antecedente agli eventi della trilogia originale, lo studio prese una decisione strategica ben precisa. L’interpretazione di Hugh Jackman nei panni di Logan aveva infatti conquistato pubblico e critica, rendendo il personaggio il favorito assoluto dei fan. Poiché Logan si sarebbe unito agli X-Men solo nel primo film diretto da Bryan Singer, si decise di separare i percorsi narrativi: da una parte una saga prequel dedicata al gruppo degli X-Men, dall’altra un percorso autonomo per Wolverine, che avrebbe avuto prima un film prequel e poi una vera e propria saga solista, completamente svincolata dal resto del team.

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Nel 2009 arrivò così nelle sale X-Men le origini: Wolverine, prequel incentrato sulla vita di Logan prima del suo ingresso nello Xavier Institute. Diretto da Gavin Hood, il film si rivelò però uno dei punti più bassi, in termini qualitativi, dell’intera saga cinematografica degli X-Men. La pellicola si proponeva di raccontare le origini del personaggio, spiegando come avesse ottenuto i suoi poteri e lo scheletro rinforzato di adamantio, ma il risultato finale non fu all’altezza delle aspettative.

Nonostante alcuni momenti interessanti, come il debutto di Deadpool interpretato da Ryan Reynolds – seppur privo del costume iconico e identificato semplicemente come Arma XI – il film venne accolto in modo estremamente freddo dalla critica specializzata. Le principali accuse riguardarono una sceneggiatura e una regia giudicate largamente inferiori agli standard già raggiunti dal franchise, rendendo l’opera anonima e poco incisiva. Questa accoglienza negativa ebbe ripercussioni anche sul piano commerciale: con 376 milioni di dollari di incasso a fronte di un budget di circa 200 milioni, il film divenne il primo vero grande flop della saga.

x-men l'inizio

Nonostante questa battuta d’arresto per il personaggio di Logan, dopo due anni arrivò il momento del prequel dedicato al resto degli X-Men. Con Matthew Vaughn alla regia – scelto dallo stesso Singer – nel 2011 uscì X-Men: L’inizio. Il film racconta la fondazione dello Xavier Institute e il rapporto tra Charles Xavier e Magneto, mostrando come due amici fraterni siano progressivamente arrivati a uno scontro ideologico insanabile sul rapporto tra mutanti e umani.

Arricchito da un cast completamente rinnovato, con James McAvoy nel ruolo di Xavier e Michael Fassbender in quello di Magneto, il film ricevette un’accoglienza estremamente positiva. Vaughn ambienta la storia negli anni ’60, in un’America segnata dal maccartismo e dalla crisi dei missili di Cuba, che nel film si scopre essere stata orchestrata da Sebastian Shaw, storico nemico degli X-Men creato da Chris Claremont, dotato della capacità di assorbire energia cinetica e di una mente strategica fuori dal comune.

Il fulcro narrativo del film è il ritorno alla formula sviluppata da Singer: azione supereroistica affiancata da temi maturi e profondi, esplorati attraverso i personaggi. Ancora una volta, la dinamica Xavier/Magneto emerge come cuore pulsante della saga, incarnando due visioni opposte del mondo e riflettendo un conflitto eterno, in cui il “nemico” può essere anche colui che è stato al tuo fianco per tutta la vita.

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Con circa 400 milioni di dollari di incasso, il film si rivelò un successo sia commerciale che critico, dimostrando che anche pellicole prive di Logan potevano funzionare, se sostenute da una regia solida e da una sceneggiatura di qualità. Inoltre, gettò le basi per quello che sarebbe diventato il punto più alto dell’intero franchise.

Nel 2013 arrivò il seguito della saga solista dedicata a Logan, questa volta non ambientato nel passato ma un anno dopo gli eventi di Conflitto finale. Diretto da James Mangold, Wolverine – L’immortale presenta un Logan profondamente segnato dal senso di colpa per aver ucciso Jean Grey, l’unica donna che abbia mai amato. Il suo viaggio lo conduce in Giappone, dove si scontra con la Yakuza e con Viper, una mutante esperta di biochimica, mentre interiormente è costretto a ritrovare la volontà di continuare a vivere.

