Quando nel 2002 Danny Boyle e Alex Garland portarono nelle sale l’horror apocalittico “28 Giorni Dopo“, il genere epidemico e post-apocalittico conobbe una vera rinascita, inaugurando una serie di film che a quell’opera devono gran parte della propria identità. Per citarne uno, solo cinque anni più tardi arrivò “Io sono leggenda“, adattamento del celebre romanzo del 1954 di Richard Matheson, che il regista Francis Lawrence e gli sceneggiatori Mark Protosevich e Akiva Goldsman finirono però per snaturare, soprattutto nel finale, tradendo l’essenza dell’opera originale.

“Io sono Leggenda” (pellicola ad oggi considerata seminale per il genere), così come molti titoli successivi appartenenti allo stesso filone , è profondamente debitore di “28 Giorni Dopo”. Il film di Boyle e Garland segnò infatti una svolta radicale per il genere: non più un racconto focalizzato unicamente sull’invasione degli zombie — o, più precisamente, degli infetti — ma un cambio di prospettiva e di linguaggio. La macchina da presa a mano, una Londra deserta e livida come una ferita aperta, e la costante percezione di una fine imminente spostavano l’attenzione dalla minaccia mostruosa all’indagine psicologica dell’uomo.
Cinque anni dopo l’uscita di “28 Giorni Dopo“, quindi proprio nell’anno dell’uscita di “Io Sono Leggenda“, arrivò in sala il secondo capitolo dal titolo “28 Settimane Dopo”. Danny Boyle e Alex Garland rimasero come produttori esecutivi mentre alla regia si cimentò il quasi debuttante regista spagnolo Juan Carlos Fresnadillo. Fresnadillo e il suo team di sceneggiatori ampliarono quell’universo rendendolo più muscolare e tragicamente spettacolare, trasformando il contagio in metafora geopolitica e militare. Da quel momento il franchise ha consolidato il suo ruolo di opera fondamentale del cinema post-apocalittico: citato, imitato, mai davvero superato.
“28 Anni Dopo”, un ritorno in grande stile

Per assistere al terzo capitolo del franchise abbiamo dovuto attendere ben diciotto anni. “28 Anni Dopo“, uscito lo scorso anno, segna il ritorno della coppia creativa formata da Danny Boyle e Alex Garland. Questa volta la narrazione si concentra su personaggi inediti: Cillian Murphy, protagonista di “28 Giorni Dopo“, figura esclusivamente come produttore. Al suo posto troviamo Aaron Taylor-Johnson, che interpreta un padre di famiglia profondamente disfunzionale, emblema di un patriarcato che riaffiora con forza direttamente proporzionale alla regressione morale dei pochi sopravvissuti.
La pellicola, da molti considerata una delle migliori della scorsa stagione cinematografica, risulta intensa, coinvolgente, e per molti versi persino superiore al primo capitolo del 2002 sebbene, dal nostro punto di vista, mostri qualche cedimento sul piano della scrittura a causa di soluzioni narrative un po’ raffazzonate, soprattutto nella seconda parte del film.
Sorprende che il quarto capitolo “28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa“, film che rappresenta il naturale seguito di “28 Anni Dopo” arriva nelle sale in questo mese di gennaio 2026 carico di aspettative dopo nemmeno un anno. Boyle e Garland si fanno di nuovo da parte (quest’ultimo rimane alla sceneggiatura) per lasciare la regia alla talentuosa Nia DaCosta.
Nia DaCosta, una regista divisiva

