Chloé Zhao firma con Hamnet – Nel Nome del Figlio un’opera di rara intensità emotiva, un film che abbandona il clamore della narrazione biografica tradizionale per concentrarsi sull’essenza più intima e universale del dolore. Tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell, vincitore del Women’s Prize for Fiction e presentato alla Festa del Cinema di Roma 2025 nella sezione Gran Pubblic, il film non è interessato a celebrare Shakespeare come mito letterario, ma a esplorare la devastazione silenziosa che attraversa una famiglia colpita dalla morte di un figlio. È un’operazione delicata e coraggiosa, che trasforma un evento storico marginale – la morte del giovane Hamnet Shakespeare nel 1596 – in una meditazione profonda sul lutto, sulla memoria e sul mistero della creazione artistica.
Zhao, reduce dai successi di Nomadland e dai territori più spettacolari del Marvel Cinematic Universe, torna qui alle sue radici autoriali, privilegiando l’intimità, il silenzio e la contemplazione. Il risultato è un film che respira con il ritmo della natura, che osserva i suoi personaggi con uno sguardo compassionevole e paziente, lasciando che siano i gesti, gli sguardi e i silenzi a raccontare ciò che le parole non possono dire. Hamnet è un film che chiede al pubblico di rallentare, di abbandonarsi alla sua cadenza poetica, e in cambio offre un’esperienza cinematografica profondamente commovente.
- Un ritratto di famiglia nell’Inghilterra Elisabettiana
- Hamnet – Nel Nome del Figlio – La tragedia: quando il mondo si spezza
- Hamnet – Nel Nome del Figlio – Il Lutto e la Ricerca di Senso
- Dall’esperienza all’arte: la nascita di Amleto
- Hamnet – Nel Nome del Figlio – Una regia contemplativa al servizio dell’emozione
- Un’Elegia per ciò che resta

Un ritratto di famiglia nell’Inghilterra Elisabettiana
Inghilterra rurale del XVI secolo, lontana dai fasti della corte londinese e dal teatro del Globe. Qui, nella cittadina di Stratford-upon-Avon, vivono Agnes e William Shakespeare con i loro tre figli: Susanna, la primogenita responsabile, e i gemelli Judith e Hamnet. Zhao costruisce questo mondo con un’attenzione meticolosa ai dettagli materiali – il fango, il legno, la luce che filtra attraverso le finestre – ma soprattutto con una sensibilità per i ritmi della vita quotidiana. Vediamo Agnes preparare rimedi erboristici, giocare con i bambini, occuparsi della casa mentre William è a Londra, assorbito dalle sue ambizioni teatrali.
Il ritratto che emerge è quello di una famiglia segnata da una tensione latente: da un lato c’è Agnes, donna di straordinaria sensibilità e intelligenza, dotata di una percezione quasi soprannaturale, una guaritrice con capacità divinatorie; dall’altro c’è William, uomo diviso tra l’amore per la famiglia e la chiamata irresistibile dell’arte. Paul Mescal, qui in uno dei suoi primi grandi ruoli cinematografici, interpreta Shakespeare non come il genio intoccabile della tradizione, ma come un giovane padre insicuro, ambizioso e a tratti egoista, che fatica a bilanciare le responsabilità domestiche con i suoi sogni artistici.
Ma è Jessie Buckley, nel ruolo di Agnes, a dominare il film con una performance di straordinaria profondità. La sua Agnes è una donna di forza silenziosa, capace di amare con intensità feroce e di sopportare il dolore con dignità devastante. Buckley riesce a trasmettere l’intera gamma emotiva del personaggio – dalla gioia materna alla disperazione più abissale – senza mai cadere nel melodramma, affidandosi a un linguaggio fisico ed espressivo di rara eloquenza.

