Un supereroe che ha il potere di rendere felici le persone; un altro che può trasformare gli adulti in bambini. Me li ha raccontati Marco Rizzo mentre chiacchieravamo a uno stand di Lucca Collezionando, ma non si trattava di personaggi di un suo nuovo fumetto: era reduce da incontri e laboratori con classi elementari.
«Queste intuizioni a cui io, che faccio questo mestiere da vent’anni, non avrei mai pensato, possono arrivare solamente dai bambini, e ti aprono la mente, ti aprono il cuore e rendono tutto più di valore.»
Oltre vent’anni, appunto, passati a raccontare storie sia da giornalista che da sceneggiatore, con linguaggi sempre diversi ma un mezzo unico: il fumetto, strumento di indagine del presente, usato per raggiungere anche lettori fuori dal circuito tradizionale.
«Quando ho iniziato io, editori come Beccogiallo, Tunué, Coconino erano appena nati o stavano nascendo e non c’erano neanche gli spazi per questo tipo di libri. Nelle librerie di varia trovavi quelle che oggi chiamiamo graphic novel nella sezione “Fumetti e umorismo”: nella stessa area c’erano le barzellette di Totti, i libri di Zelig, i classici — Manara, Diabolik, Tex — e poco altro.»
Chi di noi c’era lo ricorda bene quel mezzo scaffale, messo un po’ in disparte come l’area a luci rosse delle videoteche, nascosto quasi con una punta di elitaria vergogna, su cui si ammonticchiava la “roba coi disegni” accanto a quella “che fa ridere”.
Erano tempi in cui il fumetto non possedeva uno spazio proprio fuori dalle edicole, e il graphic journalism in Italia non esisteva ancora nella sua conformazione attuale. Il cambiamento che poi si è riusciti ad attivare, da editoriale è diventato anche distributivo e culturale.

«È stata una scommessa anche imprenditoriale, colta in primis dalle librerie indipendenti: furono le prime a capire che, per esempio, un fumetto come quello mio e di Lelio [Bonaccorso, n.d.r.] su Peppino Impastato non andava a fianco alle barzellette di Totti, ma in mezzo ai libri che parlavano di mafia.
Quell’intuizione ha portato poi a un’apertura anche verso un nuovo pubblico, con delle spinte da parte di certa stampa, di alcuni autori; dal travaso di alcuni autori che facevano fumetto popolare a questo tipo di racconto.»
A un certo punto, anche il giornalismo ha intercettato questa possibilità, capendo il potenziale di un medium diverso per riattivare materiali già esausti.
«Ci sono questioni che se affrontati col fumetto diventano interessanti dal punto di vista giornalistico.»
Trovare nuove storie da raccontare, o punti di vista inediti, sembra impossibile, soprattutto quando si entra in vicende che sembrano già completamente ricostruite. Per condurre in una nuova direzione basta però un dettaglio, o una voce fino a quel momento ignorata; se si ha fortuna, si viene addirittura trovati da una storia sconosciuta. In un caso o nell’altro, serve una curiosità allenata.

«Da bambino, quando trovavo la Settimana Enigmistica in giro per casa, cercavo sempre la pagina delle curiosità, Lo sai che. Era ed è ancora adesso super intrigante. Mettere in dubbio quello che ti circonda, di solito ti rende un cittadino più coscienzioso.
Soprattutto ora, nell’epoca della post-verità, delle fake news e dell’IA generativa, subissati come siamo da informazioni e nozioni, saperle selezionare è una dote che tutti dovremmo coltivare.»
Marco Rizzo e il giornalismo di ieri e di oggi
Quando il discorso vira sul giornalismo classico, mentre ascolto Marco mi tornano in mente alcune parole dette da Sergio Lepri, direttore di ANSA dal 1961 al 1990, a Maria Teresa Manuelli nell’ambito di un’intervista sulle questioni linguistiche di genere¹.
Per Lepri, classe 1919 e mancato nel 2022, il giornalismo è da intendersi come servizio civile a favore delle cittadine e dei cittadini.
«Al di là delle sue specifiche finalità istituzionali, di raccontare i fatti della vita rispondendo ai bisogni informativi della società, il giornalismo ha infatti il compito – ed è soprattutto questo che lo fa importante – di allargare il patrimonio di conoscenze dei suoi fruitori […].»
Una chiave, questa, che è riconoscibile anche lungo tutta la produzione di Rizzo, per quanto il mondo giornalistico che Lepri conosceva e abitava non esista più da un pezzo.

