Quando James Gunn parla di Superman, lo fa con un misto di stanchezza e entusiasmo che dice molto più di qualsiasi dichiarazione ufficiale. È reduce da un volo, ha già la testa proiettata sul prossimo capitolo dell’universo DC e, nel frattempo, sta portando sulle spalle una responsabilità che pochi registi hanno mai avuto: dirigere un film simbolo e, allo stesso tempo, guidare i DC Studios verso una nuova identità.
Non sorprende, quindi, che Gunn definisca Superman come il film più difficile della sua carriera. Non tanto per la complessità produttiva, quanto per ciò che rappresenta. Questo non è solo un cinecomic: è il primo vero tassello di una nuova era, osservato con attenzione da fan, critica e industria.
- Un Superman che parla di bontà, non di onnipotenza
- Il peso di un’icona che tutti credono di conoscere
- Trovare Superman prima ancora di fare il film
- Speranza come scelta narrativa (e politica)
- Il film più difficile, ma anche il più “fumettistico”
- Niente “prestige”, solo cinema pop fatto bene
- Man of Tomorrow: Clark e Lex come riflessi opposti
Un Superman che parla di bontà, non di onnipotenza
La cosa più interessante, però, è capire da dove nasce il Superman di Gunn. Non dalla spettacolarità, né dal peso del mito. Al contrario, il regista racconta di essere stato attratto dal personaggio per un motivo molto più semplice e, oggi, quasi rivoluzionario: la bontà.
Per Gunn, Superman non è un dio irraggiungibile, ma una presenza morale. Un uomo che cerca di fare la cosa giusta, anche quando è difficile, anche quando il mondo intorno sembra aver smesso di crederci. È un eroe sincero, a volte persino impacciato, che vede il meglio nelle persone. Un’interpretazione che affonda le radici in All-Star Superman, indicata dal regista come una delle principali fonti di ispirazione.
Ed è proprio questa umanità a diventare il cuore del film: Superman non come simbolo di potere, ma come esempio.

Il peso di un’icona che tutti credono di conoscere
Raccontare Superman, però, significa confrontarsi con un personaggio che tutti pensano di conoscere. Gunn lo sa bene e non lo nasconde: ogni spettatore ha una propria idea di chi sia Superman e di cosa debba rappresentare. Ed è proprio questo a rendere il progetto così delicato.
A differenza di Guardians of the Galaxy, dove Gunn poteva muoversi con maggiore libertà creativa, qui si è trovato a “rimettere a fuoco” qualcosa di profondamente radicato nell’immaginario collettivo. Con la consapevolezza che il film sarebbe stato letto anche come un giudizio sul futuro della DC nel suo complesso.
La pressione, racconta, era reale. E inevitabile.
Trovare Superman prima ancora di fare il film
In questo contesto, il casting diventa cruciale. Gunn è stato chiarissimo: senza il Superman giusto, il film non si sarebbe fatto. La scelta di David Corenswet è arrivata molto presto nel processo, quasi come una conferma istintiva che la direzione fosse quella giusta.
Non solo per una questione fisica, ma per quell’equilibrio tra forza e vulnerabilità che Gunn ritiene fondamentale per il personaggio. Un Superman credibile non perché invincibile, ma perché umano nelle sue convinzioni.

Speranza come scelta narrativa (e politica)
Uno degli aspetti più interessanti del Superman di Gunn è il suo tono apertamente ottimista, in un periodo storico in cui il cinema supereroistico sembra aver privilegiato atmosfere cupe e disilluse. Gunn non parla di ingenuità, ma di speranza consapevole.
In un mondo stanco, raccontare un eroe che crede ancora nelle persone diventa quasi un atto controcorrente. Ed è proprio questa scelta a rendere il film particolarmente significativo nel panorama attuale.
Il film più difficile, ma anche il più “fumettistico”
Gunn stesso ammette che Superman è, paradossalmente, il film più vicino ai fumetti che abbia mai diretto. Non nel senso di una copia pedissequa, ma per spirito, temi e sensibilità.
La difficoltà maggiore è stata proprio quella di riposizionare un’icona, senza tradirla. Un’operazione che richiede equilibrio, rispetto e una visione molto chiara di ciò che si vuole raccontare.
A rendere tutto ancora più complesso c’è il doppio ruolo di Gunn, diviso tra set e scrivania. Essere contemporaneamente regista e co-CEO di uno studio cinematografico è qualcosa di quasi inedito, e lui stesso ammette di non sapere se sia sostenibile nel lungo periodo.
La collaborazione con Peter Safran è ciò che rende possibile questo equilibrio precario: due figure complementari, unite da una passione autentica per i personaggi DC e dalla consapevolezza del privilegio — e della responsabilità — che comporta raccontarli oggi.

Niente “prestige”, solo cinema pop fatto bene
Forse il passaggio più rivelatore dell’intervista riguarda il rapporto di Gunn con il concetto di prestigio. Il regista non nega che un riconoscimento possa fare piacere, ma chiarisce che non è mai stato il suo obiettivo.
A Gunn interessa fare cinema popolare, grande spettacolo capace di emozionare, divertire e lasciare qualcosa allo spettatore. Per lui non c’è contraddizione tra intrattenimento e profondità emotiva: se un blockbuster riesce a toccare corde più intime, allora ha centrato il bersaglio.
Man of Tomorrow: Clark e Lex come riflessi opposti
Guardando al futuro, Gunn anticipa che Man of Tomorrow sarà fortemente incentrato sul rapporto tra Clark Kent e Lex Luthor. Due figure opposte, ma profondamente legate, che il regista descrive come due lati della stessa medaglia.
Da una parte la fiducia nelle persone, dall’altra l’ambizione ossessiva. Un conflitto che promette di essere non solo spettacolare, ma anche profondamente umano.
In definitiva, il Superman di James Gunn non nasce come un semplice rilancio, ma come una presa di posizione. Un film che parla di bontà, responsabilità e speranza, e che porta sulle spalle il compito di ridefinire il modo in cui guardiamo agli eroi DC. Un compito enorme, forse il più difficile della carriera di Gunn. Ma anche, a giudicare dalle sue parole, quello che sente più necessario oggi.

