C’è qualcosa di sorprendentemente disarmante in questo nuovo Anaconda. Un film che, fin dai primi minuti, sembra voler mettere le mani avanti: non è qui per reinventare il cinema, né per riscrivere la storia del monster movie. È qui per giocare, per sorridere del suo stesso concept, per usare il passato come specchio deformante del presente. E, almeno in parte, riesce davvero a farlo.
Il problema nasce quando, superata la curiosità iniziale, il film comincia a mostrare i suoi limiti. Perché Anaconda è sì simpatico, a tratti persino genuinamente divertente, ma non riesce mai a fare quel salto di qualità necessario per diventare qualcosa di più di una piacevole parentesi. Rimane sospeso in una terra di mezzo: troppo consapevole per essere ingenuo, troppo timido per essere davvero incisivo.
Il paragone più immediato è inevitabile: il film si inserisce chiaramente nel solco tracciato da Tropic Thunder, condividendone l’anima metacinematografica e il gusto per la satira dell’industria. Ma se là c’era ferocia, qui c’è indulgenza. Se là ogni scena affondava il coltello, qui spesso ci si limita a sfiorare la superficie.

Una trama che gioca col cinema (e con la nostalgia)
L’idea alla base di Anaconda è, sulla carta, tanto assurda quanto brillante. Invece di limitarsi a un classico reboot — formula ormai ampiamente esplorata e arrivati a questo punto, anche priva di sorprese — il film sceglie una strada più laterale, quasi obliqua. Racconta la storia di un gruppo di amici che, da adolescenti, sognavano Hollywood e il cinema come via di fuga da una vita ordinaria. Un sogno condiviso, coltivato insieme, che il tempo e le responsabilità hanno progressivamente eroso.
Ora quei ragazzi sono adulti. Hanno lavori mediocri, esistenze che non rispecchiano le ambizioni di un tempo e una malinconia sotterranea che li accompagna silenziosamente. L’unico che è rimasto, in qualche modo, vicino allo show business è Griff (interpretato da Paul Rudd, l’Ant-Man del Marvel Cinematic Universe), attore di seconda fascia che sopravvive tra spot pubblicitari, piccoli ruoli televisivi e promesse mai mantenute.
È proprio lui a far scattare la miccia: non parla di un’ipotesi, ma di qualcosa di già fatto. Dice di avere i diritti del film che li aveva fatti innamorare del cinema da ragazzi e, partendo da quella certezza, riesce a trascinare gli amici nell’idea di girarne un remake tutti insieme.
Quel film, ovviamente, è proprio Anaconda.

La scelta è tanto ironica quanto programmatica. Perché non si tratta solo di rifare un vecchio monster movie, ma di confrontarsi direttamente con il proprio passato, con i sogni abbandonati e con ciò che si è diventati. Il film, almeno nelle intenzioni, usa il set cinematografico come spazio simbolico: un luogo in cui realtà e finzione si sovrappongono fino a diventare indistinguibili.
Naturalmente, come ogni storia che gioca con il caos, le cose degenerano in fretta. La giungla non è un semplice sfondo, la produzione improvvisata diventa una trappola e quello che doveva essere un gioco nostalgico si trasforma in una lotta per la sopravvivenza. Come dice Doug, il personaggio interpretato dal sempre ottimo Jack Black, in una battuta che riassume perfettamente il tono del film: “Siamo venuti qui per fare Anaconda e ora ci siamo dentro”.
Ed è proprio in questa frase che si concentrano sia i meriti che i limiti dell’operazione.
Il passo indietro consapevole: quando Anaconda sceglie di non osare
Anaconda è, prima di tutto, una commedia. Il suo obiettivo è dichiarato e legittimo: far ridere, intrattenere, mantenere un tono leggero senza appesantirsi con analisi psicologiche o dinamiche relazionali troppo profonde. Non è un film che nasce con l’intenzione di scandagliare davvero i rapporti tra i personaggi o di trasformare i conflitti interiori in materia narrativa centrale, e giudicarlo per ciò che non vuole essere sarebbe ingiusto.
Eppure, la sensazione che accompagna la visione è quella di un costante “vorrei ma non posso”. Perché Anaconda sembra spesso guardare a qualcosa di più grande: non tanto a una maggiore profondità emotiva, quanto all’ambizione di diventare un oggetto iconico, un film capace di lasciare il segno, di trasformarsi in un piccolo cult. È come se puntasse a un respiro epico — nei toni, in alcune situazioni, persino in certe scelte di messa in scena — senza però riuscire davvero a incidere con la forza necessaria.

La comicità, pur presente e coerente con il registro scelto, raramente raggiunge quel livello di eccesso o di precisione che rende memorabili le battute e le scene. Molti momenti funzionano nell’immediato, strappano il sorriso, ma si consumano rapidamente, senza sedimentare. Manca quel guizzo in più, quella sequenza o quell’idea talmente centrata da imprimersi davvero nella memoria dello spettatore.
Il film sembra esserne consapevole, e in alcuni passaggi pare quasi voler alzare l’asticella, spingendo verso un tono più grande, più sopra le righe, più “importante”. Ma ogni slancio viene subito ridimensionato, riportato entro confini più prudenti. Il risultato è una commedia che svolge correttamente il suo compito, ma che non riesce mai a fare l’ultimo passo necessario per trasformarsi in qualcosa di davvero incisivo.
Anaconda diverte, accompagna, intrattiene. Ma resta sempre con un piede sul freno, come se avesse paura di esagerare davvero. E così, pur aspirando a diventare qualcosa di più — un film epico nel suo essere assurdo, una nuova citazione obbligata, un cult potenziale — finisce per fermarsi un attimo prima, lasciando dietro di sé la sensazione di un’occasione solo parzialmente colta.

Attori, CGI e momenti riusciti: ciò che funziona davvero
Nonostante tutto, Anaconda resta un film assolutamente piacevole da guardare. Il cast offre una prova solida e affiatata, con interpretazioni consapevoli del tono ironico dell’operazione. Nessuno sembra fuori posto, nessuno recita sopra le righe. Anzi, in alcuni momenti si percepisce un autentico divertimento che riesce a passare dallo schermo alla sala.
La CGI è sorprendentemente curata. L’anaconda digitale è credibile, ben integrata nelle scene e mai davvero ridicola. Le sequenze più spettacolari funzionano e dimostrano una cura tecnica che va ben oltre il semplice compitino.
Ci sono anche momenti di comicità che colpiscono nel segno, soprattutto quando il film abbraccia senza remore il suo lato metacinematografico e prende di mira i cliché del cinema contemporaneo e le sue dinamiche produttive. In almeno un paio di occasioni, la risata è spontanea e sincera.
Rimane la sensazione di un’opportunità solo parzialmente colta, di un film che si ferma a un passo dal traguardo. Un buon film, senza dubbio. Solo che, quando le luci si riaccendono, ci si rende conto che difficilmente resterà nel cuore degli spettatori.
E per una storia che parlava di sogni, cinema e nostalgia, forse è proprio questa la mancanza più grande.

Anaconda
Jack Black: Doug McCallister
Paul Rudd: Ronald "Griff" Griffen Jr.
Steve Zahn: Kenny Trent
Thandiwe Newton: Claire Simons
Daniela Melchior: Ana Almeida
Selton Mello: Santiago Braga
Ione Skye: Malie McCallister
Sebastian Sero: Charlie McCallister
Ben Lawson: Brant Markham
Rui Ricardo Diaz: João
John Billingsley: Jerry
Dan Silveira: Timo
Diego Arnary: Paulo

