Il primo episodio del nuovo spin-off di Game of Thrones targato HBO, A Knight of the Seven Kingdoms, mi ha fatto nascere un pensiero piuttosto bizzarro già nei primi minuti: che cosa usano i cavalieri erranti come carta igienica? E, a ben pensarci, che cosa usa chiunque in questo mondo?
Un pensiero intrusivo, certo, ma non del tutto fuori luogo. Il primo episodio, intitolato Il Cavaliere Errante, si apre con Ser Duncan l’Alto – per ora semplicemente Dunk – intento a seppellire il suo maestro appena scomparso. È un addio sincero e rispettoso: Dunk ringrazia Ser Arlan per non averlo mai picchiato se non quando se lo meritava (affermazione subito smentita da una serie di rapidi e divertenti flashback che mostrano un cavaliere piuttosto generoso con i pugni). Poi parte l’iconica sigla di Game of Thrones… che viene bruscamente interrotta da Dunk mentre si libera l’intestino dietro un albero, in modo tutt’altro che elegante.

Un ritorno a Westeros sorprendentemente umano
Il messaggio è chiaro fin da subito. A Knight of the Seven Kingdoms non è una storia di profezie apocalittiche, né di sanguinose guerre civili tra dinastie di gente che cavalca i draghi (questi ultimi al momento non sono né comparsi, né tantomeno citati, ma non è detto che non appariranno in seguito, ovviamente). Se Game of Thrones ha sempre avuto una leggera vena ironica, qui l’approccio è decisamente più spostato verso la commedia, ed è un cambio di passo che all’inizio può spiazzare i fan della serie. Tuttavia non è assolutamente un aspetto negativo, a parere di chi scrive: uno dei limiti maggiori di House of the Dragon, infatti, era proprio la quasi totale assenza di momenti di leggerezza.
Certo, andando avanti – come nelle novelle di George R. R. Martin, da cui la serie è tratta – la storia affronterà anche temi politici e svolte più cupe, siamo sicuri che anche in questo caso la violenza non mancherà. Ma il tono resterà complessivamente più leggero rispetto alle altre incarnazioni televisive di Westeros.
La serie si colloca cronologicamente circa a metà strada tra House of the Dragon e Game of Thrones: un secolo dopo la Danza dei Draghi e un secolo prima delle vicende di Ned Stark e compagnia. È un periodo di relativa stabilità per i Sette Regni. Sul Trono di Spade siede Re Daeron II Targaryen e la Ribellione Blackfyre, di cui si parlerà nel corso della storia, è stata sedata ormai da quasi quindici anni.

Dunk, interpretato con grande carisma da Peter Claffey lascia la tomba del suo mentore e si dirige verso Ashford Meadow, nel cuore del Reach, territorio controllato da Casa Tyrell. Qui sta per tenersi un grande torneo e Dunk, ricco di cavalli ma poverissimo di denaro, spera di trovare fortuna e un futuro migliore. Dopotutto, questa è una storia di cavalleria errante.
Dunk ed Egg: una storia di cavalleria errante
Durante una sosta in una locanda, Dunk incontra un ragazzino dalla testa rasata e dallo sguardo sorprendentemente acuto: Egg, interpretato da Dexter Sol Ansell. Il bambino si offre di accompagnarlo come scudiero, sostenendo che ogni cavaliere ne ha bisogno. Dice di venire da Approdo del Re e Dunk, credendolo un altro orfano dei bassifondi come lui, lo liquida in modo brusco. Il nostro “eroe” parte dunque da solo per Ashford Meadow, ignaro di quanto si stia sbagliando sul conto del ragazzo.

Una volta arrivato, Dunk si ritrova completamente fuori posto. Senza un maestro a guidarlo, fatica a orientarsi tra cavalieri, nobili, dame e personaggi poco raccomandabili. Cerca di non attirare attenzioni indesiderate, ma finisce comunque per incrociare un lord dal pessimo carattere, Ser Steffon Fossoway, che lo provoca apertamente. Dunk, con sorprendente buonsenso, rifiuta lo scontro.
Tra un tentativo maldestro di integrarsi e l’altro, Dunk assiste a uno spettacolo di burattini animato da Tanselle, una marionettista dorniana interpretata da Tanzyn Crawford. Draghi di stoffa sputano fiamme, poesie vengono recitate e Dunk resta visibilmente colpito dalla donna. Ma il suo obiettivo resta il torneo: entrare nelle liste, dimostrare il proprio valore e guadagnarsi un nome.
Il problema è che nessuno è disposto a riconoscere la sua investitura. Il maestro del torneo, Plummer, avverte Dunk che per partecipare serve qualcuno che garantisca per lui. Essere stato nominato cavaliere sul letto di morte di Ser Arlan, senza testimoni, non è sufficiente. Dunk è un cavaliere errante: senza terre, senza titoli, senza un cognome che conti qualcosa. L’unica speranza è trovare Ser Manfred Dondarrion, il cui padre aveva servito insieme a Ser Arlan.
Il nome potrebbe suonare familiare – è lo stesso casato di Beric Dondarrion – ma Manfred è ben lontano dall’eroismo del suo discendente. Quando Dunk riesce finalmente a parlargli, viene liquidato con sufficienza e con un’alzata di spalle: Ser Arlan? Nessun ricordo.

