La nuova stagione di Bridgerton prosegue nel solco tracciato dalle precedenti, confermando la cifra stilistica della serie prodotta da Shondaland, un melodramma in costume che utilizza il linguaggio del romance per parlare – con sorprendente lucidità – di identità, desiderio e ruolo sociale. La narrazione intreccia tre linee tematiche principali, diverse tra loro ma accomunate da un’unica domanda di fondo: quanto siamo davvero liberi di essere noi stessi?
Il primo arco narrativo ruota attorno alla nascita di un amore impossibile, quello tra Benedict Bridgerton (Luke Thompson), il secondogenito anticonvenzionale della famiglia, spirito libero e insofferente alle regole dell’alta società, e Sophie Beckett (Yerin Ha), enigmatica giovane donna incontrata durante un ballo in maschera, che scopriremo essere in realtà una semplice domestica.

La loro relazione diventa il pretesto per riflettere sulle rigide barriere di classe della Londra dell’epoca, presentate come invalicabili, soffocanti, profondamente ingiuste. È, a tutti gli effetti, una rielaborazione della fiaba di Cenerentola, riletta però in chiave più adulta e problematica, dove il romanticismo non cancella la violenza sociale insita nelle differenze di status.
In questo contesto spicca la figura della matrigna, Lady Araminta Gun, interpretata da Katie Leung (nota per il ruolo di Cho Chang nella saga cinematografica di Harry Potter). La sua è probabilmente la performance più incisiva dell’intera stagione. Una villain magnetica, elegante e spietata, mai caricaturale, capace di incarnare alla perfezione il volto crudele del privilegio. Una cattiva memorabile, tanto affascinante quanto disturbante.
Il secondo filone narrativo si sposta su un piano più intimo e delicato, affrontando il tema della sessualità femminile e, in particolare, del raggiungimento dell’orgasmo, pudicamente definito “culmine”. Al centro di questa riflessione troviamo Francesca Bridgerton (Hannah Dodd), da poco sposata con il Conte di Kilmartin, John Stirling (Victor Alli). Nonostante una vita coniugale serena e affettuosa, Francesca vive con disagio il fatto di non riuscire a raggiungere l’apice del piacere, sentendosi inadeguata e “diversa” rispetto alle altre donne della sua famiglia.

La serie evita semplificazioni e affronta l’argomento con una sensibilità rara per un prodotto mainstream, suggerendo che il vero nodo non sia la performance, ma il rapporto con se stessi, con il proprio corpo e con le aspettative sociali interiorizzate. Il messaggio è chiaro: il valore dell’esperienza intima non risiede nel traguardo finale, ma nella capacità di sentirsi presenti, accolti e liberi dal confronto costante con gli altri.
Il terzo arco tematico, in parte speculare al secondo, esplora ancora la sessualità, ma attraverso lo sguardo di una donna matura. Qui Lady Violet Bridgerton (Ruth Gemmell), vedova e pilastro emotivo della famiglia, si confronta con un desiderio che credeva ormai sopito. La sua relazione con Lord Marcus Anderson (Daniel Francis) è raccontata con grande delicatezza, una storia fatta di passione, ma anche di esitazioni, riscoperta di sé e nuova consapevolezza.
In questo frangente la serie tocca corde particolarmente interessanti, mostrando come, soprattutto per una donna, l’avanzare dell’età porti con sé insicurezze profonde. Il rapporto con il proprio corpo, la paura di non essere più desiderabili, il timore di non “avere diritto” a certi sentimenti, il tutto è trattato con una leggerezza solo apparente, che non rinuncia però a una sincerità persino umoristica, come la difficoltà, non secondaria, di trovare un po’ di intimità quando i figli adulti affollano ancora la casa.

Ogni tematica viene affrontata nel pieno stile di Shonda Rhimes, riconoscibile nella costruzione di dialoghi vivaci e incisivi, pensati per essere immediatamente fruibili ma mai banali e in un ritmo narrativo sostenuto che alterna con intelligenza momenti di leggerezza a passaggi emotivamente più densi. Le emozioni sono amplificate, quasi teatrali, ma raramente sfociano nell’eccesso.
A questo impianto si innesta la matrice romantica dei romanzi di Julia Quinn, che fornisce alla serie una struttura solida e riconoscibile, composta da archi narrativi chiari, dinamiche sentimentali ben definite e un’attenzione costante alla dimensione emotiva dei personaggi.
Il risultato è una narrazione che non aspira a una complessità autoriale o a una profondità sociologica radicale, ma che riesce comunque a intrattenere, coinvolgere e sorprendere, grazie a una scrittura solida e a un tono che conosce perfettamente i propri limiti. Bridgerton non pretende di essere più di ciò che è, ed è proprio questa chiarezza d’intenti a renderla una serie così efficace e amata.

In definitiva, continua a funzionare perché riesce a intrattenere senza rinunciare a dire qualcosa. Cambiano i protagonisti, ma resta intatta la capacità della serie di parlare di ieri per raccontare l’oggi. I primi episodi sono già disponibili su Netflix, mentre la seconda parte della stagione completerà il racconto il 26 febbraio. E non vediamo l’ora!