Prima di entrare nel merito di “28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa“, è opportuno soffermarsi brevemente sulla figura di Nia DaCosta. La regista newyorkese rappresenta oggi una delle voci più interessanti, e al tempo stesso più divisive, del cinema contemporaneo. Dopo l’esordio sorprendente con “Little Woods“ (2018), opera rimasta inedita in Italia ma accolta con numerosi riconoscimenti negli Stati Uniti, DaCosta ha conquistato l’attenzione della critica internazionale grazie a “Candyman“ (2021), sequel diretto di un classico horror degli anni Novanta. Il film ha segnato un traguardo storico, diventando il primo lungometraggio diretto da una donna afroamericana a esordire al primo posto del box office statunitense.
Con “Candyman“, DaCosta ha dimostrato una spiccata capacità di piegare i codici del cinema di genere, trasformando l’horror da semplice macchina della paura in un potente strumento di analisi sociale e di denuncia. Se si tralascia la parentesi fallimentare nel Marvel Cinematic Universe con il pessimo “The Marvels“, non deve sorprendere che sia stata scelta per guidare un nuovo capitolo di “28 Anni Dopo”. Il suo approccio che predilige un interesse costante per i traumi collettivi, per le ferite che una comunità si porta dietro come un’eredità tossica, sembra sposarsi perfettamente con i toni del franchise nato dalla creatività di Danny Boyle e Alex Garland.
Tornano il Dottor Ian Kelson e Jimmy Crystal

“28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa” riprende la narrazione esattamente dal punto in cui si conclude il capitolo precedente; per questo motivo, la visione di “28 Anni Dopo“ è imprescindibile per comprendere appieno gli eventi di questo nuovo episodio del franchise. Ritroviamo l’eccentrico dottor Ian Kelson, interpretato da Ralph Fiennes: ex medico e uomo di scienza, Kelson è una figura segnata in profondità dall’apocalisse, di cui porta addosso tutte le cicatrici, sia fisiche che morali. È lui l’artefice del “tempio” evocato dal titolo, una costruzione tanto inquietante quanto monumentale realizzata con i resti umani delle vittime dell’epidemia.
Nella sua visione romantica, il tempio rappresenta un atto di commemorazione e rispetto verso i morti, sospeso tra razionalità scientifica e un ritualismo pagano disumanizzante, che finisce per rendere sacro il culto della sopravvivenza estrema. Torna anche il giovane Spike (Alfie Williams), rimasto orfano dopo la morte dei genitori nel film precedente. Al termine di “28 Anni Dopo“ lo avevamo visto imbattersi in Jimmy Crystal (Jack O’Connell) e nella sua setta esoterica, un culto devoto a Satana che tenta di dare un senso al caos del mondo post-apocalittico generando ulteriore violenza e disordine.
“28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa” costruisce la propria struttura narrativa quasi esclusivamente sulla contrapposizione fra due figure centrali, incarnazioni di poli apparentemente opposti ma in realtà complementari: il dottor Ian Kelson e Jimmy Crystal. Il film diretto da Nia DaCosta recupera consapevolmente i cliché del cinema post-apocalittico, genere che da sempre rifiuta una rigida dicotomia tra bene e male. DaCosta suggerisce infatti che Kelson e Crystal siano il prodotto dello stesso trauma, due manifestazioni divergenti di una medesima ferita collettiva.
Entrambi tentano di imporre una propria idea di ordine nel caos e entrambi esercitano una forma di potere: il primo attraverso il sapere scientifico, il secondo mediante il culto della violenza. In questo contesto, gli infetti cessano di essere la minaccia principale; al contrario, viene loro concessa la possibilità di regredire dall’infezione e riappropriarsi della propria umanità. Il vero pericolo, suggerisce il film, risiede nella disumanità di chi è sopravvissuto.
Ian Kelson è la cura