«Chi oggi inizia a fare il giornalismo deve abbandonare l’idea romantica del giornalista col cappellino con scritto Press, ma puntare a saper fare tante cose: deve saper montare un video, gestire un social, adattarsi a un mercato del lavoro che purtroppo è sempre più precario e flessibile, e questo vale per tutti i settori.
Bisogna mettere da parte quel romanticismo perché ti frega, e ti fa pensare che tu quel lavoro lo potresti fare anche gratis – che è poi lo stesso problema che trovi nell’arte, nel fumetto…
Il giornalismo è a cavallo tra un lavoro artistico, un lavoro artigianale e un servizio pubblico. Il punto è che non stiamo parlando di un portachiavi o di una sedia, ma di uno dei diritti costituzionali: non solo il diritto a informare, ma anche quello a essere informati.»
Pur temendo di sapere quale sarà la sua risposta, gli chiedo la sua sul futuro del giornalismo, incerta sul termine da usare: è una previsione o una speranza, che gli sto chiedendo?
«Auspico che le sovvenzioni per le testate vengano in qualche maniera ripristinate, perché sono presidio di democrazia; che quella brutta pratica delle querele temerarie venga in qualche maniera penalizzata; e che ci sia una certa libertà economica della stampa, per garantirne l’indipendenza. So già che non sarà così, ma ci spero.
E l’unico modo per farlo, anche se sembra una cosa da statalista, è con un controllo dall’alto; sull’etica dei singoli temo di avere perso la speranza: il giornalismo, negli anni, ha fatto degli errori gravissimi.
Per rincorrere i click o la rapidità delle informazioni, si sono dimenticati di verificare le fonti, senza contare che si sono messi in affari con persone poco limpide. Tutto questo ha creato un problema di fiducia da parte del pubblico, chiaramente.»

Nei suoi lavori, quest’impostazione si nota sia nel “cosa” che nel “come” narrare. Tra le tante opere a cui ha lavorato, ricordiamo Ilaria Alpi, il prezzo della verità (2007, disegni di Francesco Ripoli, che vinse il Premio Micheluzzi al Napoli Comicon 2008 come “Miglior fumetto”); Peppino Impastato, un giullare contro la mafia (2009, disegni di Lelio Bonaccorso); Mauro Rostagno, prove tecniche per un mondo migliore (2010, scritto con Nico Blunda e disegnato da Giuseppe Lo Bocchiaro); Jan Karski – L’uomo che scoprì l’Olocausto (2014, di nuovo con disegni di Lelio Bonaccorso).
Con Bonaccorso, collabora anche a Salvezza (2018), edito da Giangiacomo Feltrinelli Editore, un reportage dalla nave di soccorso Aquarius – che recupera i migranti al largo della Libia – frutto delle tre settimane che i due trascorrono a bordo.
«Solo con una persona come Lelio l’avrei potuto fare: una persona che come me si mette venti giorni su una nave, anche a rischiare la vita — perché abbiamo pure avuto le minacce dei libici che ci puntavano i cannoni addosso — per farci un fumetto sopra.»
Salvezza, uno dei primi titoli della collana Feltrinelli Comics, diventa un successo di critica e pubblico e viene seguito, nel 2019, dal reportage A casa nostra – cronaca da Riace, inchiesta sul sistema dell’accoglienza in Calabria.
«La cosa che ci accomuna [con Bonaccorso, n.d.r.] è la stessa visione del mondo e del fumetto: un fumetto che può essere militante, che prende posizione e che può avere un utilizzo anche pratico per trasmettere delle informazioni.»

Tra influenze, mercato e nuovi linguaggi: il fumetto oggi secondo Marco Rizzo
Parallelamente, Rizzo scrive saggi dedicati a personaggi Marvel e, nel 2022, approda tra gli sceneggiatori di Spider-Man Magazine. Le prime storie sono raccolte a fine 2023 nel volume Le nuove avventure di Spider-Man (Panini) e successivamente serializzate da Marvel USA nella serie Spider-Man: Homeroom Heroes.
Eppure, la sua storia della svolta, quella che lo ha fatto appassionare alla narrazione, è della DC.
«Quando avevo 12 anni, lessi Il Ritorno del cavaliere oscuro di Frank Miller. Pensi di leggere Batman, e invece poi dici: “minchia!”. Non è la solita storia di Batman, non è la solita storia di supereroi, ed è uno di quei fumetti che ti apre la visione verso altro.
Dopo quello, ho cominciato a leggere Moebius, Pazienza, tutti i grandi classici, la scuola Argentina… Credo il mio fumetto preferito sia L’Eternauta, che poi alla fine è una storia politica mascherata da fantascienza.»
Oggi, accedere ai fumetti è estremamente più facile di un tempo: circolano molti più formati e piattaforme – manga, autoproduzioni, webtoon, fumetti su Instagram, e tanto altro – e anche l’apertura verso l’estero è notevolmente aumentata.

Il fumetto muove persone, idee e capitali, e la legittimazione culturale del medium, ormai, non è più il problema principale – sebbene continui a essere percepito come tale da una parte della community.
«I problemi del fumetto oggi sono economici, di budget, di distribuzione, di contrattualistica, non certo creativi.» specifica Marco.
La nona arte si è evoluta e non deve più giustificare la propria presenza, ma si trascina ancora le problematiche dei tempi in cui era la “cugina povera”. Significa forse che è morta?
«Stamattina ho fatto parte di un progetto che porta i fumetti nelle scuole come strumento didattico: ho parlato di Vladimir Propp e della struttura della fiaba con dei bambini di otto anni, che hanno capito benissimo e mi hanno fatto tantissimi esempi.
Ditemi se questo non vuol dire che il fumetto non è vivo e vitale!»
¹Cecilia Robustelli, Donne, grammatica e media. Suggerimenti per l’uso dell’italiano, Gi.U.Li.A. Giornaliste, 2014.