Wolverine - L’immortale

Il film segna un netto miglioramento qualitativo rispetto al precedente capitolo dedicato a Wolverine. L’approccio più intimo e introspettivo, unito a un’ambientazione e a un tono differenti rispetto a quelli a cui il pubblico era abituato, contribuiscono a rendere la pellicola complessivamente riuscita. Pur con alcuni limiti – come effetti speciali che oggi mostrano il peso del tempo – il film resta ancora godibile e dimostra come il personaggio di Logan abbia sempre nuovi spunti narrativi da offrire.

 

L’apice: Giorni di un futuro passato

Se vi capita di entrare oggi in una fumetteria, potrebbe essere interessante fare un piccolo esperimento: prendete dieci persone diverse e chiedete quale sia, secondo loro, la migliore storia mai scritta dedicata a un supereroe o a un gruppo di supereroi. Con ogni probabilità otterrete almeno cinque risposte differenti.

Se, ad esempio, domandaste quale sia la miglior storia su Batman, le opzioni potrebbero spaziare da Il ritorno del Cavaliere Oscuro a Batman: Anno Uno, passando per Il lungo Halloween, Hush, La Corte dei Gufi o la run di Grant Morrison. Questo accade perché, quando ci approcciamo a personaggi con alle spalle decenni di pubblicazioni, tendiamo a privilegiare le storie che più ci hanno colpito in base ai nostri gusti e alle nostre esperienze personali.

Ecco, provate però a ripetere lo stesso esperimento con gli X-Men: nove persone su dieci vi risponderanno allo stesso modo. La migliore storia mai scritta sui mutanti è Giorni di un futuro passato.

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La saga, scritta da Chris Claremont e disegnata da John Byrne, è ancora oggi considerata il vertice assoluto della narrativa dedicata agli X-Men. Pubblicata originariamente su Uncanny X-Men #141 e #142 nel 1981, è ambientata in un futuro distopico in cui le Sentinelle – robot creati da Sebastian Shaw per annientare i mutanti – hanno preso il controllo degli Stati Uniti, rinchiudendo i mutanti superstiti in campi di concentramento. Per scongiurare quell’esito catastrofico, i pochi rimasti tentano un disperato viaggio nel tempo con l’obiettivo di salvare il futuro.

L’influenza di questa storia è ancora oggi profondamente avvertita nel fumetto americano. Come gran parte della leggendaria run di Claremont, essa ha contribuito a definire lo standard della narrativa Marvel moderna, costruendo una saga di ampio respiro che continua a essere fonte di ispirazione per qualità artistica e solidità di scrittura. È un racconto che ha retto alla prova del tempo per oltre quarant’anni, anticipando temi e strutture narrative che sarebbero stati ripresi in decine di opere successive, non solo legate ai mutanti.

Quando nel 2012 la 20th Century Fox annunciò che il nuovo capitolo cinematografico del franchise si sarebbe intitolato X-Men – Giorni di un futuro passato, i fan accolsero la notizia con entusiasmo. Da anni si attendeva un adattamento di quella storia leggendaria. Poco dopo venne confermato anche il ritorno alla regia di Bryan Singer, affiancato dal team tecnico dei primi due film e addirittura dalla consulenza esterna di James Cameron, che già dagli anni ’90 aveva manifestato il desiderio di dirigere un film sugli X-Men. L’attesa crebbe ulteriormente, perché il progetto sembrava avere tutte le carte in regola per rappresentare l’apice della saga inaugurata da Singer, che in quel periodo celebrava il suo primo decennio di vita.

x-men giorni di un futuro passato

Quando il film uscì, due anni dopo, il successo fu travolgente: accoglienza entusiastica da parte di pubblico e critica, 750 milioni di dollari di incasso – record assoluto per il franchise – candidatura agli Oscar per i migliori effetti speciali e perfino una menzione speciale agli Eisner Award come miglior trasposizione fumettistica.

