La Sposa! Maggie Gyllenhaal propone una versione sui generis del mito di Frankenstein

La Sposa! prova a reinventare il mito di Frankenstein con uno sguardo moderno, pop e dichiaratamente femminista. Nel film diretto da Maggie Gyllenhaal, Jessie Buckley dà voce a una creatura che rifiuta di essere definita dagli uomini che l’hanno creata. Questa è la nostra recensione, ovviamente senza spoiler

Alberica Sveva Simeone
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Fin dalle prime sequenze La Sposa! chiarisce le proprie intenzioni: non limitarsi a omaggiare il mito gotico di Frankenstein, ma riscriverlo con spirito contemporaneo, sensibilità pop e una buona dose di provocazione. Il film diretto da Maggie Gyllenhaal si presenta quindi come un’operazione di reinvenzione radicale, una sorta di remix culturale che vuole mescolare vari generi a un manifesto femminista. Sulla carta è un’idea intrigante. Sullo schermo, purtroppo, il risultato somiglia più a un buffet dove qualcuno ha deciso di mettere nel piatto tutto quello che trovava sul tavolo.

Al centro della storia c’è La Sposa (Jessie Buckley), che qui non è più la creatura muta e tragica della tradizione. Buckley interpreta anche Mary Shelley, trasformando il film in un curioso gioco di specchi tra autrice e creatura. La nuova Sposa parla, eccome se parla. Anzi, non smette praticamente mai. Non è un oggetto narrativo creato per completare il mostro, ma un personaggio che rivendica di continuo il diritto di definirsi da sola.

Quando si presenta, accetta il nome “La Sposa”, ma ci tiene a chiarire subito che non sarà “di Frankenstein”. La distinzione non è secondaria, è la dichiarazione d’intenti di un personaggio che vuole esistere fuori dalle categorie maschili che l’hanno generata.

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Una Sposa che rifiuta il proprio destino

Il suo tormentone, ripetuto con ostinazione quasi comica “Preferirei di no” diventa una sorta di manifesto di autodeterminazione. Non è soltanto una battuta, è una presa di posizione. La creatura appena nata non ricorda chi fosse, non sa come sia morta, ma ha già le idee chiarissime su ciò che non intende fare. Il film insiste molto su questa idea di rifiuto come forma di libertà, il rifiuto di essere proprietà, il rifiuto di essere compagna designata, il rifiuto di essere definita da qualcun altro.

La vicenda prende avvio nella Chicago degli anni ’30, in un ristorante elegante, frequentato da clienti facoltosi e gangster ben vestiti. Tra i tavoli si trova anche Ida e all’inizio è solo una presenza tra le altre, una donna seduta tra avventori benestanti, bicchieri di champagne e conversazioni mondane. Poi qualcosa cambia. Ida comincia a comportarsi in modo sempre più imprevedibile, finché decide di puntare il dito contro il boss mafioso Lupino (Zlatko Burić), che sta cenando tranquillamente nel locale. Le sue accuse trasformano la scena in uno spettacolo imbarazzante per tutti i presenti.

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Da quel momento la storia imbocca una direzione molto più macabra. Gli eventi che seguono porteranno alla riesumazione del corpo di Ida, il cui cadavere diventerà il materiale perfetto per un nuovo esperimento scientifico, destinato a risolvere un problema alquanto spinoso: la solitudine. Di Frankenstein, in questo caso.

E qui entra in scena Frank (Christian Bale), ultracentenario malinconico che si presenta alla porta della dottoressa Cornelia Euphronious (Annette Bening) con una richiesta piuttosto semplice: creare per lui una compagna. La dottoressa inizialmente rifiuta, ma la sua determinazione si rivela piuttosto elastica, il tempo di trovare un cadavere adatto e l’esperimento torna immediatamente sul tavolo.

E quando finalmente arriva la scena della rianimazione – uno dei momenti più iconici dell’intera storia – il film riesce nell’impresa incredibile di renderla quasi priva di tensione. Niente crescendo, niente suspense gotica, la dottoressa tira una leva, una scarica elettrica illumina il laboratorio e la Sposa appare seduta come una bambola mal riposta su uno scaffale. Tutto qui. Sipario. Applausi tiepidi.

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Il confronto con altre reinterpretazioni recenti del mito è inevitabile, soprattutto con quella di Guillermo del Toro, e purtroppo non gioca a favore del film. Anche il Frank interpretato da Bale, che passa il tempo guardando musical d’epoca con l’idolo delle matinée Ronnie Reed (Jake Gyllenhaal), resta un personaggio curioso ma emotivamente poco incisivo, lontano dall’intensità portata allo stesso ruolo da Jacob Elordi in quell’altra versione.

