Emi vive da sola, lavora in ufficio e incontra un uomo che non potrà mai appartenerle davvero. Da questa situazione Yamada Murasaki costruisce un racconto silenzioso e tagliente sulle relazioni, sulle aspettative sociali e sul modo in cui spesso l’amore si intreccia alla solitudine.
A distanza di oltre quarant’anni dalla prima pubblicazione, Amore di seconda mano continua a colpire per la sua capacità di osservare le relazioni con uno sguardo diretto e disarmante. Yamada Murasaki però non cerca colpevoli né prova a semplificare o addolcire la realtà.
I suoi personaggi restano sospesi tra desiderio di autonomia e bisogno di essere amati, muovendosi dentro dinamiche che spesso non riescono a controllare fino in fondo anche quando sembra che ne abbiano piena consapevolezza. Proprio questa onestà che si sprigiona dalla sua narrazione delicata rende il manga ancora oggi sorprendentemente vicino alla sensibilità contemporanea, lasciando dietro di sé domande difficili da ignorare.

Tra gekiga e manga femminili
Quando si parla di manga femminili degli anni Settanta e Ottanta si citano spesso le autrici che hanno rivoluzionato lo shōjo manga con grandi saghe romantiche e sperimentazioni visive. Più raramente si ricordano le voci che hanno scelto una strada diversa: storie intime, adulte, ambientate nella vita quotidiana, capaci di osservare con lucidità le relazioni e le strutture sociali che le attraversano. Yamada Murasaki appartiene a questa seconda linea.
Yamada Murasaki è spesso accostata al movimento gekiga e al fumetto d’autore pubblicato su Garo, per questo il suo lavoro dialoga più con autori come Yoshiharu Tsuge che con lo shōjo mainstream. Questo spiega perché le sue storie sono così introspettive, lente e fortemente concentrate sulla vita quotidiana.
Amore di seconda mano, pubblicato negli anni Ottanta e oggi riportato in Italia da Minimum Fax, raccoglie due racconti che ruotano attorno alla stessa condizione emotiva, ovvero quella di due donne coinvolte in relazioni con uomini sposati. Il punto però non è lo scandalo o il melodramma: Yamada usa queste situazioni per osservare qualcosa di più profondo, cioè il modo in cui le aspettative sociali, il matrimonio e i ruoli di genere influenzano la percezione che le donne hanno di sé.
Il risultato è un manga quieto e inquieto allo stesso tempo, costruito più sull’introspezione che sugli eventi. È sì un manga che parla di amore, ma soprattutto di autonomia, solitudine e identità.


Yamada Murasaki e i manga alternativi
Per capire la forza di queste storie è utile guardare al contesto editoriale in cui sono nate. Come dicevamo prima, Yamada Murasaki pubblicava sulle pagine di Garo, una rivista fondamentale per il fumetto alternativo giapponese. Fondata negli anni Sessanta, Garo divenne un punto di riferimento per autrici e autori interessati a sperimentare linguaggi e temi lontani dal fumetto commerciale.
In quel contesto Yamada sviluppò uno stile molto personale e ancora oggi riconoscibile: le sue storie si concentrano sulla vita quotidiana, sui pensieri dei personaggi, su relazioni imperfette. Il ritmo è lento, spesso contemplativo, e lascia spazio a silenzi e lunghe pause. Questo approccio la distingue da molte autrici contemporanee e colloca il suo lavoro in una zona di confine tra manga e narrativa intimista.
Il rapporto con lo shōjo e il Gruppo 24
Negli stessi anni in cui Yamada Murasaki pubblicava su Garo, lo shōjo manga attraversava una delle sue trasformazioni più importanti. Autrici come Moto Hagio, Keiko Takemiya e Riyoko Ikeda (spesso associate al cosiddetto Gruppo 24) stavano ridefinendo il manga per ragazze introducendo temi psicologici complessi, sperimentazioni grafiche e protagoniste più sfaccettate. Quel movimento ampliò enormemente le possibilità espressive dello shōjo manga. Le storie iniziarono a esplorare identità, sessualità, memoria e conflitti interiori con una profondità mai vista prima.
Yamada Murasaki si muove in una direzione parallela. Non appartiene direttamente a quel gruppo e il suo stile grafico è molto più essenziale, ma condivide con quelle autrici l’attenzione per l’interiorità femminile e per la complessità delle relazioni. La differenza sta nello sguardo: mentre molte opere dello shōjo continuano a muoversi dentro strutture narrative romantiche, Yamada osserva l’amore da una prospettiva più disincantata.

