E se il fenomeno dell’immigrazione si spingesse nei meandri del fantascientifico? Una domanda insolita a cui è stata data una risposta. Barrier sceneggiato da Brian K. Vaughan, disegnato da Marcos Martin e pubblicato in Italia da Bao Publishing, è un fumetto che racconta il fenomeno dell’immigrazione attraverso il concetto di confine, non inteso semplicemente come quello che divide il Messico dagli Stati Uniti, ma confini culturali, linguistici e spazio-temporali.
Tutte le separazione che incutono più timore all’essere umano vengono trasposte su tavole “caotiche”, e in Barrier diventano protagoniste. Una storia che è al tempo stesso semplice e complessa e che può essere interpretata attraverso due chiavi di lettura.
Ma cosa ci racconta Barrier?

Il viaggio come motore della storia
Vaughan sceglie il viaggio come motore della storia: è il suo modo di parlare di cambiamento, di spingere i personaggi fuori dalla loro zona di comfort.
Due vite lontane: Liddy, una donna del Texas ostinata a non perdere la sua terra, e Oscar, un giovane honduregno in fuga, si muovono su piani narrativi paralleli, separati da lingua, cultura e condizione sociale. Liddy subisce le minacce da un cartello che si vuole impadronire della sua terra, ed è pronta a qualsiasi cosa pur di non cedere. Oscar è alle prese con il “viaggio della speranza”, per iniziare una nuova vita, dopo che la sua famiglia è stata ammazzata dalle gang hoduregne.
Le loro storie scorrono parallelamente, tavola dopo tavola, finché la struttura del racconto non li costringe a incontrarsi, sia visivamente che tematicamente. Una collisione che fa nascere il vero fulcro della storia. Un incontro che dissolve le barriere iniziali interposte tra di loro: quello con gli alieni. Liddy e Oscar vengono rapiti dagli alieni, che trascinano i protagonisti in un viaggio allucinato e psichedelico.
Questo viaggio è importante perché spoglia i personaggi dai loro ruoli sociali e li mette a nudo come esseri umani, rendendo evidente ciò che li unisce, piuttosto che ciò che li divide. Mi ha ricordato un po’ un ritorno alle origini, alla Adamo ed Eva. Magari con un simbolismo fin troppo evidente, ma pur sempre granitico.

Distruggere barriere per capirsi
Qui subentra la tematica fantascientifica tanto cara a Vaughan. Il contatto con forme di vite aliene ha uno scopo ben preciso: portare avanti il tema dell’immigrazione attraverso la conflittualità. Le barriere tra l’americana Liddy, l’onduregno Oscar e gli extra-terrestri viene superata nel momento in cui questi utilizzano i loro superpoteri per condividere – tra di loro e con il lettore – la backstory di ognuno dei protagonisti. Qui, le esperienze di ciascuno, le loro tragedie e le motivazioni che li hanno spinti a migrare diventa la chiave per sviluppare empatia.
Barrier è come un LEGO, un gioco di costruzione e fusione che vede i due artichetti, Vaughan e Martín, prima dividere, poi unire. Il risultato? Mostrare che ogni confine, in fin dei conti, per esistere, ha bisogno di due lati.
Il tutto è anche avvalorato dal finale della storia: capirsi a vicenda è la soluzione per evitare il conflitto tra esseri, umani o alieni che siano. Questo perché, la sopravvivenza nasce dalla cooperazione: se Liddy e Oscar sono riusciti a scappare dalle grinfie degli alieni è stato soprattutto grazie alla loro collaborazione, e all’abbattimento delle loro barriere linguistiche.

La scelta linguistica, confusione o specchio della realtà?
Qui serve fare un plauso per la scelta, nonostante mi abbia “infastidito” all’inizio ma pur sempre incuriosito. Vaughan ci permette di vivere la storia attraverso l’alternanza delle lingue native dei protagonisti, attraverso la comprensione di lingue differenti: l’inglese di Liddy e lo spagnolo onduregno di Oscar, senza dimenticare la lingua degli alieni e degli arabi, comparsi brevemente in alcune tavole.
Questo utilizzo rappresenta una barriera non solo per i personaggi – Liddy e Oscar non si intendono per quasi tutta la storia – ma anche per per lettore, conoscitore ispanico o no che sia. La scelta rappresenta, inizialmente, uno scoglio insormontabile per un lettore con poca conoscenza della lingua spagnola, però, è una scelta che permette anche di seguire la storia attraverso vie alternative.
Barrier lascia aperto due esperienze di lettura: da un lato, il lettore può proseguire la lettura pur senza comprendere – o comprendendo in maniera solo parziale – le battute nella lingua che non conosce, affidandosi quindi al contesto e al linguaggio del corpo. Proprio come fanno i due protagonisti.
E qui, le tavole di Martín servono un assist perfetto: dinamismo, espressioni facciali e dettagli. Gli ingredienti essenziali che permettono una lettura lineare, pur non conoscendo la lingua spagnola.
Giudizio finale
Barrier è una storia con una potenza rumorosa. Un fumetto capace di far leva non solo sul tema dell’immigrazione, ma soprattutto su tutto ciò che ci rende umani, fragili. Essenziali.


