A Knight of the Seven Kingdoms continua a sorprenderci piacevolmente anche nel suo secondo episodio, “Manzo Essiccato”, che accompagna Dunk ed Egg nei preparativi per il torneo di Ashford Meadow. Un episodio apparentemente di transizione, ma in realtà fondamentale per chiarire temi, personaggi e tono della serie targata HBO Max.
A Knight of the Seven Kingdoms – Episodio 2
Grazie all’intervento del Principe Baelor Targaryen, Ser Dunk può finalmente iscriversi al torneo. È Baelor, infatti, l’unico cavaliere disposto a garantire per Ser Arlan di Pennytree, il defunto maestro di Dunk, che in questa puntata viene celebrato (e forse un po’ “mitizzato”) come Ser Arlan il Lungo. Una rivelazione che colpisce, ma che lascia anche spazio a un dubbio legittimo: quanto di ciò che Dunk racconta su Arlan è realtà, e quanto invece è frutto della memoria e dell’affetto?
Già nel primo episodio avevamo scoperto che Dunk ricordava il suo maestro come un uomo severo ma giusto, che ricorreva alla violenza solo quando necessario. I flashback, però, suggerivano una versione leggermente diversa… In questo episodio, mentre Dunk continua a raccontare Arlan come un grande cavaliere, è chiaro che la sua figura viene ingigantita dal ricordo, arricchita di valore, onore e gloria.
“Tutte le storie crescono man mano che vengono raccontate”, osserva Baelor con pacata lucidità quando Dunk chiede ai principi Targaryen di garantire per lui. Un commento che va dritto al cuore dell’episodio. Secondo Dunk, Ser Arlan e Baelor avrebbero incrociato sette lance prima che il principe avesse la meglio; Baelor, con estrema modestia, corregge il numero a quattro. Non per sminuire Arlan, ma per ristabilire un equilibrio tra mito e realtà.

In effetti, tutto ciò che vediamo di Ser Arlan suggerisce una figura molto più complessa e imperfetta di quella evocata dai racconti di Dunk. Era un uomo dedito all’alcol, ai piaceri, e soprattutto non ha mai vinto un torneo. Anche nei brevi momenti di addestramento mostrati nella serie, Arlan non appare come un grande combattente, sebbene l’età e la stazza imponente di Dunk siano fattori da considerare. Il racconto cresce, si deforma, e diventa quasi una necessità emotiva per Dunk: ricordare Arlan come un grande cavaliere probabilmente significa dare un senso alla propria vita.
Questo gioco tra memoria e realtà trova un curioso contrappunto anche nell’apertura dell’episodio, volutamente spiazzante, che ribadisce come la serie non abbia alcuna intenzione di idealizzare il passato o i suoi eroi.

Un simbolo, un cavaliere errante e una stella cadente
Baelor permette a Dunk di partecipare al torneo, ma pone una condizione precisa: dovrà crearsi un proprio stemma. Solo i legami di sangue consentono di ereditare un blasone, e Ser Arlan non era parente di Dunk.
Così, Dunk ed Egg si ritrovano a una rappresentazione di burattini, dove incontrano Tanselle, una giovane artista a cui Dunk chiede di dipingere il suo scudo. Lui ha un’idea vaga – un tramonto, suggerisce, chiaramente distratto dalla ragazza – ma è Egg a intervenire con una proposta più concreta: un olmo, con rami marroni e foglie verdi. Dunk aggiunge infine una stella cadente.
È uno stemma perfetto per un hedge knight: un cavaliere errante che dorme sotto gli alberi invece che in tende sontuose, e che si affida più alla fortuna che ai titoli.
Quando Dunk si presenta a Tanselle come Ser Duncan l’Alto, lei sorride e racconta di essere stata chiamata “Troppo Alta” da bambina. Dunk, impacciato, prova a rassicurarla: “Sei… giusta. Per… per…”.
“Per i burattini”, interviene Egg, dimostrando ancora una volta di essere uno scudiero sorprendentemente sveglio.

Il torneo e il peso dell’eredità
L’arrivo dei principi Targaryen è un evento enorme per Ashford. Baelor, noto come Breakspear, è Primo Cavaliere del Re e suo erede diretto. Con lui c’è il fratello Maekar, padre di Daeron, Aerion e Aegon. Due dei figli sono dispersi, e la notizia viene accolta con una freddezza che dice molto sul mondo di Westeros.
Baelor e Maekar appaiono profondamente diversi: il primo è aperto, empatico, il secondo rigido e distante. Anche fisicamente, Baelor si discosta dall’immagine classica dei Targaryen, con capelli più scuri e tratti che richiamano la madre dorniana.
Dunk, intanto, deve affrontare un problema molto più concreto: l’armatura. Il fabbro Steely Pate gli propone un set a prezzi fuori dalla sua portata. Dunk possiede solo due monete e qualche pezzo vecchio. La soluzione è dolorosa ma necessaria: vende la sua cavalla, Sweetfoot, assicurandosi che venga nutrita adeguatamente. È un gesto che conferma quanto Dunk sia profondamente legato non solo alle pochissime cose che possiede, ma anche ai pochi esseri viventi che hanno condiviso parte del percorso con lui.

L’apertura del torneo è travolgente. Le giostre si susseguono in simultanea, caotiche e brutali, restituendo un senso di disordine e pericolo che ci riporta alla solennità quasi rituale vista in altre incarnazioni dell’universo creato da George R.R. Martin. Egg vive lo spettacolo con entusiasmo incontenibile, mentre Dunk oscilla tra l’euforia del momento e la consapevolezza schiacciante di ciò che lo attende.
Una volta spento il clamore, il nostro eroe resta solo con i propri pensieri. Ripensa a Ser Arlan, a un’esistenza trascorsa senza gloria, senza vittorie memorabili e senza un vero riconoscimento. Un uomo che il mondo sembra aver dimenticato in fretta, come se non fosse mai esistito. E a quel punto la domanda diventa inevitabile: che valore ha avuto una vita vissuta così?
La risposta arriva in modo semplice e diretto, attraverso una delle battute più significative dell’episodio:
“Io sono la sua eredità.”
Ser Arlan non ha lasciato trofei né leggende da tramandare, ma ha cresciuto un uomo onesto, capace di interrogarsi sul senso dell’onore e della responsabilità. In un mondo come Westeros, è un lascito tutt’altro che trascurabile.
È proprio in momenti come questo che A Knight of the Seven Kingdoms trova la sua identità, scegliendo di raccontare non le imprese dei grandi sovrani, ma il peso quotidiano di chi prova a fare la cosa giusta, anche quando nessuno guarda. Ed è questa intimità, episodio dopo episodio, a renderla una serie sempre più preziosa.

Recensione episodio 1 – Il Cavaliere Errante

A Knight of the Seven Kingdoms - Episodio 2
Peter Claffey: Duncan l'Alto
Dexter Sol Ansell: Egg
Daniel Ings: Lyonel Baratheon
Shaun Thomas: Raymun Fossoway
Tanzyn Crawford: Tanselle
Danny Webb: Arlan di Pennytree
Henry Ashton: Daeron Targaryen
Daniel Monks: Manfred Dondarrion
Finn Bennett: Aerion Targaryen
Stefano Dori: Duncan l'Alto
Gabriele Tonti: Egg
Stefano Brusa: Lyonel Baratheon
Andrea Di Maggio: Raymun Fossoway