Hamnet – Nel Nome del Figlio – La tragedia: quando il mondo si spezza
Il cuore del film è naturalmente la morte di Hamnet, evento che divide la narrazione in un prima e un dopo. Zhao sceglie di non rappresentare la morte come un evento improvviso e drammatico, ma come un processo graduale e inesorabile. La malattia che colpisce il giovane viene mostrata con un realismo crudo ma mai compiaciuto, e la macchina da presa di Zhao segue il triste momento con lo sguardo pietoso ma implacabile di chi sa che certe cose non possono essere evitate.
Jacobi Jupe, nel ruolo di Hamnet, offre una performance toccante, riuscendo a trasmettere la vulnerabilità e la dolcezza del personaggio senza mai scadere nella sentimentalità. Il suo Hamnet è un bambino curioso, sensibile, profondamente legato alla madre e tormentato dal senso di colpa per la malattia della sorella gemella Judith (Olivia Lynes), che sopravviverà mentre lui morirà – un’inversione del destino che il film suggerisce essere fonte di angoscia per entrambi i bambini.
La sequenza della morte di Hamnet è di una bellezza straziante. Zhao filma il momento con una delicatezza quasi liturgica, permettendo al dolore di manifestarsi attraverso i corpi degli attori – le mani di Agnes che stringono quelle del figlio, il volto di William che si contrae nel tentativo di contenere le lacrime, il silenzio assordante che riempie la stanza. È cinema puro, che rinuncia alle parole per affidarsi interamente al potere delle immagini e della musica (la colonna sonora di Bryce Dessner è un elemento fondamentale dell’esperienza emotiva del film).

Hamnet – Nel Nome del Figlio – Il Lutto e la Ricerca di Senso
Dopo la morte di Hamnet, il film diventa un’esplorazione del lutto in tutte le sue forme. Vediamo Agnes chiudersi in un silenzio impenetrabile, incapace di trovare conforto nelle convenzioni sociali o nelle formule religiose. La vediamo vagare per la casa, toccare gli oggetti che appartenevano al figlio, cercare disperatamente un modo per mantenere viva la sua memoria. È un ritratto del dolore materno di rara autenticità, che rifiuta le rappresentazioni edulcorate per mostrarci la realtà bruta della perdita.
William, dal canto suo, reagisce alla tragedia immergendosi ancora di più nel lavoro, un meccanismo di difesa che crea un’ulteriore frattura nel matrimonio. Il film suggerisce che la distanza emotiva tra i due coniugi, già presente prima della morte di Hamnet, si allarga fino a diventare un abisso. Eppure, Zhao non giudica i suoi personaggi: mostra con empatia come ciascuno cerchi di sopravvivere al dolore con i mezzi che ha a disposizione.
Emily Watson, nel ruolo della madre di Agnes, e Joe Alwyn, nei panni del fratello di William, offrono supporto emotivo ai protagonisti ma rimangono figure periferiche, testimoni silenziosi di un dramma che appartiene principalmente alla coppia centrale. La loro presenza discreta serve a sottolineare l’isolamento esistenziale di Agnes e William, intrappolati in un dolore che nessun altro può veramente comprendere.

Dall’esperienza all’arte: la nascita di Amleto
Uno degli aspetti più affascinanti del film è il modo in cui suggerisce il legame tra la perdita personale e la creazione artistica. Come nota lo stesso materiale promozionale, i nomi Hamnet e Hamlet erano considerati intercambiabili nell’Inghilterra elisabettiana, e il film gioca con questa coincidenza storica per proporre una lettura del capolavoro shakespeariano come elaborazione del lutto paterno.
Non si tratta di una spiegazione letterale o riduttiva – Zhao è troppo sofisticata per cadere in un determinismo biografico semplicistico – ma piuttosto di una meditazione sul modo misterioso in cui il dolore può trasformarsi in bellezza, la morte in arte. Il film suggerisce che Shakespeare, incapace di esprimere direttamente il proprio dolore, lo abbia incanalato nella tragedia di un altro figlio perduto, di un altro padre tormentato dal senso di colpa e dall’impossibilità di riportare indietro ciò che è andato perduto.
La sequenza finale, che mostra Agnes assistere a una rappresentazione dell’Amleto, è di una potenza emotiva devastante. Mentre guarda il dramma svolgersi sul palco, Agnes riconosce frammenti della propria storia – il dolore per la perdita, la ricerca disperata di senso, l’amore che persiste oltre la morte. È un momento di riconciliazione, non solo tra Agnes e William, ma tra la vita e l’arte, tra l’esperienza vissuta e la sua trasfigurazione creativa.

