Andor – La serie TV Star Wars che racconta la guerra senza Jedi né eroi

Con Andor, Star Wars cambia tono e prospettiva: niente Jedi, niente eroi, solo guerra, scelte difficili e umanità. Uno speciale dedicato alla serie TV più coraggiosa del franchise.

Il Nerdastro
Speciale Andor
Il Lato Grigio.
Quello che ci ha mostrato ANDOR, la serie di cui inizialmente non interessava a nessuno, e poi ha finito non solo per conquistarci, ma anche prendersi un posto di diritto tra le cose migliori prodotte dal franchise creato da George Lucas qualcosa come 48 anni fa ormai.
Un franchise nato con questo sapor di favola, con quel suo «Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana….», a raccontare di Principesse, Cavalieri Neri ed Eroi predestinati da una Forza che gli consente di portare il Bene dove impera il Male.
Ma che ha, all’interno del suo stesso nome, quel termine che si accompagna a Star, Wars, Guerre. Una parola che ha una sua gravitas, una sua importanza, un suo peso.
Un peso che non abbiamo mai percepito veramente, nonostante la Ribellione, nonostante tutta la politica di cui è pervasa la Trilogia Prequel, voluta da Lucas per raccontare l’insorgere di Palpatine e la discesa verso il Lato Oscuro, di un bambino di Tatooine, destinato a diventare una figura ammantata di Mito, definizione di villain per antonomasia.
“Guerre Stellari”, eppure le abbiamo sempre viste come un enorme giocattolo, con cui divertirci, di cui appassionarci. Ce ne siamo innamorati per questo, e delle persone sullo sfondo ci siamo sempre dimenticati, mai considerati, perchè questo erano. Sfondo.
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Poi, mentre la dirigenza Disney cercava di venire a patti con sè stessa e con il progetto della Trilogia Sequel e dei vari spin-off con cui mungere la Thala-Siren e berne il latte verde come i dollaroni, ecco spuntare fuori il gioiello inatteso, quel “Rogue One” diretto con estrema e vincente lucidità da Gareth Edwards e scritto con rigore da Chris Weitz e Tony Gilroy per dare una fondata e logica giustificazione a quello strano ed illogico punto debole della Morte Nera, quella forzatura di sceneggiatura per vincere la partita con un colpo preciso.
Jyn Erso, Orson Krennic, Saw Gerrera, K-2SO e poi lui, Cassian Andor. Personaggi con un destino già scritto in qualche modo, personaggi che non avrebbero conosciuto la “Nuova Speranza” e a cui nessuno avrebbe mai apposto una medaglia sul petto, simbolo di una guerra combattuta nelle retrovie, con sacrificio, sangue e sabbia.
I personaggi sullo sfondo, quelli che sai che ci sono, se ti fermi a pensare a loro non come figurine a bella posta per più di qualche secondo, e che tendono a diventare tridimensionali al punto tale che vorresti raccontare tanto altro, ma non potendo andare avanti, allora si può sempre tornare ancora più indietro, e così ha fatto Gilroy nel mettere sul tavolo questa sua serie, due stagioni ma con una solidità tale da far impallidire tanto altro.
Eppure, sulle prime, non è che ci fossero le basi per convincere il pubblico, con questa costola a sua volta prequel di una “Star Wars Story“, incentrata sin dal titolo su un personaggio “secondario” (virgolette d’obbligo) interpretato certo da un bravissimo Diego Luna, ma comunque già consci di come si sarebbe conclusa la sua di storia.
Venivamo poi dalle cocenti scottature da spada laser di “Obi-Wan Kenobi” e “The Book of Boba Fett“, con la prima sorretta dal cipiglio “Hello, There” di Ewan McGregor e l’altra rivelatasi niente più che un “The Mandalorian” 2.5. Insomma, tutta strada in salita.
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Una galassia senza Jedi: spionaggio, carcere e rivoluzione

