Parlare di Punisher oggi non è semplice. Frank Castle è uno dei personaggi più controversi dell’universo Marvel, spesso frainteso e ridotto a semplice icona di violenza. Il celebre teschio bianco sul petto, nato come simbolo di terrore e di fallimento del sistema, nel tempo è stato adottato anche al di fuori del fumetto, finendo per rappresentare una visione distorta e autoritaria della “giustizia”.
Non a caso Gerry Conway, co creatore del personaggio, ha più volte ricordato come il Punitore non sia un modello, ma il risultato del collasso morale e giudiziario della società: un fuorilegge che esiste proprio perché le istituzioni hanno fallito. Una critica del sistema, non la sua celebrazione.
È in questo contesto che affidare Punisher a un autore come Jason Aaron nel 2022 assunse un significato preciso. Ed il primo passo fu cambiare quel “Simbolo”: la volontà di Marvel era quella di staccare l’immagine di Frank Castle da tutto questo e l’ex sceneggiatore di Thor decise di farlo a modo “suo”.
“Punisher: Il Re degli Assassini” è una run che non “celebra” la violenza del personaggio, ne la glorifica. Al contrario, la utilizza come strumento narrativo per mettere Frank Castle in crisi e mostrarne tutte le contraddizioni, dando vita a una delle migliori storie scritte sul personaggio dal post Ennis in poi.

Punisher, La Mano e il ricatto peggiore possibile
La premessa narrativa è tanto potente quanto disturbante: Frank Castle continua a essere il Punisher, ma viene assoldato da La Mano, una delle organizzazioni più antitetiche alla sua visione del mondo. Non solo: ne diventa addirittura il capo, il “Re degli Assassini”.
A legarlo è il più devastante dei ricatti emotivi: la resurrezione di sua moglie Maria.
Da questo momento in poi la storia si muove su un terreno estremamente fragile. Frank non è più un uomo in guerra contro il crimine secondo il proprio codice, ma qualcuno che agisce con una catena al collo, costretto a obbedire, a scendere a compromessi, a convivere con qualcosa che sa essere profondamente sbagliato.
Uno degli elementi più interessanti della run è la perdita di controllo.
Per la prima volta, la missione di Frank Castle non è più “sua”, la Mano non lo usa semplicemente come arma, ma come simbolo, spingendolo all’estremo trasformandolo in una figura mitologica, e rendendolo re.
La violenza, onnipresente e brutale, non è mai fine a sé stessa. Serve a mostrare quanto Frank sia intrappolato in questa spirale discendente in ogni combattimento, in ogni omicidio, il peso emotivo diventa sempre meno presente. Frutto di una coercizione emotiva che incatena il Punitore e lo porterà a scontrarsi con se stesso.
Il cuore di questa run, infatti, non è l’azione, ma la fragilità di Frank Castle. Jason Aaron non è nuovo a questo tipo di pattern sui personaggi, il suo ciclo su Thor ha ridefinito il personaggio e la sua “Potente Thor” è forse una delle run meglio scritte del periodo Marvel Now. L’autore statunitense scava nel bisogno disperato di Frank Castle di aggrapparsi a un’illusione, pur di non affrontare fino in fondo il vuoto che si porta dietro. La resurrezione della moglie è solo una fuga, un modo per rimandare l’elaborazione di un lutto che Frank non ha mai davvero risolto.
In questo senso, Il Re degli Assassini mette sotto processo il Punitore, mostrando i limiti del suo codice, le contraddizioni di una vita definita esclusivamente dalla guerra e l’impossibilità di trovare redenzione continuando a uccidere. Aaron rifiuta qualsiasi idealizzazione e racconta Frank Castle per ciò che è davvero: un uomo spezzato che ha trasformato il dolore nella propria identità.
I disegni di Jesús Saiz accompagnano perfettamente il tono della storia, le tavole sono spesso claustrofobiche, con Frank Castle costantemente circondato e schiacciato dall’azione, più prigioniero che dominatore della scena.
La violenza è brutale e ravvicinata e restituisce il peso della fatica, del dolore e dell’inevitabile spirale in cui il Punisher è intrappolato. Una resa visiva che rafforza il senso di oppressione e perdita di controllo al centro della run.

Quella di Jason Aaron è una run che mette il Punisher davanti alle conseguenze delle sue scelte, ribadendo con lucidità che la violenza non è mai una soluzione, ma solo un’eredità che si tramanda senza portare a nulla. Ed è proprio questo che rende “Il Re degli Assassini” una delle interpretazioni più mature del Punitore degli ultimi anni.
Questa run è stata raccolta in due cartonati editi per Panini Comics.


