Mercy: Sotto Accusa prende avvio da una premessa che colpisce immediatamente per la sua attualità: un sistema giudiziario completamente automatizzato, capace di analizzare dati, comportamenti e relazioni personali per decidere, in tempi rapidissimi, se un imputato meriti di vivere o di morire. Non si tratta di un futuro lontano o ipertecnologico, ma di una proiezione fin troppo riconoscibile delle nostre ossessioni contemporanee: sicurezza, controllo, delega totale alle macchine. Timur Bekmambetov mette in scena un’idea che fa paura proprio perché sembra già pronta, già testabile, già accettata da una società stanca e spaventata.
La Los Angeles del 2029 descritta dal film è una città sull’orlo del collasso, soffocata da criminalità, tensioni sociali e povertà diffusa. Un contesto che il racconto non approfondisce mai davvero, ma che utilizza come giustificazione implicita per l’esistenza della “Corte Mercy”: un tribunale automatizzato pensato per rispondere all’emergenza con efficienza assoluta. In questo mondo, la giustizia non è più un processo, ma un calcolo. La colpevolezza non viene dimostrata: viene stimata. E la sentenza non arriva dopo giorni o settimane, ma mentre lo spettatore guarda scorrere il tempo sullo schermo.
Il meccanismo narrativo è semplice e funzionale. Gli imputati vengono legati a una sedia che può ucciderli, davanti a un giudice artificiale che ha accesso totale ai loro dati personali: telefoni, messaggi, filmati, spostamenti, relazioni, profili social. La difesa dura novanta minuti, scanditi da un conto alla rovescia implacabile. Non si tratta di provare l’innocenza, ma di abbassare una percentuale di colpevolezza sotto una soglia accettabile. La verità, in questo sistema, è un dettaglio trascurabile.

Mercy – Un thriller che non concede respiro
Il protagonista, Christopher Raven, è un detective che quel sistema lo ha sostenuto e difeso, fino al momento in cui si risveglia proprio sulla sedia degli imputati, accusato dell’omicidio della moglie. È stordito, confuso, privo di memoria, e deve difendersi affidandosi allo stesso meccanismo che ha contribuito a legittimare. La trovata funziona perché ribalta immediatamente il punto di vista: Mercy non racconta la giustizia algoritmica dal lato delle vittime astratte, ma da quello di un uomo che improvvisamente si scopre vulnerabile.
Da qui in poi il film imbocca con decisione la strada del thriller ad alta tensione. Il ritmo è serratissimo, quasi ossessivo. Ogni scena è costruita per spingere in avanti la narrazione, per aggiungere un nuovo indizio, un nuovo sospetto, una nuova possibilità di salvezza o condanna. Non c’è spazio per la contemplazione o per la riflessione prolungata: Mercy vuole che lo spettatore corra insieme al protagonista, condivida la sua ansia, il suo affanno, la sua urgenza.
Da questo punto di vista, il film è estremamente efficace. Bekmambetov sfrutta al massimo il linguaggio delle interfacce, delle telecamere di sorveglianza, dei droni, degli schermi multipli. Le informazioni volano davanti agli occhi dello spettatore, si sovrappongono, si accumulano fino quasi a saturare l’inquadratura. È un cinema che imita la logica del controllo totale, trasformando lo schermo in una stanza di comando. A tratti l’effetto è coinvolgente, a tratti soffocante, ma è coerente con l’idea di un mondo in cui tutto è osservato, registrato, archiviato.

Il problema è che questa corsa continua finisce per divorare le ambizioni tematiche del film. Mercy sembra voler parlare di etica, di abuso di potere, di sorveglianza come forma di violenza quotidiana, ma raramente si ferma abbastanza a lungo da permettere a questi temi di sedimentare. Ogni potenziale riflessione viene rapidamente inglobata dalla necessità di andare avanti, di scoprire chi ha davvero ucciso la moglie di Raven, di trovare il colpevole “giusto”.
Un esempio emblematico è il rapporto tra Raven e sua figlia. Il film suggerisce un conflitto interessante: un padre che predica fiducia ma pratica controllo, che utilizza gli stessi strumenti di sorveglianza che dice di voler combattere. È un’accusa potente, perché sposta il discorso dalla politica alla dimensione privata, mostrando come la sorveglianza non sia solo una legge, ma un’abitudine, quasi una dipendenza. Eppure questa linea narrativa resta marginale, non viene mai davvero sviluppata fino alle sue conseguenze più scomode.
Anche i personaggi secondari finiscono per essere funzionali più che incisivi. Sono presenze utili alla trama, voci che aiutano il protagonista a muoversi nel labirinto di dati e sospetti, ma raramente diventano figure autonome, capaci di mettere in discussione le scelte di Raven o il sistema stesso. Tutto è orientato verso la risoluzione dell’enigma, non verso l’approfondimento del contesto.
Chris Pratt regge il film con professionalità, offrendo una prova solida e controllata. Privato della fisicità che spesso caratterizza i suoi ruoli più noti, è costretto a lavorare su sguardi, inflessioni vocali, micro-espressioni. Funziona, ma anche il suo personaggio resta incompiuto: Raven dovrebbe essere un uomo moralmente compromesso, uno che ha accettato compromessi gravi in nome dell’ordine, e invece viene spesso trattato come una vittima, più che come una figura ambigua. Parliamo di qualcuno di cui la figlia ha sostanzialmente paura.

Quando l’idea migliore viene addomesticata
E poi si arriva al finale. Ed è proprio qui che Mercy mostra la sua crepa più evidente. Dopo aver costruito un mondo dominato da un sistema freddo, impersonale e spietato, dopo aver imposto allo spettatore un ritmo così serrato da non lasciare quasi tempo di pensare, il film compie una scelta sorprendente: decide di umanizzare il giudice artificiale. L’intelligenza che fino a quel momento incarnava l’orrore di una giustizia senza volto viene progressivamente resa empatica, comprensiva, addirittura alleata del protagonista.
È una svolta che appare stonata, se non apertamente incongruente. Mercy sembra improvvisamente voler rassicurare, suggerendo che anche le macchine possano “imparare”, che basti un’aggiustamento, una correzione, per rendere accettabile un sistema che decide della vita e della morte in tempo reale. Una conclusione che indebolisce tutto ciò che il film aveva costruito fino a quel momento, trasformando un incubo politico in un problema tecnico risolvibile.

Alla fine resta la sensazione di un’occasione solo parzialmente sfruttata. Mercy: Sotto Accusa è un film teso, ben realizzato, capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo dall’inizio alla fine. Ma è anche un film che, nel momento decisivo, sceglie la strada più comoda. Una buona idea, sostenuta da un ottimo ritmo e da un protagonista convincente, che avrebbe potuto osare di più, alienando davvero l’intelligenza artificiale e lasciando lo spettatore con un dubbio inquietante invece che con una soluzione consolatoria.

Mercy: Sotto Accusa
Chris Pratt: detective Chris Raven
Rebecca Ferguson: giudice Maddox
Annabelle Wallis: Nicole Raven
Kylie Rogers: Britt Raven
Kali Reis: Jacqueline Diallo
Chris Sullivan: Rob Nelson
Kenneth Choi: Ray Vale
Rafi Gavron: Holt Charles
Jeff Pierre: Patrick Burke
Tom Rezvan: Il governatore
Andrea Mete: detective Chris Raven
Gaia Bolognesi: giudice Maddox
Francesca Manicone: Nicole Raven
Margherita Rebeggiani: Britt Raven
Eva Padoan: Jacqueline Diallo
Massimo Bitossi: Rob Nelson

