Giacomo Bevilacqua è una cara e vecchia conoscenza di MegaNerd, e siamo sempre felici quando lo abbiamo ospite nei nostri spazi. A Lucca Comics & Games 2025 abbiamo chiacchierato a lungo di ansia, questioni sociali, tematiche di genere e del ritorno di Panda dopo un po’ di anni.
Quello che leggerete è un estratto dell’intervista, opportunamente rielaborato per renderne scorrevole la lettura; la versione video, estesa, la trovate in fondo all’articolo!
Benvenuto Giacomo! È un piacere averti qui. Ho seguito il tuo percorso dalle prime strisce alle opere più recenti, e vorrei partire proprio dall’ultima uscita con Gigaciao, A Panda piace la sveglia del lunedì. Sei tornato al formato delle strisce classiche: come è stato riprendere quella modalità?
Guarda, posso dirti che le strisce sono sempre state parte del mio percorso personale. Ho iniziato nel 2008 con queste strisce molto semplici, che sono state la mia prima prova d’autore, fondamentalmente; e da lì mi sono reso conto che Panda è sempre stata una sorta di piccolo diario che tenevo.
Queste non sono diverse; forse un pochino più complesse rispetto a quelle iniziali, ma sono comunque un qualcosa che mi accompagna. Quindi io là dentro parlo di cose che mi succedono nella vita e che traduco in strisce, ma sempre qualcosa di personale.
Nel tuo libro precedente, A Panda piace capirsi, hai affrontato un tema molto profondo, che ti riguarda da vicino: l’ansia. È un’opera con una forte componente scientifica e include persino esercizi pratici. Quali sono state le difficoltà maggiori del tradurre la scienza in fumetto?
La vera difficoltà è stata attraversare l’inferno personale che mi ha portato a scriverlo. Io ho sempre sofferto d’ansia – ne soffro da quando ho undici anni – e per decenni ho solo cercato di scappare, occupando ogni momento della mia giornata.
Quando mi sono fermato, tutto questo mi ha investito; e per non trasmettere questo dolore ai miei figli, ho dovuto affrontarlo. Dentro c’era di tutto: lutti mai elaborati, storie d’amore finite male, il rapporto coi miei genitori, tutto. Sono passato attraverso tutta questa roba qui, ho fatto un percorso di terapia. Poi ho letto circa 50 libri di neuroscienze per capire cosa mi stesse succedendo, perché io le malattie ce le avevo tutte: dolori neurologici, ansia, pensieri intrusivi, depressione, intolleranze, allergie…
E nel momento in cui scopri che il fulcro è riuscire ad accettare tutta una serie di cose, e scavalcarle, c’è la voglia di raccontarle, anche per condividere delle soluzioni che per te hanno funzionato benissimo. È stato abbastanza facile fare questo libro, perché nel momento in cui esci da questa situazione qua, ce l’hai ancora fresca nella memoria.
Io l’ho “vomitato” questo libro, l’ho fatto in tre mesi; A Panda piace capirsi è uscito proprio dalla parte più profonda di me. Ero a una fiera, parlavo di queste cose, e in fila c’era un neuroscienziato de La Sapienza, che ha confermato la validità dei miei esercizi. È il professor Stefano La Saponara, a cui poi ho chiesto aiuto per dare al libro una base scientifica solida e un linguaggio accessibile.
Il risultato è stato incredibile: è uno dei libri più venduti di Gigaciao, adesso viaggiamo sulle 15mila copie (l’intervista è stata fatta a ottobre 2025, n.d.r.), e viene consigliato da molti psicoterapeuti. E in vent’anni che faccio questo lavoro, è la prima volta che sento di aver fatto una cosa utile, non solo per fermare le porte o dare colore a una libreria.
Pensa che oggi una signora mi raccontava che il figlio era a una gita di trekking, a un suo amichetto è preso un attacco di panico, e lui lo ha calmato facendogli fare degli esercizi che aveva letto su A Panda piace capirsi. Se avessi avuto uno strumento simile a undici anni, mi avrebbe aiutato tantissimo.