Lo sguardo di un’artista
Un elemento che aiuta a capire il tono delle storie di Yamada Murasaki è il suo percorso artistico. Prima di pubblicare su Garo, l’autrice lavorava soprattutto come illustratrice e artista visiva. Questa formazione si riflette chiaramente nel modo in cui costruisce le tavole.
In Amore di seconda mano lo vediamo benissimo: le sue pagine non seguono sempre il ritmo narrativo tipico del manga commerciale, fatto di sequenze dinamiche e dialoghi frequenti. Le tavole sembrano piccoli quadri emotivi, momenti sospesi che catturano uno stato d’animo più che un’azione.
Per questo nelle sue storie succede relativamente poco in termini di trama. Il centro della narrazione non è l’evento ma l’esperienza interiore dei personaggi: pensieri, ricordi, esitazioni. Anche gli spazi domestici, spesso essenziali e quasi vuoti, contribuiscono a creare quella sensazione di isolamento che attraversa tutto il volume.
L’amore come spazio instabile
La prima storia ha come protagonista Emi, una giovane donna che conduce una vita apparentemente stabile. Lavora in ufficio, vive da sola, le sue giornate scorrono senza grandi scosse. Eppure qualcosa dentro di lei resta irrisolto: la routine non le offre un vero senso di direzione e la prospettiva del matrimonio non appare così rassicurante.
Quando nella sua vita entra un uomo sposato, la relazione sembra offrire una soluzione paradossale: un amore che esiste solo in parte. Non ci sono progetti di convivenza, né aspettative ufficiali. Per Emi questo margine di distanza diventa quasi una forma di protezione.
Con il tempo però quella relazione mostra un’altra faccia, perché anche essere l’amante significa occupare un ruolo preciso: accogliere le incertezze dell’uomo, rassicurarlo, nascondere la propria frustrazione. La relazione finisce così per trasformarsi in una forma di carico emotivo continuo.

Due donne, due solitudini
La seconda storia introduce Yuko, un personaggio che si muove in una situazione simile ma con uno sguardo più riflessivo. Anche lei è coinvolta con un uomo sposato e quindi vive una relazione che non può diventare pubblica e stabile.
Nel suo caso però la narrazione è diversa e il presente viene attraversato dai ricordi. Yuko torna spesso con la mente all’infanzia e al rapporto tra i suoi genitori, segnato dal tradimento del padre. Quella ferita familiare è ancora aperta e sembra aver modellato il suo modo di percepire l’amore e la fiducia.
Attraverso Emi e Yuko, Yamada Murasaki mostra due modi diversi di confrontarsi con la stessa tensione: il desiderio di autonomia da una parte e il peso delle aspettative sociali dall’altra. Le due protagoniste non cercano di ribellarsi apertamente, ma si interrogano e mettono in discussione continuamente il ruolo che stanno occupando.

Amori imperfetti
Una delle cose più interessanti di Amore di seconda mano è che Yamada Murasaki evita qualsiasi lettura morale delle relazioni che racconta. Il punto non è stabilire chi abbia torto e chi ragione.
L’uomo sposato che frequenta Emi non è dipinto come un antagonista, non è un seduttore manipolatore né una figura particolarmente affascinante. È una persona ordinaria, con le sue esitazioni e le sue insicurezze e proprio per questo la relazione appare ancora più fragile. Emi stessa non si percepisce come una vittima, ma passa molto tempo a interrogarsi sulle ragioni che l’hanno portata dentro quella situazione, nel tentativo di capire cosa stia davvero cercando: affetto, attenzione, o semplicemente una via di fuga dalla propria solitudine.
La seconda storia rende questo intreccio ancora più evidente: Yuko torna nella casa di famiglia e si confronta con il padre ormai anziano, segnato dal peso di un tradimento che ha distrutto il rapporto con la moglie. In quel momento Yuko inizia a vedere il parallelismo e si rende conto che la relazione in cui si trova assomiglia molto a quella che aveva ferito sua madre.
Il manga non offre una spiegazione definitiva, non suggerisce che esista un comportamento giusto o sbagliato da seguire. Piuttosto osserva come le persone si muovono dentro dinamiche emotive che spesso riproducono, inconsapevolmente, modelli già vissuti.
Sotto questo punto di vista Amore di seconda mano parla meno di adulterio e molto di più di solitudine. I personaggi cercano di capire come essere amati e come amare senza ferire gli altri o se stessi. A volte ci riescono, altre volte no. La forza di questo manga sta proprio in questa onestà, lasciando spazio alle contraddizioni e alle fragilità dei suoi personaggi.

Un manga fatto di pause
Lo stile grafico riflette perfettamente questa sensibilità. Le tavole sono essenziali, a volte quasi fragili. Non cercano spettacolarità e spesso si soffermano su momenti molto semplici: una conversazione, un gesto domestico, una pausa nel mezzo di una stanza.
Gli spazi quotidiani degli appartamenti in cui si sviluppano le vicende diventano luoghi in cui i personaggi riflettono su ciò che stanno vivendo. Il ritmo della lettura rallenta e invita a osservare le emozioni che si muovono sotto la superficie.
Sono inoltre presenti alcune tavole a colori, dai toni rosa pastello molto delicati, che contribuiscono a trasmettere quella sensazione più astratta e riflessiva che attraversa tutto il racconto.
Una rabbia trattenuta
In sottofondo alle due storie si avverte una tensione costante. Le protagoniste percepiscono chiaramente che il modello sociale che le circonda (matrimonio, stabilità, ruoli familiari) non lascia molto spazio alla loro autonomia. Il sistema che dovrebbe rappresentare sicurezza e stabilità appare invece come una struttura rigida, capace di trasformare le relazioni in una rete di aspettative e sensi di colpa.
Yamada Murasaki non costruisce finali consolatori e le sue protagoniste restano dentro questa contraddizione, cercando piccoli spazi di libertà personale. È forse proprio questa lucidità quieta a rendere Amore di seconda mano così attuale, perché in fondo, nelle storie di Yamada Murasaki, l’amore non è mai una soluzione. È una domanda aperta.