Hamnet – Nel Nome del Figlio – Una regia contemplativa al servizio dell’emozione
Dal punto di vista formale, Hamnet conferma Zhao come una delle registe più interessanti della sua generazione. La sua macchina da presa cattura la bellezza austera del paesaggio inglese e l’intimità claustrofobica degli interni domestici. La fotografia di Joshua James Richards (collaboratore abituale di Zhao) privilegia la luce naturale e i toni terrosi, creando un’atmosfera che oscilla tra il realismo storico e la dimensione onirica della memoria.
Il montaggio, opera di Zhao stessa insieme a Michael Berenbaum e Sofia Subercaseaux, rispetta il ritmo meditativo della narrazione, permettendo alle scene di respirare, di svilupparsi con la pazienza necessaria a far emergere le sfumature emotive. È un approccio che richiede fiducia nel pubblico, la convinzione che gli spettatori siano disposti ad abbandonarsi al flusso contemplativo del racconto senza pretendere continue accelerazioni narrative.

Un’Elegia per ciò che resta
Hamnet – Nel Nome del Figlio è un film che celebra ciò che sopravvive alla perdita: l’amore, la memoria, e quel misterioso processo alchemico che permette all’arte di nascere dalle ceneri del dolore. Non è un film facile – la sua lentezza, il suo rifiuto della consolazione facile, la sua insistenza sul silenzio come forma di espressione possono risultare impegnativi per chi cerca un intrattenimento più immediato. Ma per chi è disposto ad accettare i suoi termini, Hamnet offre un’esperienza cinematografica di rara profondità emotiva e bellezza formale.
Chloé Zhao dimostra ancora una volta di essere una narratrice visiva di straordinaria sensibilità, capace di trasformare una storia storica in una meditazione universale sulla condizione umana. E nel farlo, rende omaggio non solo al genio di Shakespeare, ma soprattutto alle donne come Agnes – madri, mogli, custodi della memoria – le cui storie sono state troppo spesso relegate ai margini della Storia con la S maiuscola. Hamnet è, in definitiva, un atto di restituzione: restituisce ad Agnes la centralità che le spetta, e ci ricorda che dietro ogni grande opera d’arte c’è sempre una storia umana, fatta di amore, dolore e quella misteriosa capacità di trasformare la sofferenza in bellezza.

Hamnet - Nel Nome del Figlio
Jessie Buckley - Agnes (moglie di William Shakespeare)
Paul Mescal - Will / William Shakespeare
Jacobi Jupe - Hamnet (figlio di Agnes e William)
Emily Watson - Mary (madre di William Shakespeare)
Joe Alwyn - Bartholomew (fratello di William)
Noah Jupe - Hamlet (personaggio nella rappresentazione
teatrale) Olivia Lynes - Judith (figlia gemella di Hamnet)
Bodhi Rae Breathnach - Susanna (primogenita di Agnes e William)
David Wilmot - John (padre di William Shakespeare)
Justine Mitchell - Joan (sorella di William)
El Simons - Ophelia (personaggio nella rappresentazione teatrale)
Faith Delaney - Young Agnes (Agnes da giovane)
Smylie Bradwell - Young Bartholomew (Bartholomew da giovane)
Freya Hannan-Mills - Eliza
Dainton Anderson - Edmond