Se dovessimo associare l’aggettivo “eclettico” ad un attore, questo lo spenderemmo sicuramente per Ralph Fiennes. L’attore britannico passa con disinvoltura dall’Amleto di Shakespeare al ruolo di Voldemort in Harry Potter, dal criminale di guerra e militare Amon Göth di “Schindler List” all’aviatore militare ungherese László Almásy de “Il Paziente Inglese“, fino ad arrivare al cardinale Thomas Lawrence di “Conclave“. Fiennes è un attore totale, elegante e raffinato, ma al tempo stesso capace di scardinare la propria immagine e di incarnare figure eccentriche e fuori norma, come il dottor Ian Kelson.
Il suo Kelson si presenta inizialmente come una presenza misurata, quasi ascetica, per poi rivelarsi progressivamente un uomo alla deriva, aggrappato a un passato (quello precedente al contagio) che fatica oramai a ricordare. Eppure continua a resistere, trovando conforto nei vecchi vinili dei Duran Duran e degli Iron Maiden e affidandosi ostinatamente al sapere scientifico. L’ex virologo studia il virus sin dalle sue prime mutazioni, circondato da provette e appunti in un rifugio sotterraneo, lontano dal pericolo degli infetti: non cerca il caos né la violenza, cerca una cura.
Kelson rappresenta la scienza spogliata di arroganza. Non è un salvatore. È un uomo stanco, ossessionato, consapevole che forse le sue ricerche non porteranno mai a una cura definitiva. Ma continua, perché smettere significherebbe accettare la vittoria del caos. Fiennes costruisce il personaggio meglio riuscito del film e, forse, di tutto il franchise, lavorando per sottrazione, esibendo un corpo fragile che contrasta con la forza morale che lo anima. Dapprima gli sguardi sono bassi e le parole sussurrate poi, quando viene attaccato da una violenza brutale che inizialmente non comprende, si lascia andare ad una fisicità che ammalia il nemico e lo controlla con l’intelligenza e il sapere.
Jimmy Crystal è il caos

All’angolo opposto del ring troviamo la figura di Jimmy Crystal, carismatico leader di una comunità che ha sublimato il contagio in un culto del caos e della violenza. Interpretato da Jack O’Connell, Crystal è una figura profondamente disturbante, volutamente sopra le righe. Là dove Kelson sussurra, Crystal proclama; dove il primo osserva e analizza, il secondo agisce d’impulso; dove la scienza interroga la realtà in cerca di risposte, l’esoterismo offre certezze immediate, prive di fondamento ma, a loro modo, rassicuranti.
O’Connell riesce a rendere il personaggio al tempo stesso magnetico e respingente. Il suo Crystal è un antagonista atipico, più profeta che tiranno, un seduttore che conquista i suoi seguaci non tanto attraverso una reale capacità di guida, quanto tramite la fascinazione esercitata da una violenza promessa, ritualizzata e spettacolarizzata. Il cuore di “28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa“ risiede anche nella visione distorta incarnata da Jimmy Crystal: l’irrazionale e il fanatismo non emergono dal nulla, ma germogliano dalle macerie lasciate dal fallimento delle risposte razionali. Crystal è ciò che accade quando la scienza smette di dare risposte.
Un film anticlimatico rispetto ai predecessori

“28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa” è un film intriso di violenza come raramente avevamo visto in tutto il franchise, ma non fa paura come dovrebbe. O meglio, non nel modo in cui questa saga ci aveva abituati. L’ansia costante, la precarietà assoluta, la violenza improvvisa che definivano i capitoli precedenti qui vengono rimpiazzate da un’atmosfera che vira velocemente al pop e al grottesco. DaCosta firma un film che sembra privo di quel senso di urgenza che rendevano i precedenti capitoli un’esperienza quasi traumatica. Qui si osservano gli eventi spesso con un sorriso (amaro) che rende anticlimatica questa pellicola se la confrontiamo con il tono dei precedenti capitoli del franchise.
“28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa” tenta di far maturare il franchise cercando di elevare il survival horror a riflessione filosofica. Il risultato è un’opera che poggia la narrazione su topoi del genere che sono ormai diventati un cliché. Ci troviamo, quindi, di fronte ad una pellicola imperfetta che, al netto delle interpretazioni fuori scala di Ralph Fiennes e Jack O’Connell, perde gran parte della sua forza originale. Un passo laterale, più che avanti, in un franchise che, mai come questa volta, sembra guardare al passato con più nostalgia.
“28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa” è al cinema a partire dal 15 gennaio, distribuito da Eagle Pictures.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa
Alfie Williams: Spike
Aaron Taylor-Johnson: Jamie
Ralph Fiennes: Dr. Ian Kelson
Jack O'Connell: sir Jimmy Crystal
Erin Kellyman: Jimmy Ink
Chi Lewis-Parry: Samson
Emma Laird: Jimmima
Maura Bird: Jimmy Jones
Cillian Murphy: Jim