La pellicola riunisce due linee temporali: quella “classica”, ambientata dopo X-Men: Conflitto finale, e quella prequel inaugurata con X-Men: L’inizio. La trama adatta con grande efficacia l’idea originale di Claremont: anche qui le Sentinelle hanno conquistato il mondo e i mutanti sopravvissuti tentano un viaggio nel tempo per impedire che quell’incubo si realizzi. Questo espediente narrativo consente alle versioni giovani e adulte dei personaggi di incontrarsi e collaborare, dando vita a un intreccio ricco di suggestioni.

Il viaggio dei mutanti non è soltanto un ritorno nel proprio passato, ma diventa anche un attraversamento della storia americana. Dal trauma dell’assassinio di Kennedy fino all’elezione di Nixon, il film suggerisce che l’America contemporanea, con le sue divisioni e le sue paure, sia il risultato di precise dinamiche politiche che alimentano il timore del diverso e dell’ignoto per consolidare consenso e potere.

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Singer torna così a fare ciò che aveva già realizzato in X-Men e X-Men 2: utilizzare i mutanti come metafora di tutte le minoranze emarginate e discriminate. Ancora una volta Xavier e Magneto sono costretti a collaborare per sopravvivere e impedire l’attivazione delle Sentinelle, affiancati dalle loro controparti più giovani e da molti personaggi apparsi nei capitoli precedenti. Gli eventi che si verificano nel passato generano un nuovo futuro, rivitalizzando il franchise e aprendo la strada a ulteriori sviluppi narrativi.

Il risultato è una pellicola che rappresenta la sintesi di tutto ciò che ha reso grande la saga degli X-Men, elevato a un livello persino superiore a quello raggiunto con X-Men 2. Per molti critici, si tratta del miglior film mai realizzato sui mutanti e di uno dei cinecomic più riusciti di sempre.

 

L’inizio della fine: Apocalisse 

Con Giorni di un futuro passato, il franchise degli X-Men aveva raggiunto il suo picco di popolarità. Nonostante il Marvel Cinematic Universe e il DC Extended Universe stessero nascendo e guadagnando sempre più spazio, la saga dei mutanti, forte di una direzione artistica solida e di una qualità complessiva superiore alla media, era riuscita a ritagliarsi una propria identità ben definita. L’annuncio di un nuovo capitolo diretto da Bryan Singer contribuì ad alimentare ulteriormente le aspettative del pubblico.

Nel 2016 arrivò quindi nelle sale X-Men: Apocalisse, ancora una volta sotto la regia di Singer. Il film coinvolge il cast corale dei giovani X-Men, riplasmato dagli eventi di Giorni di un futuro passato, chiamato a fronteggiare Apocalisse, il primo mutante della storia, nato nell’antico Egitto e risvegliatosi negli anni ’80 con l’obiettivo di conquistare il mondo intero.

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La formula di Singer continua in parte a funzionare. La sottotrama politica legata alla Guerra Fredda offre allo spettatore un film d’azione che invita anche alla riflessione, mantenendo alta l’attenzione non solo sul piano spettacolare ma anche su quello tematico. La regia riesce spesso a tenere incollato il pubblico allo schermo; tuttavia, in più di un’occasione, lo stesso Singer sembra inciampare in scelte discutibili.

Alcune sequenze d’azione risultano eccessive e finiscono per stonare con la qualità della sceneggiatura, che sorprendentemente non riesce a sviluppare adeguatamente il villain. Apocalisse appare così come un antagonista bidimensionale, lontano anni luce dalla complessità e dalla profondità psicologica riservata a Magneto nei capitoli precedenti, assumendo tratti fin troppo caricaturali.

