Il 30 dicembre è stato rilasciato sul canale YouTube di Marvel il secondo dei quattro teaser trailer previsti per il film-evento Avengers: Doomsday, in arrivo nelle sale italiane il 16 dicembre 2026. Alla regia tornano i fratelli Russo, già responsabili di Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame, mentre Robert Downey Jr. interpreterà il famigerato Dottor Destino.
Il teaser, della durata di circa un minuto e mezzo, ha come protagonista Thor, il Dio del Tuono interpretato da Chris Hemsworth. Nel filmato, il personaggio viene mostrato mentre prega suo padre Odino di guidarlo in battaglia, affinché possa tornare da sua figlia non come un guerriero, ma come una guida.
Il video promozionale ha ricevuto un consenso quasi unanime da parte del pubblico, soprattutto per il ritorno a una versione più classica del personaggio, non solo dal punto di vista estetico, ma anche caratteriale. Allo stesso tempo, il teaser ha riacceso il dibattito sulla figura di Thor all’interno dell’MCU, un personaggio spesso contraddittorio, capace di regalare momenti memorabili ma anche scelte narrative discutibili. Thor è stato protagonista sia di alcuni dei punti più alti dell’universo cinematografico Marvel sia di fasi che ne hanno segnato le crisi più evidenti.
Come può una delle figure più potenti dell’universo Marvel racchiudere in sé caratterizzazioni così diverse? E come sono stati percepiti questi cambiamenti dal pubblico nel corso degli anni?
Una saga lunga 15 anni

Preannunciato nella scena post-credit di Iron Man 2, Thor fa il suo debutto cinematografico nel 2011 nell’omonimo film diretto da Kenneth Branagh. Fin da subito, la caratterizzazione del personaggio appare ben definita: figlio di Odino, Dio del Tuono, parla con un lessico ricercato, è spocchioso, arrogante e desideroso di ereditare il trono di Asgard. Durante il film, dopo essere stato esiliato sulla Terra dal padre, scoprirà l’altruismo e la compassione, anche grazie al rapporto con la scienziata Jane Foster (Natalie Portman), il tutto inserito in un dramma familiare incentrato sul rapporto con il fratello Loki (interpretato da Tom Hiddleston).
Questa prima incarnazione di Thor raccolse immediatamente il favore del pubblico. Pur essendo un personaggio non umano e profondamente diverso dagli altri Avengers, il Dio del Tuono venne apprezzato per il suo tono mitologico mescolato a conflitti profondamente umani. Una caratterizzazione che sarebbe stata ripresa e rafforzata negli anni successivi, in particolare dai fratelli Russo.

Nel 2012 arriva The Avengers, diretto da Joss Whedon, film che conclude la Fase Uno dell’MCU. Qui Loki ricopre il ruolo di antagonista principale e la caratterizzazione di Thor viene ulteriormente approfondita. Dopo una vita passata a glorificare la guerra, Thor appare ora riluttante ad affrontare il fratello in uno scontro aperto, riconoscendolo ancora come parte della propria famiglia. Questo conflitto interiore, messo in evidenza anche in una memorabile scena di dialogo con Nick Fury (Samuel L. Jackson), diventa la base del percorso del personaggio per le prime tre fasi dell’MCU.
Nel 2013 arriva Thor: The Dark World, diretto da Alan Taylor, in cui Thor affronta Malekith, deciso a dominare l’universo grazie alla Gemma della Realtà. Il film prosegue sulla linea epica e drammatica del personaggio e approfondisce ulteriormente il rapporto con Loki, ma non riesce a conquistare pubblico e critica in modo unanime. Nonostante gli ottimi incassi — circa 650 milioni di dollari a fronte di un budget di 170 — la pellicola viene criticata per la debolezza del villain e della trama. Gli elementi più apprezzati restano l’introduzione della Gemma della Realtà e il colpo di scena finale con Loki sul trono di Asgard.

Dopo questa battuta d’arresto, la popolarità di Thor riprende slancio con Avengers: Age of Ultron (2015), ancora diretto da Whedon. In assenza di Loki, il personaggio viene esplorato attraverso il suo rapporto con la guerra e il destino. In una visione indotta da Wanda Maximoff, Thor intravede le conseguenze di una sua totale perdita di controllo: conflitti su scala galattica e la distruzione di Asgard. Nella stessa visione scopre anche l’esistenza della Gemma della Mente.
L’arrivo di Taika Waititi

Prima di approdare all’MCU, Taika Waititi, regista neozelandese classe 1975, si era distinto soprattutto nel genere della commedia, spesso grottesca, con film come Vita da vampiro e Selvaggi in fuga. Quando gli viene affidata la regia di Thor: Ragnarok (2017), il terzo capitolo della saga, imprime al personaggio una svolta radicale.
Pur mantenendo centrale il rapporto con Loki, il film assume i toni di un road movie spaziale. Dopo la morte di Odino e l’arrivo di Hela, dea della morte intenzionata a conquistare Asgard, Thor si ritrova prigioniero su un pianeta di gladiatori, costretto a combattere contro Hulk.
All’uscita, anche grazie al ruolo di preludio a Avengers: Infinity War, il film ottiene un successo clamoroso: 855 milioni di dollari d’incasso e un gradimento superiore al 90% su Rotten Tomatoes. Col tempo, tuttavia, Ragnarok è stato rivalutato in modo più critico. L’intento di umanizzare Thor, abbandonando il linguaggio epico a favore di una comicità costante, ha portato a una deriva eccessivamente parodistica del personaggio, in netto contrasto con le sue precedenti incarnazioni e con il percorso narrativo parallelo nei fumetti.
La gestione di Jason Aaron nei fumetti