È questo uno dei punti forti del volume; siete riusciti a spiegare qualcosa di universale in modo semplice, dando anche l’attrezzatura per gestire quello che succede, non solo a chi c’è dentro ma anche a chi sta fuori. Anche perché spesso, chi ci sta vicino ci dice “non ci pensare”, che poi è il consiglio peggiore da dare.
Esattamente, io sono arrivato a quel punto proprio perché ho evitato di pensarci: l’ansia, i pensieri intrusivi, tutte quelle cose lì, arrivano da un punto inascoltato e se tu non ci pensi e le ignori, le rendi solo più forti e dannose, e continui ad accumulare roba. Quindi, non solo è un consiglio inutile – perché non si può non pensarci – ma è anche dannoso, perché si fa peggio.
A Panda piace capirsi non sostituisce la terapia, io lo dico nel libro. Uso spesso la metafora dei “fili aggrovigliati”, e spiego che gli esercizi aiutano a sbrogliarli nel momento del bisogno, ma serve un percorso terapeutico per capire da dove arrivano quei fili e perché si sono aggrovigliati in primo luogo, se no continua a succedere. Ora, per esempio, ho gli strumenti per rendermi conto se sto andando di nuovo verso quella china, per fermarmi e smettere di fare delle cose deleterie. Però io riesco a farlo perché sono diventato in primis genitore di me stesso.
Ecco, ci racconti meglio questo e il modo in cui si riflette nel rapporto con i tuoi figli?
Prima mi giudicavo molto severamente e utilizzavo un linguaggio negativo verso me stesso. Adesso invece sono molto più tollerante; per me era inconcepibile il fatto di essere padre di due bambini e non essere in grado di prendermi cura di me in senso profondo: parlarmi in un certo modo, essere calmo quando tutto attorno c’è il caos, ecc.
Che poi è quello che bisogna fare come genitore quando loro hanno dei momenti di rabbia o frustrazione. Quello che io sto restituendo ai miei figli non è una reazione di rabbia maggiore: se loro hanno il loro momento, trovano davanti una persona estremamente calma, che sa gestire le proprie emozioni e li aiuta a gestire le loro.
C’è una parte che trovo importantissima: racconti come il ruolo di padre di due maschi abbia aiutato anche te a diventare un uomo migliore.
Sì, perché a un certo punto mi sono reso conto che, come uomo, ho spesso usato il privilegio della fuga (videogiochi, fumo, alcol), un privilegio che una donna non ha: nel momento in cui diventa fertile, una volta al mese le viene ricordato che la vita è dolore. Quindi la donna ci fa i conti col dolore, così come col fatto che tocca andare avanti lo stesso e che passerà, perché è ciclico.
L’uomo, volendo, ha il privilegio di non pensarci mai a questa cosa, e io sono sempre stata una persona che ha sfruttato questo privilegio al cento per cento, con qualsiasi cosa. Il dolore grosso l’ho avuto con la consapevolezza, e sapevo di doverlo affrontare, altrimenti l’avrei trasmesso ai miei figli. Non volevo che crescessero senza sapere come gestire la sofferenza o pensando che un maschio debba solo “mangiarsi” la rabbia.
Questo tuo approccio cela anche una critica alla società della performance, dove siamo tutti vittime che rischiano di diventare carnefici di altri?
Decisamente, è tutto collegato. Spesso cerchiamo il controllo come parvenza d’ordine, ma è un’illusione. Il modello psicologico freudiano è andato di pari passo con il capitalismo, colpevolizzando l’individuo per il suo malessere. Io credo invece che la chiave sia l’empatia: capire che chiunque abbiamo davanti soffre come noi e che è meglio tendere una mano piuttosto che competere ferocemente. La salute mentale è qualcosa da affrontare a livello sistemico.
