La morte di Yoshiharu Tsuge, avvenuta il 3 marzo 2026 all’età di 88 anni, segna la scomparsa di una figura centrale non solo per il manga, ma per l’intero fumetto del secondo Novecento. Autore appartato, refrattario a ogni forma di esposizione pubblica, Tsuge ha costruito nel tempo un corpus di opere che ha ridefinito i confini espressivi del medium, spingendolo verso territori autobiografici, onirici e radicalmente anti-narrativi.
Inserito nel solco del gekiga, quella corrente emersa tra la fine degli anni Cinquanta e i Sessanta per portare il manga verso una dimensione adulta e realistica, Tsuge ne ha rappresentato una deviazione interna, quasi una linea di fuga. Se il gekiga nasce come reazione al modello dominante dello story manga, con un’attenzione maggiore al dramma sociale, alla violenza e alla complessità psicologica, nel suo caso si trasforma progressivamente in qualcosa di più intimo e disarticolato, dove il racconto sembra sfaldarsi sotto il peso dell’esperienza individuale.
Yoshiharu Tsuge e la poetica del fallimento
Nato nel 1937 a Tokyo, Tsuge esordisce giovanissimo nel mercato delle kashibon, le librerie a prestito che nel dopoguerra costituivano una delle principali vie di accesso al fumetto popolare. I suoi primi lavori risentono dell’influenza di Osamu Tezuka, ma già mostrano una tensione verso atmosfere più cupe e disilluse. Negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta si muove all’interno di generi diversi, dal dramma storico al noir, adattandosi a un sistema produttivo estremamente rapido e competitivo.
È in questo contesto che entra in contatto con l’estetica del gekiga, condividendone la spinta verso un realismo più crudo e una rappresentazione meno idealizzata dei personaggi. Tuttavia, la sua traiettoria si complica presto: alla precarietà economica si affiancano difficoltà personali e psicologiche che culminano in una crisi profonda nei primi anni Sessanta. Il tentato suicidio del 1962 segna un punto di rottura, ma anche l’inizio di una trasformazione artistica decisiva.
La rinascita coincide con l’ingresso nella rivista “Garo”, una delle piattaforme più importanti per il manga d’avanguardia. Tra il 1965 e il 1970 Tsuge realizza una serie di racconti destinati a influenzare profondamente generazioni successive di autori. È in questo periodo che prende forma la sua poetica più riconoscibile: un intreccio di autobiografia, sogno e osservazione del quotidiano, in cui la narrazione lineare lascia spazio a una struttura frammentaria e spesso enigmatica.
Opere come Nejishiki (1968) rappresentano un punto di svolta. Il racconto, surreale e disturbante, è spesso considerato uno dei manifesti del manga moderno, capace di mettere in crisi il rapporto tra autore, lettore e significato stesso dell’opera. Allo stesso tempo, lavori come Akai Hana (Fiori rossi) o Chiko mostrano un’attenzione crescente per le dimensioni più intime e autobiografiche, anticipando quello che verrà definito watakushi manga, ovvero il “manga dell’io”.
Questa tensione tra introspezione e rappresentazione del reale trova una delle sue espressioni più compiute in Munō no Hito (L’uomo senza talento), pubblicato negli anni Ottanta e generalmente considerato il suo capolavoro. Il protagonista, un ex mangaka incapace di adattarsi alla società e destinato a una serie di fallimenti, diventa una sorta di alter ego dell’autore. La narrazione procede per episodi, accumulando frustrazioni, illusioni e tentativi abortiti, senza mai offrire una vera catarsi. In questo senso, Tsuge porta alle estreme conseguenze una poetica della sconfitta, in cui l’atto creativo stesso appare come qualcosa di impossibile o irrimediabilmente compromesso.

A partire dalla fine degli anni Settanta, la sua produzione si dirada progressivamente, fino al ritiro definitivo nel 1987. Le ragioni sono da ricercare ancora una volta in una combinazione di fattori personali e psicologici, ma anche in una crescente incompatibilità con l’industria editoriale. Da quel momento, Tsuge sceglie una vita appartata, lontana dai riflettori, contribuendo a costruire intorno alla propria figura un’aura quasi leggendaria.
Nonostante il silenzio creativo degli ultimi decenni, la sua influenza non ha mai smesso di farsi sentire. Autori di generazioni diverse hanno riconosciuto nel suo lavoro una fonte primaria di ispirazione, sia per l’approccio narrativo che per la radicalità dello sguardo. Il suo contributo non si limita infatti a una ridefinizione tematica del manga, ma investe direttamente il linguaggio del fumetto, mettendone in discussione le convenzioni strutturali e aprendo la strada a forme espressive più libere e ibride.
In Italia, la riscoperta di Tsuge è relativamente recente ma significativa. L’uomo senza talento, pubblicato da Canicola nel 2017, ha rappresentato un punto di accesso fondamentale, ricevendo anche il Gran Guinigi come migliore iniziativa editoriale. A questo volume sono seguite altre pubblicazioni che hanno contribuito a delineare un quadro più ampio della sua opera, come Il giovane Yoshio, raccolta di racconti autobiografici, e antologie come La stanza silenziosa e Il libro dei sogni.
Parallelamente, Oblomov Edizioni ha portato in Italia alcuni dei suoi lavori più legati al periodo di “Garo”, tra cui Nejishiki, Fiori rossi e Destino, offrendo una panoramica sulla fase più sperimentale e influente della sua produzione.

Queste pubblicazioni hanno permesso di collocare Tsuge all’interno di un canone del fumetto internazionale che, fino a pochi anni fa, tendeva a privilegiare altri nomi. La sua opera, invece, si impone oggi come una delle più radicali e necessarie per comprendere non solo l’evoluzione del manga, ma le possibilità stesse del racconto per immagini.
La morte di Yoshiharu Tsuge chiude quindi un percorso artistico che, pur essendosi interrotto quasi quarant’anni fa, continua a esercitare una forza sotterranea. In un panorama contemporaneo spesso dominato da logiche seriali e produttive, il suo lavoro resta un esempio di resistenza, un invito a considerare il fumetto come spazio di ricerca personale e di esplorazione dell’inquietudine. Non tanto un’eredità da imitare, quanto un territorio ancora da attraversare.
fonte: animenewsnetwork