Nel complesso, la pellicola rimane comunque godibile e, nonostante un’accoglienza piuttosto fredda da parte della critica, gli incassi si rivelarono soddisfacenti, sfiorando i 600 milioni di dollari. X-Men: Apocalisse segna però anche l’addio definitivo di Singer al franchise e, inevitabilmente, l’inizio della sua fase discendente.

 

L’anno della svolta: il 2017

Dopo Apocalisse, che segna un punto di svolta per il franchise, il 2017 si rivela un anno fondamentale per la storia degli X-Men al cinema: due avvenimenti in particolare segneranno un nuovo picco per la saga, insieme all’annuncio della sua inesorabile fine.

Nell’aprile del 2017 debutta al cinema, ancora una volta diretto da James Mangold, il terzo capitolo della trilogia solista dedicata al personaggio di Logan. Ispirata alla saga Vecchio Logan di Mark Millar e Steve McNiven, la pellicola Logan scolpisce un’altra pagina fondamentale non solo per la saga di Wolverine, ma per l’intero genere supereroistico cinematografico.

x-men logan the wolverine

Nel 2017, chiaramente, i film di supereroi non sono più una novità: l’Marvel Cinematic Universe e il DC Extended Universe hanno ormai preso piede in maniera inesorabile e dominano i botteghini, costruendo universi solidi con una visione ben definita, replicata coerentemente in ogni pellicola destinata al grande pubblico. In questo contesto, il franchise degli X-Men rischia di rimanere schiacciato tra un film dell’MCU e uno della DC.

Il regista, appoggiato dalla casa di produzione, compie allora una scelta coraggiosa, quasi un azzardo: realizzare un western vietato ai minori di 17 anni per trasformare l’ultimo capitolo della saga di Logan in un film profondamente intimista, brutale nella sua violenza e ricco di omaggi ai classici del cinema del passato. L’obiettivo è raccontare una storia capace di parlare al pubblico cresciuto insieme agli X-Men e a Logan, una riflessione su come le esperienze di vita possano renderci persone migliori — o peggiori — a seconda delle scelte che compiamo.

La storia narra infatti dell’ultima missione di Logan, in un mondo in cui i mutanti sono a rischio estinzione. Deve salvare una bambina, la prima mutante nata dopo molto tempo. Dopo aver parlato con Xavier, ormai indebolito dall’inarrestabile avanzata dell’Alzheimer, decide di accettare quest’ultimo incarico, nonostante il suo fattore rigenerante non sia più potente come un tempo.

Questo film può essere considerato l’ultima grande gemma che gli X-Men abbiano regalato al mondo del cinefumetto. Candidato agli Oscar per la migliore sceneggiatura non originale, dimostra ancora una volta che la potenza narrativa insita in questi personaggi è senza tempo, senza limiti e capace di adattarsi a ogni genere e a ogni epoca. Il viaggio che Logan compie — privo del suo consueto fattore rigenerante, affiancato da uno Xavier gravemente malato — è un percorso che mette in luce quanto determinate esperienze umane siano universali.

logan x-men

Il film dimostra che un cinefumetto può essere cinema allo stato puro, arte capace di parlare a tutti gli spettatori nel profondo. Perché, in fondo, anche quando si tratta di supereroi, è la loro umanità a definirli. Logan è la perfetta dimostrazione di tutto questo: un’opera che dovrebbe essere vista soprattutto da chi oggi si lamenta dell’omologazione dei film di supereroi, per ricordare che non tutti i cinefumetti sono grandi film, ma che un cinefumetto può essere un grande film, esattamente come accade in qualsiasi altro genere.

Dopo aver offerto un ulteriore contributo fondamentale alla storia del genere, nel dicembre del 2017 arrivò l’annuncio che avrebbe segnato la fine dell’intero franchise. In seguito a un accordo da 52,4 miliardi di dollari, The Walt Disney Company annunciò l’acquisizione della 20th Century Fox e di tutte le sue proprietà. Divenne così chiaro che i mutanti sarebbero presto entrati nell’MCU sotto una nuova veste, con nuovi interpreti pronti ad abitare l’universo cinematografico ufficiale della Marvel.

