Dove Balcani e Langhe si uniscono, là Boban Pesov sorge come un monumento da preservare, scolpito da due culture che in lui hanno trovato un’espressione unitaria.
Illustratore, fumettista, cinefilo, macedone, accumulatore seriale di lavori e padre, come la sua stessa bio racconta, Pesov nasce in Macedonia e arriva in Italia nel 1996, negli stessi anni in cui la sua terra d’origine è martoriata da conflitti interni che la disgregano a livello sociale, economico e politico.
Si fa conoscere dal pubblico tramite YouTube, e popola a lungo i social prima di pubblicare il suo primo graphic novel, C’era una volta l’est, in cui può finalmente raccontare la storia di molti attraverso la sua.
Proprio come le sue opere, Pesov ti spinge a riflettere e guardare anche dove non volevi; a volte, lo fa prendendoti, virtualmente, a schiaffi in faccia. Con le nocche.
È esattamente per questo, anche per questo, che siamo entusiasti di averlo intervistato e di aver ricevuto risposte che sono, ognuna a suo modo, gli schiaffi in faccia di cui abbiamo bisogno per risvegliarci.
Boban Pesov – L’intervista

Hai iniziato con dei video su Youtube, alcuni dei quali sono poi confluiti in Spermini alla riscossa, e che espongono la tossicità a cui i social possono arrivare. Sono passati 8 anni da quei primi video, i toni sui social si sono inaspriti, ormai anche Instagram si è molto tossicizzato. Dato il tuo punto di vista “privilegiato”, da creator e artista, qual è la tua percezione?
Intanto, mi fa ancora strano che ci sia qualcuno che si ricordi ancora di “Spermini alla Riscossa“. Era un periodo interessante per YouTube perché esisteva una vasta community e goliardicamente ci si poteva divertire prendendosi in giro tra di noi e con il pubblico.
Oggi effettivamente le cose sono cambiate, oserei dire anche in peggio: ci ritroviamo un pubblico, giovane e non, delle piattaforme come Twitch, più agguerrito, fedele e per certi versi incattivito. Questo accade perché dedicano tempo e denaro al proprio idolo, quindi se notano che il loro creator preferito viene attaccato o criticato da qualcuno, si creano delle fazioni di tifoserie, in alcuni casi con momenti di idolatria imbarazzante.

Questo mondo ormai non mi appartiene. Fatico a starci dietro, ai trend, alle discussioni, agli scandali che coinvolgono altri creator, che ormai non si possono più vedere come dei semplici ragazzi nella loro cameretta che fanno video; alcuni di loro sono dei veri imprenditori che muovono capitali.
Oggi fra questi imprenditori/influencer nascono faide e dissing, farciti di insulti reciproci. Di conseguenza, pure le loro fan base, come allo stadio, fanno il tifo per l’uno o per l’altro. Ma in questi casi non si tratta più di semplici e insignificanti discussioni: sono dei veri e propri scontri dove di mezzo ci finiscono nomi di aziende, scattano querele e intere pagine tra TikTok, YouTube e Instagram cavalcano questi avvenimenti per farci ulteriore pubblico e numeri e riaprire discussioni inutili.
Ripeto, questa robaccia non mi appartiene e credo di non esser mai stato così felice di mollare quel mondo per dedicarmi a fare qualcosa di più importante per me e che possa lasciare un segno più indelebile rispetto a un video che raccoglie tanti like, approvazione o sdegno.
Sei un papà Millennial con prole nativa digitale: come bilanci lo schermare i tuoi figli dai pericoli di Internet con il lasciare che ne facciano parte e che imparino a “navigarlo”?
Per ora sono entrambi ancora piccoli, però con la più grande cerco di anticipare le cose. Cerco di indirizzarla a diversi interessi che ho io, tra fumetti, film di animazione, e videogiochi, in particolare quelli della Nintendo. Poi, decide sempre lei a cosa dare più spazio nel suo tempo libero dedicato più allo svago.
Facendo così non ha mai questa pretesa di buttarsi a scrollare video inutili su TikTok, o di guardarsi carrellate di video inutili su YouTube; semplicemente si sente già soddisfatta da ciò che le metto a disposizione in casa.
La fortuna di essere un genitore nerd (ahaha).
Quando sarà più grande, cercherò di aiutarla anche a capire come usare internet.

