Chip Kidd e Micheal Cho sfornano un vero e proprio tributo alla Marvel degli anni ’60, a quella “Casa delle Idee” di Stan Lee e Jack Kirby.
E infatti Questo fumetto nasce con un’intenzione molto precisa.
Chip Kidd non è nuovo al mondo dei comics basti pensare al suo Batman: Death by Design pubblicato per la “Diretta Concorrenza”. Ha sempre dimostrato di avere un’ossessione dichiarata per l’iconografia supereroistica. Nelle interviste rilasciate per questo progetto è chiaro che il suo obiettivo non fosse semplicemente scrivere una bella storia degli Avengers, ma giocare con la percezione del lettore, con la struttura stessa del racconto, e con l’idea di realtà all’interno di un universo narrativo che esiste da oltre sessant’anni.
Allo stesso modo, Michael Cho ha raccontato quanto fosse importante per lui recuperare l’energia della Marvel delle origini: quella sensazione in cui “qualsiasi cosa poteva accadere”, in cui la pagina non era ingabbiata dal “realismo” ma respirava meraviglia pura. Il suo tratto è dannatamente retrò rimanendo moderno e autoriale facendo esplodere ogni vignetta. Se la storia parla di “verità”, allora anche l’estetica deve riportarti al momento in cui quella “verità” è nata.
E infatti l’inizio è volutamente classicissimo.

Gli Avengers tra colori accesi e pin-up
Gli Avengers affrontano Loki ad Asgard, in uno scenario dominato da giganteschi mostri che incombono sul campo di battaglia. I colori sono vivaci, quasi abbaglianti, e l’atmosfera sprigiona un’energia che richiama direttamente l’estetica degli anni ’60, quella dell’epoca d’oro firmata da Stan Lee e Jack Kirby. Nel pieno di questo scontro spettacolare, tra pose eroiche dei Vendicatori e combattimenti furiosi, Loki – ormai in difficoltà – riesce ad aprire il vortice della Veracità. Thor viene improvvisamente risucchiato al suo interno e, in un attimo, riappare davanti ai suoi compagni, visibilmente scosso dall’esperienza appena vissuta.

La battaglia diventa un viaggio, non solo per gli Avengers, ma anche per noi lettori. La realtà si piega, la narrazione si destabilizza, e improvvisamente non stiamo più leggendo “Gli Avengers contro Loki”, ma una riflessione su cosa significhi esistere all’interno di un universo che viene continuamente riscritto.
È qui che il fumetto mi ha colpito davvero.
Perché la Marvel è fatta di continuity che si aggiornano, retcon, rilanci, reinterpretazioni. Eppure ognuno di noi ha una “sua” Marvel. Un momento preciso che considera completamente suo, ma condiviso con tutti. Un’emozione che associa a quei personaggi e li cristallizza nel tempo.
La Trappola della Veracità non ti chiede quale sia la versione (o la visione) corretta degli eventi. Ti mostra e ti fa rivivere quelle sensazioni, quelle “farfalle” allo stomaco che sentivi quando leggevi le tue prime storie a fumetti. In sole 64 pagine ho ritrovato quella meraviglia.
La conclusione di questa storia centra perfettamente il punto andandoci a mostrare cosa significa davvero essere delle icone, avere sulle spalle il peso di essere diventati negli anni dei veri e propri archetipi narrativi, e di quanto tutto questo impatti sulla gente.

In un momento storico pieno di letture e nuove uscite, che mi sembrano costruite a tavolino, pensate più per far avanzare la continuity che per lasciare qualcosa, questa storia si è distinta in modo netto. Non è più grande, più rumorosa o più ambiziosa di altre. È solo più sincera.
Arrivati alla fine, la domanda diventa inevitabile: Kidd e Cho sono riusciti nel loro intento?
Per quanto mi riguarda, sì.
Perché quando ho chiuso il volume non stavo pensando alla coerenza della storia o della continuity o alle implicazioni cosmiche. Stavo pensando a come mi aveva fatto sentire. E se un fumetto sugli Avengers riesce ancora a farmi sentire qualcosa di autentico dopo anni di letture, allora la sua verità l’ha trovata.
E forse era proprio quella che cercava fin dall’inizio.
Panini Comics ha pubblicato questa storia in un volume unico in formato 21.5×28, cartonato con sovraccoperta, che non posso davvero fare a meno di consigliarvi.