Con la pubblicazione dell’annuncio, il pubblico comprese che, dopo quasi vent’anni di attività, la fiamma degli X-Men ideati da Singer si sarebbe spenta. E che era ormai tempo di un ultimo film.

 

Il punto più basso: Dark Phoenix e New Mutants

Nel 2019 debuttò nelle sale l’ultimo film dedicato agli X-Men che non fosse uno spin-off. Scritto e diretto da Simon Kinberg, storico collaboratore di Singer che aveva già lavorato alla sceneggiatura di Conflitto finale, Giorni di un futuro passato e Apocalisse, la nuova pellicola intitolata X-Men – Dark Phoenix è il quarto film prequel dedicato alla storia delle origini di Jean Grey. Una storia che, in realtà, era già stata narrata in Conflitto finale, all’interno di una timeline che però era stata cancellata da Giorni di un futuro passato. Dopo gli eventi di Apocalisse, dunque, questa vicenda poteva essere raccontata nuovamente.

Nelle intenzioni, infatti, il film avrebbe dovuto rappresentare il primo capitolo di una nuova trilogia prequel ambientata nella timeline ormai divenuta canonica.

X-Men - Dark Phoenix

Se la spiegazione precedente può risultare confusa e disordinata, è facile intuire il primo motivo per cui questo film si è rivelato un totale fallimento: all’interno di una saga che, pur con qualche incertezza, era sempre riuscita a mantenere una struttura coerente, questa pellicola non trova una vera collocazione. Non è una storia che si inserisce organicamente nell’universo narrativo costruito fino a quel momento, ma appare piuttosto come un corpo estraneo.

Il secondo motivo è altrettanto evidente: il film è un disastro sotto quasi ogni punto di vista. La regia risulta anonima, priva di una cifra stilistica riconoscibile, mentre il montaggio appare confuso e, per certi versi, raffazzonato. Nonostante Sophie Turner nel ruolo di Jean Grey e James McAvoy in quello di Charles Xavier cerchino di mettere il loro talento al servizio della narrazione, la sceneggiatura — priva di una struttura solida e caratterizzata da dialoghi che definire mediocri sarebbe persino generoso — non consente loro di elevare la qualità complessiva della pellicola. Anche gli effetti visivi, elemento fondamentale in un cinecomic di questa portata, risultano curati in maniera approssimativa, restituendo sequenze di qualità decisamente inferiore rispetto agli standard del genere.

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Costato circa 250 milioni di dollari, il film ne ha incassati a malapena 252 a livello globale, con una perdita stimata per la Fox tra i 110 e i 150 milioni di dollari. Un risultato che segna il punto più basso mai raggiunto dal franchise sotto ogni punto di vista possibile, sia critico sia commerciale.

Quando, l’anno successivo, uscì il film spin-off The New Mutants, dedicato a un nuovo gruppo di mutanti, il grande pubblico — già scosso dalla notizia dell’acquisizione da parte di Disney e deluso dal fallimento di Dark Phoenix — era ormai totalmente disinteressato all’uscita del film. A peggiorare la situazione contribuirono le numerose indiscrezioni diffuse da varie testate, secondo cui la pellicola sarebbe stata riscritta e rimontata almeno due volte, circostanza che non aiutava certo ad alimentare aspettative positive.

The New Mutants

Durante la produzione, infatti, la Fox impose al regista Josh Boone un montaggio che eliminava quasi completamente le componenti horror previste inizialmente. Dopo il successo di It, tuttavia, la stessa Fox ordinò nuove riprese e un ulteriore montaggio, con l’aggiunta delle scene horror originariamente concepite e la creazione di nuove sequenze. Quando l’acquisizione da parte di Disney fu completata, la nuova proprietà decise di accantonare le riprese aggiuntive imposte dalla Fox e di distribuire la versione iniziale voluta dal regista. Quest’ultimo, però, nel frattempo aveva maturato l’intenzione di reinserire alcune delle sequenze girate successivamente e da lui apprezzate.