Le cose vanno decisamente meglio con Lyonel Baratheon, detto La Tempesta Ridente, interpretato con energia contagiosa da Daniel Ings. Più grande della vita, carismatico, indisciplinato e dotato di un appetito leggendario, Lyonel ricorda molto il futuro Robert Baratheon. Ma, a differenza di molti altri nobili, è anche schietto e sorprendentemente gentile. Quando capisce che Dunk è lì solo per mangiare e non per chiedere favori o sfidarlo, lo accoglie con entusiasmo.
La scena del ballo tra i due è uno dei momenti più riusciti dell’episodio: una danza che diventa quasi una sfida fisica, tra risate, passi sbagliati e tentativi maldestri di pestarsi i piedi. Dunk riesce persino a guadagnarsi il rispetto di Lyonel, dimostrando di avere riflessi migliori di quanto sembri. Alla fine della serata, indossando la corona del cervo e sorretto da un Lyonel ormai completamente ubriaco, Dunk non è più solo ad Ashford Meadow. E per un cavaliere errante, gli amici sono tutto.
Al suo ritorno al campo, Dunk trova un fuoco acceso… e una testa rasata familiare. Egg lo ha seguito. Ha lavato i suoi vestiti, strigliato i cavalli, acceso il fuoco e persino cucinato del pesce. Inizialmente infastidito, Dunk finisce per cedere: accetta questo strambo bambino come scudiero e gli promette che non patirà mai la fame (anche se il cibo sarà probabilmente pessimo) né il freddo ( anche se i vestiti saranno logori). Soprattutto, gli promette che non lo picchierà. E sappiamo che manterrà la parola.

Egg, dal canto suo, dimostra subito un’intelligenza fuori dal comune e una capacità naturale di guidare il cavaliere senza mai umiliarlo. Quando i due si sdraiano sotto le stelle e vedono una stella cadente, il giovane scudiero fa notare che è segno di buona sorte. Dunk, inizialmente burbero, realizza improvvisamente il significato: “Vuol dire che la fortuna è solo per noi?”. Egg sorride nel buio.
Una Westeros diversa, ma che sembra funzionare
A Knight of the Seven Kingdoms è un debutto riuscitissimo. Un fantasy più raccolto, quasi intimo, che trova la sua forza nella semplicità e nella sincerità dei suoi personaggi. Il cast è impeccabile, il tono più leggero rappresenta una boccata d’aria fresca e dimostra che l’universo di Game of Thrones può raccontare anche storie meno ossessionate dalla tragedia e più attente all’umanità.
Non tutte le avventure hanno bisogno di profezie oscure, complotti sanguinosi o dinastie spezzate. A volte basta seguire il cammino di un cavaliere qualunque, armato solo della sua buona fede, di una spada consumata dal tempo e di uno scudiero leale che cammina al suo fianco. Ed è proprio in questa semplicità che A Knight of the Seven Kingdoms trova il suo cuore.
Incrociamo le dita per i prossimi episodi: se la serie manterrà questi toni, ci sarà davvero da divertirsi. Per una volta, in tutti i sensi.

A Knight of the Seven Kingdoms
Peter Claffey: Duncan l'Alto
Dexter Sol Ansell: Egg
Daniel Ings: Lyonel Baratheon
Shaun Thomas: Raymun Fossoway
Tanzyn Crawford: Tanselle
Danny Webb: Arlan di Pennytree
Henry Ashton: Daeron Targaryen
Daniel Monks: Manfred Dondarrion
Finn Bennett: Aerion Targaryen
Stefano Dori: Duncan l'Alto
Gabriele Tonti: Egg
Stefano Brusa: Lyonel Baratheon
Andrea Di Maggio: Raymun Fossoway