Mentre il Thor cinematografico cambiava volto, il personaggio viveva una vera rinascita nel medium fumettistico. Nel 2012 inizia infatti la storica run di Jason Aaron, durata fino al 2019 e considerata una delle più importanti della Marvel moderna.
Aaron riscrive la natura del personaggio senza tradirne l’essenza, concentrandosi sul rapporto tra divinità e mortalità, sulla fede e sul senso dell’essere un dio in un universo che non crede più negli dei. La saga ottiene un successo critico e commerciale senza precedenti per una serie dedicata a Thor, mantenendo toni epici ma profondamente umani.
La run introduce anche personaggi fondamentali come Gorr il Macellatore di Dei e La Potente Thor di Jane Foster, entrambi poi adattati nel MCU.
La gestione dei Russo

Dopo il successo di Thor: Ragnarok arrivò il momento del grande evento destinato a chiudere la Infinity Saga, l’arco narrativo che aveva attraversato tutte le prime tre fasi dell’MCU. Con Avengers: Infinity War nel 2018 e Avengers: Endgame l’anno successivo, entrambi diretti dai fratelli Russo, l’universo Marvel si avviò verso il suo punto di massima tensione emotiva e narrativa.
All’interno di questi due film, Thor è protagonista di un arco narrativo estremamente definito. Dopo aver assistito impotente alla morte del fratello Loki per mano di Thanos, il Dio del Tuono è mosso da un desiderio di vendetta totale. Con l’aiuto dei Guardiani della Galassia forgia una nuova arma, l’ascia Stormbreaker, e diventa protagonista di uno dei momenti più esaltanti dell’intero film: il suo arrivo a Wakanda per affrontare Thanos e ribaltare le sorti della battaglia. Tuttavia, nel momento decisivo, l’arroganza prende il sopravvento. Thor sceglie di non colpire mortalmente il Titano, concedendogli il tempo necessario per schioccare le dita ed eliminare metà della vita nell’universo.

In Avengers: Endgame, il peso di quell’errore diventa insostenibile. Incapace di convivere con il rimorso, Thor si rifugia nell’isolamento, trasformandosi apparentemente in una spalla comica: sovrappeso, apatico, intento a giocare a Fortnite e incapace persino di sentire pronunciare il nome di Thanos. Eppure, anche in questa fase, i fratelli Russo dimostrano grande lucidità narrativa. Il lato comico non serve a ridicolizzare il personaggio, ma a raccontare le conseguenze psicologiche delle sue scelte, inserendo la trasformazione di Thor come un passaggio coerente e umano del suo percorso.
Il punto di svolta arriva con il confronto con la madre Frigga. Grazie a quell’incontro, Thor ritrova fiducia in sé stesso, affronta Thanos senza paura e comprende finalmente quale sia il suo vero destino. Non quello di un re destinato a governare, ma di un viaggiatore libero, pronto a restare con i Guardiani della Galassia e a vagare senza meta, alla ricerca di nuove avventure e, soprattutto, di una nuova consapevolezza di sé.
Thor: Love and Thunder

Nel 2022 arrivò infine il momento del quarto film dedicato al Dio del Tuono. Alla regia tornò Taika Waititi, fresco vincitore dell’Oscar per Jojo Rabbit, che questa volta ricoprì anche il ruolo di sceneggiatore per Thor: Love and Thunder. Un progetto che avrebbe dovuto rappresentare la sintesi definitiva della sua visione del personaggio.
Il film segna infatti l’apice della gestione Waititi, ma anche il suo punto di rottura. Nonostante gli incassi più che solidi, Thor: Love and Thunder non è riuscito a conquistare né la critica né il pubblico. Eppure, sulla carta, le premesse erano tutt’altro che deboli. La storia attinge in modo evidente alla celebre run di Jason Aaron: Jane Foster, dopo aver scoperto di essere affetta da una malattia terminale, entra in possesso di Mjolnir, convinta che il potere del martello possa salvarle la vita.
Parallelamente, Gorr, devastato dalla perdita della figlia causata dall’arroganza di una divinità, intraprende una missione di sterminio contro tutti gli dei. Il personaggio, interpretato da Christian Bale, risulta infatti l’unico elemento davvero apprezzato in maniera trasversale, insieme al comparto degli effetti speciali.
Le ragioni dell’accoglienza tiepida sono però evidenti. Il film abbandona quasi del tutto le proprie premesse drammatiche e la costruzione dei personaggi per concentrarsi su una commedia dell’assurdo che sfocia ripetutamente nel ridicolo. Non c’è spazio per approfondire il dramma umano di Jane, perché l’attenzione viene costantemente deviata verso gag come le capre spaziali urlanti. Non c’è tempo per valorizzare la maestosità e la varietà del concilio degli dei, perché la scena deve soffermarsi su Zeus, interpretato da Russell Crowe, che cammina sollevandosi il tutù come una caricatura.
Persino una rivelazione importante come il fatto che Thor abbia ora una figlia viene rapidamente sacrificata in favore di una gag in cui il Dio del Tuono non riesce a cucinare dei pancake.
Thor: Love and Thunder diventa così l’esempio più evidente dei limiti di questa impostazione narrativa. Il film ha contribuito a spiegare perché molti fan abbiano accolto con sollievo il ritorno di una versione più classica del personaggio nel teaser trailer di Avengers: Doomsday. Il quarto capitolo dedicato a Thor si è rivelato uno dei punti più bassi dell’MCU in termini di qualità complessiva e, oggi, gli appassionati attendono soprattutto di rivedere quella versione del Dio del Tuono che ne ha decretato il successo e lo ha consacrato come uno dei personaggi più amati dell’universo Marvel.