Il prodotto finale che ne derivò, come facilmente intuibile alla luce di questa travagliata produzione, è un film privo di una direzione chiara. Presenta alcune buone scene horror, ma nulla di realmente memorabile. Nonostante alcuni dei nuovi mutanti risultino potenzialmente interessanti, la pellicola manca completamente di mordente e non riesce a coinvolgere lo spettatore. Gli incassi ne sono la dimostrazione più evidente: a fronte di un budget di circa 60 milioni di dollari, il film ne ha incassati appena 48, causando un’ulteriore perdita finanziaria e sancendo, di fatto, la fine del franchise cinematografico degli X-Men.

 

La zona grigia: la trilogia di Deadpool

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Mentre il resto dei mutanti al cinema continuava il proprio percorso anno dopo anno, uno dei personaggi più noti dell’universo fumettistico Marvel diventava protagonista di una delle trilogie più riuscite e riconoscibili del genere, capace di mescolare azione, parodia e puro intrattenimento in modo estremamente efficace.

La trilogia di Deadpool, interpretata ancora una volta da Ryan Reynolds, si è sviluppata nell’arco di otto anni. È iniziata nel 2016 con Deadpool, diretto da Tim Miller, è proseguita nel 2018 con Deadpool 2 di David Leitch, e si è conclusa nel 2024 con Deadpool & Wolverine, diretto da Shawn Levy. Quest’ultimo capitolo segna anche il ritorno di Hugh Jackman nei panni di Logan.

I film dedicati al Mercenario Chiacchierone si sono sempre mossi all’interno di una sorta di zona grigia, sospesi tra l’universo cinematografico della Fox e l’MCU. Se, infatti, i primi due capitoli sono ambientati nel mondo cinematografico Fox, il terzo film entra ufficialmente a far parte della Fase Cinque dell’MCU, sancendo l’integrazione definitiva del personaggio nel canone Marvel Studios.

La trilogia ha colpito sin da subito il pubblico per la sua natura apertamente parodistica nei confronti del genere supereroistico. Si tratta di film pensati per un pubblico adulto, amante di scene d’azione sanguinolente e di battute metacinematografiche che prendono di mira gli stessi film di supereroi, il tutto con un tono dichiaratamente dissacrante e mai autocelebrativo. Questo nuovo modo di concepire il genere, perfettamente coerente con lo spirito del personaggio nei fumetti, ha permesso alla saga di ottenere consensi quasi unanimi da parte della critica e del pubblico. Il risultato è stato un successo clamoroso: la trilogia ha incassato complessivamente circa 2,5 miliardi di dollari, affermandosi come una delle saghe più redditizie e amate di sempre.

Il futuro

ciclope x-men avengers doomsday

Dopo l’uscita del terzo teaser di Avengers: Doomsday, i fan sono curiosi di scoprire come si concluderà la lunga saga dei personaggi provenienti dall’universo Fox, dopo oltre venticinque anni di storia cinematografica. Tirando le somme di questo lungo percorso, si può affermare che l’universo cinematografico degli X-Men abbia contribuito in modo decisivo a ridefinire gli standard qualitativi dei film di supereroi, grazie a picchi creativi che hanno segnato il genere in maniera indelebile.

I personaggi sono ormai impressi nell’immaginario collettivo per la loro forza narrativa e per una rappresentazione che, ancora oggi, riesce a rimanere attuale e significativa. Ciò che appare certo è che, qualunque cosa accada nei prossimi film dedicati agli Avengers, la storia dei mutanti non è affatto finita: è semplicemente pronta a cominciare un nuovo capitolo.

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Salve a tutti! Mi chiamo Antonio e studio storytelling, le mie più grandi passioni includono i fumetti, i film e le storie in generale