Sono passati vent’anni da quando NANA è arrivato in televisione, eppure il suo nome continua a pesare come se fosse rimasto sospeso nel presente. Non come un semplice ricordo nostalgico, non come uno di quei titoli che si citano con affetto e poi si lasciano lì, impolverati in un angolo della memoria. NANA, ancora oggi, resta una ferita aperta. Una di quelle opere che non si limitano a intrattenere, ma che ti restano addosso, ti scavano dentro e ti accompagnano molto più a lungo di quanto vorresti ammettere.
Nelle ultime ore numerosi post social stanno ricordando che ricorre un anniversario importante per l’opera. Difatti, l’anime tratto dal manga di Ai Yazawa sta celebrando ufficialmente il suo 20° anniversario. La serie, animata da Madhouse, andò in onda tra il 2006 e il 2007 e si sviluppò per quattro cour, trasformandosi rapidamente in uno dei titoli più iconici della sua epoca.
“NANA” TV Anime is celebrating its 20th Anniversary Today!
Based on the popular Manga by Ai Yazawa, the show ran for 4 Cours from 2006-2007.
MADHOUSE animated the series and Asaka Morio (Card Captor Sakura, Chihayafuru) directed it.
Image © Yazawa Manga Productions, SHUEISHA,… pic.twitter.com/4wzdCKI9Wk
— Manga Mogura RE (Anime & Manga News) (@MangaMoguraRE) April 5, 2026
Nana non è un semplice “dramma sentimentale”
Eppure, definire NANA come “anime romantico”, “dramma sentimentale” o persino “anime musicale” è sempre stato riduttivo. Perché l’opera di Ai Yazawa non ha mai avuto davvero interesse a raccontare una favola. Non voleva consolare. Non voleva rassicurare. Voleva dire la verità, o almeno una verità emotiva che pochissimi anime, ieri come oggi, hanno avuto il coraggio di mettere in scena con una simile lucidità.
La storia è nota, ma continua a funzionare perché non è mai stata davvero semplice: due ragazze con lo stesso nome, Nana Osaki e Nana Komatsu, si incontrano quasi per caso e finiscono per condividere un appartamento a Tokyo. Da quel momento, le loro vite si intrecciano in modo irreversibile. Una è feroce, indipendente, magnetica, costruita sul dolore e sulla musica. L’altra è più fragile, emotiva, spesso disordinata nel cuore e nelle scelte. Due personalità opposte, ma in fondo legate dalla stessa fame: quella di essere amate, riconosciute, trattenute da qualcuno.
Ed è proprio qui che NANA si distingue ancora oggi da quasi tutto il resto. Non racconta personaggi ideali. Racconta persone che si sbagliano, si feriscono, si rincorrono e a volte si perdono per sempre. Non c’è il romanticismo pulito delle storie pensate per rassicurare il pubblico. C’è invece una forma di realismo sentimentale che fa male proprio perché assomiglia troppo alla vita vera. I rapporti in NANA non sono lineari, non sono giusti, non sono sempre sani. Ma sono veri. E forse è per questo che l’anime continua a parlare così forte anche a distanza di vent’anni.

Cosa rappresenta NANA per la generazione anni 90?
Per una generazione intera, NANA non è stato soltanto un anime. È stato un linguaggio. Un’estetica. Un modo di sentire. La musica, naturalmente, ha avuto un ruolo fondamentale in tutto questo. L’anima punk e malinconica della serie, il contrasto tra palco e intimità, tra immagine pubblica e fragilità privata, hanno reso l’opera qualcosa di molto più stratificato di quanto il mercato anime di allora fosse abituato a proporre. Non era solo una storia da seguire episodio dopo episodio: era un mondo da abitare.
Anche visivamente, NANA possedeva un’identità fortissima. Lo stile di Ai Yazawa, elegante, affilato, sottilmente decadente, ha contribuito a rendere ogni inquadratura immediatamente riconoscibile. Moda, sigarette, luci notturne, locali, appartamenti vissuti, sguardi lunghi più dei dialoghi: tutto in NANA sembrava raccontare una giovinezza già incrinata, già sul punto di rompersi.
Ma forse il motivo per cui oggi questo anniversario colpisce così tanto non è solo artistico. È che NANA ci costringe a fare i conti con una verità scomoda: ci sono storie che non finiscono davvero mai. E non perché abbiano bisogno di un sequel, di un remake o di una nuova stagione. Ma perché continuano a vivere dentro chi le ha attraversate. NANA è una di quelle opere che, una volta viste nel momento giusto della vita, non ti lasciano più nello stesso stato in cui ti hanno trovato.

Rivederla oggi significa anche accorgersi di quanto fosse avanti. Molto prima che diventasse comune parlare di relazioni tossiche, dipendenza affettiva, vuoto emotivo, costruzione dell’identità e disagio esistenziale, NANA aveva già messo tutto questo sul tavolo. Senza slogan, senza semplificazioni, senza didascalie. Solo attraverso esseri umani spezzati che provavano, come potevano, a stare al mondo.
Ed è forse proprio per questo che, a vent’anni di distanza, NANA continua a essere così importante. Perché non ci ricorda solo chi eravamo quando l’abbiamo visto la prima volta. Ci ricorda soprattutto quanto costa diventare adulti.