Ma come spesso accade, è dove meno te la aspetti che si cela la sorpresa: “Andor” si è rivelata pienamente “Star Wars“, lo è nella sua Galassia Lontana, ma una volta tanto, proprio per il multiforme ingegno che ne contraddistingue la vera Forza, niente Lato Oscuro o Chiaro, quanto piuttosto un Lato Grigio, dove a navicelle pulite e luccicanti fa da contrasto una sporca, polverosa unione di generi, in primis quello spionaggio fatto di contrabbando e azioni di sovversione, passando per il carcerario e il rivoltoso da romanzo storico.
Non c’è quella distinzione netta tra Buoni e Cattivi, al massimo tra Giusto e Sbagliato, e anche qui la discussione è meno scontata di quanto appaia.
C’è la Ribellione, ci sono le persone della strada, disposte al sacrificio, soprattutto quello delle proprie convinzioni egoistiche, che sanno quale conto presenta la coscienza, le persone che vogliono rivoltarsi contro un Impero davvero mai così “cattivo”.
Senza bisogno di respiri asmatici e caschi neri, Dedra Meero, al secolo l’ottima Denise Gough, ci ha messo i brividi con fredda e perversa umanità, mostrando un volto del Male che va oltre le battaglie lassù tra le stelle per chissà quale Vittoria.
La lotta stessa diventa quella di una voce che cresce, di un lamento che si alza dal popolo sofferente, a cui nulla frega di Jedi e Destini segnati lungo la via della Forza.
Andor“, come già “Rogue One“, ha lasciato cadere il manto del bambinesco e si è fatta racconto adulto, coraggioso, profondamente radicato in un determinato immaginario.
Ne ha amplificato il discorso, lo ha reso calzante, possente, capace di penetrare sottopelle, riuscendo a farci ignorare per lunga parte che di questa storia sapevamo già il divenire.
Il fanservice si è ridotto a questo e a qualche easter egg lungo la via, ma la struttura di “Andor” è tutta nei dialoghi, nella sua messinscena e nei volti che la portano al pubblico.
Al punto che il passaparola, la Forza dell’apprezzare una cosa bella che crea la giusta cassa di risonanza, ci ha portato ad attendere con impazienza questi dodici nuovi e ultimi episodi, quelli che avrebbero chiuso il cerchio e ricondotto tutti i pezzi del puzzle al loro posto.
Dodici episodi presentati a bella posta tre alla volta, perchè ogni trittico rappresenta un anno narrativo, mostrandoci questi precisi salti temporali, con quello che ne consegue, rispetto alla finestra più ampia che si era dimostrata la prima stagione.
C’è chi, al ritorno della serie, ha puntato il dito su lentezze varie ed eventuali, dimenticando però che, sin dal principio, “Andor” è questo. Un particolare ritratto di vicende e persone, impegnate nelle loro folcloristiche vite, a ritrovare il filo delle proprie anime e delle proprie storie, cercando di capire lo scopo di esistenze perse e decise a trovare una rotta.
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Raccontare la guerra dal basso

Tutto, in “Andor“, è al livello dello spettatore, una volta di più le occasioni di guardare sognanti alle stelle mancano, e il punto di vista, impostato sempre con penna felice da Gilroy, è puntato ancora verso il basso, dove il dramma può sfociare in un tentato stupro, spingendo quel fattore “Guerre” verso un’oscurità ancora più matura, ancora più in odor storico di Resistenza, e ci metto pure quell’accento che fa tanto francese di Ghorman.
Può esserci come una sorta di ironia, rendendo una figura materna quasi il villain più temibile della storia, ma tolte le battute, la reale qualità di “Andor”, della sua scrittura, è l’aver reso di fatto ogni personaggio un essere umano con cui entrare in contatto non attraverso delle action figure o simulando le spade laser con le scope, ma piuttosto attraverso i sentimenti, attraverso uno strumento chiamato “Empatia“.
Ognuno con pregi e difetti, con ambizioni ed idee, con sogni, speranze e propositi, corruzioni comprese. Nessuno è puro e senza macchia, o totalmente asservito ad un’Impero di fantasia e basta. I cattivi sono qui temibili perché reali, perché possono essere veri e non rassicuranti macchiette che svaniscono dietro i titoli di coda.
Qualcuno magari incompreso, tipo il Syril Karn del bravo Kyle Soller, a cui la sceneggiatura riserva una fine che strappa un sorriso di malevolo scherno.
Persino gli stormtrooper qui ci fanno militaresca figura, in nome di una Libertà, intendo quella narrativa, a cui è stato concesso di portare la Vita, quella vera, tra le righe scritte da George Lucas e viste sempre come dogmi invalicabili.
Andor” non cerca certo di essere “blasfemo”, ti costringe solo a venire a patti con la mortalità dei propri personaggi, a cui finisci per interessarti, non importa per quale parte concorrano. Tra le due ci sono differenze di ideali, ma anche chi cerca Giustizia qui si macchia le mani in modi che dfficilmente si potrebbero altrimenti perdonare.
Perché la Ribellione può essere fuoco che divampa incontrollabile, e come ogni incendio, le fiamme non guardano in faccia nessuno nel loro bruciare ogni cosa.
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Quando Andor riscrive Rogue One