Questa mancanza di empatia e il senso di solitudine erano già presenti in Troppo facile amarti in vacanza, ambientato in un’Italia futura abbandonata a sé stessa. Eravamo in fase di pandemia, per cui non solo ci si identificava con la solitudine, ma si percepiva la chiusura (porte sbarrate, persone incattivite).
Quello è stato un fumetto estremamente arrabbiato, che ho immaginato 50 anni nel futuro in un’Italia che è stata completamente abbandonata. Se non ti rendi conto di tutta una serie di meccanismi e li continui a ripetere fino a che l’elastico si rompe, alla fine chi ha il privilegio molla tutto e se ne va.
Per alcuni versi, quel fumetto è anche banale, perché io ti porto veramente alla banalità dei personaggi che stanno all’interno. Ti faccio l’esempio: il tizio che si compra Firenze; io vado spesso a Firenze, anche per lavoro, e un anno vado in un bar, l’anno dopo non lo trovo più perché l’hanno comprato gli americani, i russi, i cinesi. È una cosa molto attuale, molto reale, molto banale.
Da A Panda piace capirsi in poi, la cosa che cerco di fare è non solo mostrare quello che è sotto gli occhi di tutti, ma anche provare a dare delle soluzioni. Non ho la presunzione di aver capito come funziona il mondo, però mi sono reso conto che alcuni argomenti dovrebbero essere molto più diffusi e normalizzati, non restare in ambito accademico.
Pensa che ero arrivato al punto di non riuscire a prendere in braccio mio figlio, per i dolori che avevo; adesso, dopo averci lavorato con gli esercizi giusti, te li alzo tutti e due con due mani. Il discorso nella società di oggi è: ti conviene metterti lì e farti 20 minuti di esercizi al giorno per 6 mesi, o ti conviene di più chiamare il medico che ti dà una pilloletta?
Attenzione: non dico che i farmaci non servano; ma se non sono accompagnati da un percorso terapeutico, il problema rischia di tornare più forte di prima. Dobbiamo smettere di delegare la nostra salute mentale come se fosse qualcosa di inutile, superando i tabù delle generazioni passate.
Senti, e per il futuro? Cosa possiamo aspettarci?
Sto scrivendo un nuovo libro con lo psicologo Luca Mazzucchelli. Sarà un quaderno interattivo che usa la metafora dei quattro elementi (Fuoco, Acqua, Terra, Aria) per aiutare i lettori a sviluppare le proprie soft skills e la propria parte più profonda. Vorrei che fosse uno strumento attivo, non solo qualcosa da leggere passivamente.
E poi c’è GigaCiao: con Sio, Dado e Fraffrog avete creato una realtà che va dove il mercato tradizionale spesso non va. Ed è bellissimo vedervi crescere pian piano, dal primo Lucca Comics & Games a cui avete partecipato da editori, dando spazio a tanti giovani autori.
Grazie, è bello che gli sforzi ripaghino. Di base, singolarmente è qualcosa che abbiamo sempre fatto, quella di lavorare un po’ trasversalmente; io e Dado, per esempio, abbiamo sempre fatto tante cose insieme. Quando poi a Dado e Sio è venuta in mente questa cosa, il fatto che abbiano chiamato me e Fraffrog è stato un grande attestato di stima.
Spero che per la fiera del prossimo anno potremmo annunciare delle cose… Vedremo.
Giacomo Bevilacqua – Intervista integrale
A Panda piace la sveglia del lunedì
In questo volume, Panda, con la sua inconfondibile leggerezza e ironia, ti accompagna in un viaggio attraverso emozioni e sentimenti della vita quotidiana, affrontando con dolcezza e umorismo temi universali come l’amicizia, l’amore, la solitudine, il cambiamento e la bellezza nascosta nelle piccole cose. Ogni striscia è una finestra aperta su momenti in cui sentirsi compresi, regalando un sorriso e una prospettiva nuova su situazioni che tutti viviamo.