Passiamo al tuo ultimo lavoro, la tua prima opera completa, arrivata qualche mese fa: C’era una volta l’est, che tra le altre cose quest’anno è stato candidato per i Lucca Comics Awards. Una storia in parte autobiografica, che hai definito come “l’epica della frontiera dei Balcani”, a cui hai lavorato per oltre due anni e in cui hai riversato un vissuto familiare, che è poi anche quello di una popolazione intera. Qual è stata la parte più difficile del processo di creazione?
La parte più difficile è stata quella di tenere equilibrate le mie due parti: quella dell’autore che deve raccontare una storia in grado di piacere e colpire il lettore, e quella di Boban come persona, che cerca di raccontare una storia ispirata alla sua vita e alla sua famiglia e che deve fare di tutto per non farsi trasportare troppo dall’emotività. Gestire questi due lati forse è stata la parte più complicata.
Ho notato che il tuo tratto muta molto a seconda di ciò che stai raccontando: il tratto di C’era una volta l’est non è lo stesso di Spermini alla riscossa, così come non è lo stesso di Nazivegan Heidi o di Frank, al punto che sembra di leggere ogni volta un nuovo autore. Cosa ti “arriva” prima, la suggestione visiva, la scelta di una tecnica specifica, la storia?
La tecnica usata in C’era una volta l’est è quella che sicuramente prediligo e sarà la stessa che userò per il prossimo graphic novel.
Spermini alla Riscossa era più un libro rivolto alla mia fanbase youtubica dell’epoca; per me era più la voglia di avere qualcosa da dare a questo pubblico in fiera da portarsi a casa, come se fosse un gadget.
Riguardo a Nazivegan Heidi, l’idea era quella di realizzare una cosa folle e irriverente per l’epoca. Ho cercato di infilarci ogni ispirazione dei diversi anime che guardavo da bambino; mi sono serviti tutti quei pomeriggi da ragazzino a disegnare Goku & Co. di fronte alla televisione. La trilogia di NVHeidi è stata più che altro un caso molto discusso sui social che ha favorito anche le vendite. Mi sono divertito a farlo e a presentarlo, però oggi decisamente preferisco dedicarmi a storie più corpose, storie che mi appartengono di più e che forse non sono mai state raccontate, come quelle ambientate nei Balcani.
Lo stile di Frank mi piaceva, ma in realtà sia io che Barbascura avremmo preferito renderlo più corposo. All’epoca abbiamo avuto parecchi problemi con l’allora casa editrice: è stata un’esperienza spiacevole che preferiamo sia io che lui lasciarci alle spalle.

Sperimenti tantissimo: lavori in digitale, ad acquerello, a Nutella – ho visto un tuo lavoro bellissimo e credo saporitissimo; ti muovi agevolmente tra media diversi, a volte anche ibridandoli, per cui mi chiedo: nel bene e nel male, cosa ne pensi dell’AI?
Sperimentavo molto di più all’epoca, quando stavo attivamente su YT; oggi tendo a pubblicare ogni tanto qualche vignetta satirica su Instagram e a dedicarmi completamente alla realizzazione di libri.
Sulla questione AI, personalmente non mi spaventa più di tanto. Viviamo in una società iper bombardata da contenuti da social fugaci e facilmente dimenticabili, fenomeni di successo istantanei che producono mostri e mercati assurdi dove qualcuno, con quei mostri, ci guadagna anche tanto. Sinceramente, arriverà quel momento dove tanti di noi avranno proprio la necessità e il bisogno di fermarsi e fruire di qualcosa di diverso, in grado di lasciarti qualcosa in più. Sentiremo il bisogno di voler valorizzare tutto un processo creativo che sta dietro a un’opera, e la persona che sta dietro all’opera stessa.
Insomma, ci sono esperienze e stimoli che un’AI non può regalare a un lettore o a uno spettatore. Non c’è mai stato così tanto bisogno di nuove opere interessanti come in questo periodo. Magari, poi, sono io che sono troppo ottimista.