Dopo la resurrezione, la Sposa sviluppa un tratto distintivo, una macchia nera che le imbratta la guancia e la lingua, conseguenza di una vaga “reazione alla soluzione cristalloide” non meglio approfondita. Più che un elemento narrativo, sembra un accessorio estetico progettato a tavolino. Una specie di marchio visivo – l’equivalente di un sorriso alla Joker – pensato per rendere il personaggio immediatamente riconoscibile.

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Gangster, musical, horror: La Sposa! è un film che vuole essere tutto

Ed è qui che la componente femminista del film prende il sopravvento. La Sposa diventa un simbolo di ribellione, una creatura nata per essere compagna ma determinata a non esserlo. Il suo gesto più radicale non è uccidere, ma rifiutare il ruolo che le è stato assegnato. Intorno a lei si forma quasi un movimento di donne che imitano il suo look, che si tatuano il volto, che trasformano quella macchia nera in un segno di appartenenza.

L’idea è chiara, il corpo femminile plasmato dagli uomini si riappropria di sé stesso e diventa motore di una rivolta sociale. Il problema è che il film lo ribadisce con tale insistenza da trasformare la metafora in un cartellone pubblicitario. Il messaggio è così esplicito che, a un certo punto, diventa quasi urtante.

Nel frattempo la trama continua ad accumulare deviazioni. C’è un nightclub dove la Sposa celebra la propria libertà con una danza sensuale sulle musiche elettroniche dei Fever Ray. Poco dopo un’aggressione brutale in un vicolo innesca una fuga sanguinosa che trasforma la coppia di non-morti in una versione gotica di Bonnie and Clyde.

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Il problema è che la sceneggiatura non sembra mai decidere che film vuole essere. Gangster story, parabola femminista, musical decadente, horror romantico, riflessione meta-letteraria sulla creazione artistica. Tutto convive nello stesso contenitore senza una vera gerarchia narrativa. Il risultato – per citare Bruno Barbieri – è un gigantesco “mappazzone”.

A salvarsi è di sicuro l’apparato visivo. I costumi anni ’30 contaminati da un’estetica punk firmati da Sandy Powell sono splendidi e contribuiscono a creare un immaginario volutamente anacronistico, sospeso tra vintage hollywoodiano e ribellione post-moderna.

Alla fine The Bride! lascia la sensazione di un film che vuole dire moltissime cose – forse troppe – ma non riesce davvero a organizzarle in una forma convincente. Tra provocazioni estetiche, dichiarazioni ideologiche e svolte narrative accumulate una sull’altra, la reinvenzione del mito di Frankenstein finisce per perdersi in un caos stilistico che raramente emoziona e spesso stanca. Un progetto concepito per essere audace e memorabile che, alla prova dei fatti, si perde invece in un insieme disordinato di idee, suscitando più smarrimento che autentico stupore.

La Sposa!

La Sposa!

Titolo originale: The Bride!
Paese: USA
Anno: 2026
Durata: 126 min
Regia e sceneggiatura: Maggie Gyllenhaal
Casa di Produzione: First Love Films, In the Current Company
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Interpreti e personaggi:
Jessie Buckley: Ida; Mary Shelley; la sposa
Christian Bale: Frankenstein "Frank"
Peter Sarsgaard: detective Jake Willes
Annette Bening: dottoressa Cornelia Euphronious
Jake Gyllenhaal: Ronnie Reed
Penélope Cruz: Myrna Mallow
John Magaro: Clyde
Matthew Maher: James
Jeannie Berlin: Greta
Zlatko Burić: Lupino
Louis Cancelmi: Goodman
Oliver Palmer.: rough boy #1
Rob Kellogg: rough boy #2
William Hill: sergente polizia Chicago
Julianne Hough:
Linda Emond:
Doppiatori italiani:
Eva Padoan: Ida; Mary Shelley; la sposa
Riccardo Scarafoni: Frankenstein "Frank"
Simone D'Andrea: detective Jake Willes
Anna Cesareni: dottoressa Cornelia Euphronious
Stefano Crescentini: Ronnie Reed
Chiara Colizzi: Myrna Mallow
Edoardo Stoppacciaro: Clyde
Luigi Ferraro: James
Angiola Baggi: Greta
Stefano De Sando: Lupino
Gabriele Sabatini: Goodman
Giacomo Bartoccioli: rough boy #1
Diego Gallo: rough boy #2
Andrea De Venuti: sergente polizia Chicago
Voto:
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Classe '78, romana. Coltiva sin da piccola l'interesse per il genere horror e il cinema. Appassionata di cultura pop, film anni '80, amante della città di New York e dei viaggi in generale. È autrice, podcaster e youtuber. Ha pubblicato numerosi racconti e romanzi e scritto diversi soggetti cinematografici e televisivi. È sceneggiatrice di Dylan Dog per Sergio Bonelli Editore e saggista per Odoya Edizioni.
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