È in questo che la serie ricerca il suo scopo, raggiungendo il suo massimo picco negli ultimi sei episodi, quelli che, con “Rogue One“, creano qualcosa di inimitabile per “Star Wars”.
Tutto viene rivisto in prospettiva, tutto a quel punto viene riletto con luce nuova, persino lo stesso lungometraggio, persino quei personaggi che, sino a poco prima, avevamo assimilato in un certo modo, come il Luthen di Stellan Skarsgård e la sua Kleya (Elizabeth Dulau).
Pesi sul cuore che sono macigni, ideali che si infrangono sugli scogli della politica, lo spietato dare e avere dello spionaggio e del doppio gioco, nascosti spesso in occasioni di festa, di finti sorrisi e tensioni celate nelle tuniche eleganti.
Genevieve O’Reilly, qui ancora più incisiva che nella prima stagione, rende magnificamente quella Mon Mothma che abbiamo conosciuto in una versione più matura, ricercando quella caratterizzazione eppure sapendo come mantenere la sua interpretazione “fresca” ed intensa, mai veramente “telefonata”, nonostante certi eventi ci fossero ormai noti.
Gilroy e suo fratello Dan, che ha scritto quel magistrale nono episodio con relativo discorso di Mon, hanno saputo come evitare “l’ostacolo”, mettendo in bocca al personaggio parole potentissime, senza però vanificare l’importanza di un proclama simile, ascoltato in un altro frangente qui non mostrato, ma che chi ha seguito “Star Wars Rebels” ben conosce.
Un piccolo raggiro, perdonabilissimo, così come si può perdonare, nonostante il solito sterile vociare di internet, l’aver preso come Bail Organa il seppur bravo Benjamin Bratt al posto di Jimmy Smits, dato che quest’ultimo era impossibilitato per conflitto di agende. E senza il senatore questo frangente era forse impossibile da raccontare a dovere.
Perdonabilissimo proprio perchè quel discorso sa avere un’importanza universale, la stessa – seppur qui meno sottile e più diretta – che la storia di Lucas ha sempre posseduto.
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Un nuovo modo di amare Star Wars

Andor” così si rivela un racconto che ha saputo sorprendere, uno di quelli che ti fanno ritornare ad amare un universo che pensavi avesse esaurito le sue… Forze, dimostrando che la Galassia si chiama così proprio perchè in sè nasconde davvero interi universi, personali, intimi, narrativi quanto soprattutto umani.
Si chiude con le giuste note, con poesia e dolore, con rabbia e ardimento, cambiando radicalmente o quasi la percezione che, sino ad una settimana fa, avevo dello stesso “Rogue One“. Provare per credere: dopo i titoli di coda del dodicesimo episodio, quando Disney+ vi suggerisce proprio il film, premete Play, come fosse un tredicesimo di durata monstre.
Quando Diego Luna e il suo Cassian appariranno sullo schermo, quando verrà messa in moto tutta la vicenda di cui ormai conosciamo ogni antefatto, la commozione e l’emozione per quel film si rinnovano, quasi come fosse la prima volta che lo vedi, rendendolo di fatto un unicuum narrativo fruibile anche da chi di “Star Wars” conosce poco o niente, e magari se ne è sempre tenuto lontano, giudicandolo troppo infantile.
Andor” ha saputo dimostrare che c’è davvero Spazio per raccontare tantissimo, senza negare il piacere di mettere le mani tra i balocchi, ma anche insegnando a giocarci in modi diversi. Come passare dai soldatini di plastica al tabellone di Risiko.
Magari sarà un esperimento che LucasFilm non se la sentirà più di tentare, soprattutto con questa (fuori) scala produttiva, degna del cinema, ma sapere che c’è, sapere che “Star Wars” ha saputo regalarci un simile gioiello, è già qualcosa che ti fa stare bene come appassionato.
Non pretendo infatti che da adesso il franchise sia tutto così, che alla soglia dei suoi 50 stellari anni si trasformi quasi radicalmente, voglio continuare a sognare come fanciullo.
Ma di sicuro, di quando in quando, guarderò a quelle figure sullo sfondo con occhi diversi!
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