Su YouTube, la tua descrizione riporta “illustratore, fumettista, cinefilo, macedone, accumulatore seriale di lavori e padre”. C’è altro che senti possa descrivere il Boban di oggi?
Sono anche imprenditore, aiuto a gestione l’impresa creata da mio padre nel 2008; operiamo nel settore agricolo qui in basso Piemonte, per lo specifico nella viticultura.
In te convivono Langhe e Balcani. Hai mai sentito di doverti tradurre nel passaggio da un mondo all’altro? E cosa diresti che hanno in comune, a parte un noto autore di nome Boban Pesov?
Io, vivendo da anni nelle Langhe, mi sento a casa. Vivere e creare fra le colline farcite da infiniti ettari di vigne mi fa sentire bene. La cosa straordinaria è che i pochi anni che ho vissuto in Macedonia, li ho trascorsi in un paesino piccolo quanto questo dove vivo ora, anch’esso immerso nelle colline, ma senza vigne.
La cosa che li accomuna maggiormente è il fatto che mi hanno allontanato quella voglia di andare a vivere in una grande città, voglia che in passato era anche balzata in testa per un certo periodo, quando pensavo che questa cosa del fare l’influencer potesse diventare un lavoro. Mai stato così felice nell’essermi contraddetto da solo.

Nelle tue bio appare spesso la parola “immigrato”, che usi con una – giusta – naturalezza, riuscendo a toglierle l’aura di negatività con cui spesso viene lanciata addosso alle persone. In questo senso, percepisci un’apertura della società allo straniero, all’immigrato, all’altro diversa rispetto a quella che vediamo sui media?
Io spesso uso anche la parola “clandestino” e apertamente ammetto di essere figlio di un ex clandestino, che ha vissuto il suo periodo di irregolarità nei primi anni Novanta. Non mi vergogno assolutamente ad ammetterlo, credo sia anche un modo per esorcizzare questo incattivimento della società e di una parte della politica nei confronti dell’immigrato e dell’immigrazione, senza renderci conto che molti settori produttivi che caratterizzano il “Made in Italy” sono portati avanti da molti lavoratori immigrati.
Quando consumiamo una passata di pomodoro o beviamo un bicchiere di vino Piemontese, chiediamoci di chi sono le mani che hanno lavorato quella frutta per ottenere quel prodotto così tanto buono che ci piace sfoggiare all’estero per vantarci di essere i migliori nel mondo.
Ti sei sempre esposto molto su temi sociali e politici, mettendo la tua arte a servizio di quello che accade nel mondo. Ora che le posizioni si stanno polarizzando e inasprendo, e che la libertà di stampa e pensiero, nel mondo, sembra sempre più minacciata, temi mai delle ripercussioni sul tuo lavoro? O, peggio ancora, temi di arrivare ad autocensurarti?
Autocensurarmi non mi è capitato fino ad oggi, e decisamente non lo vorrei fare. Il ruolo di un artista o di un autore è anche quello di trovare degli escamotage “intelligenti” per poter criticare la società o quella gente che tende a impedirti di dire la tua attraverso la tua arte. Il grande Romero ha saputo criticare una società americana razzista attraverso un film horror con protagonisti dei morti viventi. Abbiamo questo ruolo: di imporci e fare di tutto per mandare un messaggio forte e che sappia, con il dramma o l’ironia, colpire certi estremismi retrivi.

Cosa ci puoi dire dei progetti che bollono in pentola?
Il mio prossimo libro sarà ambientato in una piccola comunità multietnica, in un villaggio sperduto in Bosnia, a cavallo tra gli anni Ottanta e l’inizio della guerra in Bosnia nel 1992. Cercherò di raccontare quel processo di crescita dell’odio che ha portato una popolazione multietnica di una nazione così imponente come la Jugoslavia a odiarsi e a uccidersi fra di loro.
Riallacciandomi alla domanda precedente, sarà un libro che parlerà anche di quelle guerre attuali, senza necessariamente parlarne direttamente.
C’era una volta l’Est – Sinossi
Una coppia in crisi parte per un viaggio verso la Macedonia del Nord dopo aver ricevuto la notizia del malore della madre del protagonista. Durante il tragitto, i due affronteranno tensioni e ricordi, intervallati da flashback del passato della famiglia di lui: dalla fuga del padre durante la guerra in Jugoslavia agli anni dell’infanzia vissuti con la madre e il fratello.
Con ironia e dramma, C’era una volta l’Est esplora la forza dei legami familiari e il confronto con la perdita, in un alternarsi dolceamaro tra passato e presente.

