Katja Centomo è una di quelle autrici a cui la mia generazione deve molto: nei primi anni 2000, insieme a un manipolo di autori, ha portato in Italia una narrazione nuova e ibrida che parlasse agli adolescenti, dando un’alternativa validissima al manga. Le generazione successive di autori, poi, le devono ancora di più per il lavoro instancabile che ha svolto negli anni per vedere il diritto d’autore riconosciuto come dovrebbe.
A Etna Comics 2023, Katja si era già prestata alle nostre domande; lo ha rifatto al Lucca Comics & Games 2025 con il consueto garbo, un’eleganza di modi e parole che mi ha – è il caso di dirlo – totalmente stregata.
Una chiacchierata con Katja Centomo
Partiamo dalla cosa più recente: sei qui a presentare un nuovo progetto internazionale, MAGICA, a cui hai lavorato con Barbara Canepa, collega e vecchia conoscenza. Lo avete definito come “uno spazio aperto, pronto ad accogliere tutti gli autori e gli editori che vorranno lanciarsi in questa avventura, condividendone la visione e la poetica” aggiungendo che al centro ci saranno “la qualità e il pieno sviluppo del potenziale degli autori”. Già così, è una cosa potentissima; poi, avete detto quella che per me è la parola chiave: “strega”. Mi racconti qualcosa in più?
Allora, qui a seconda dei punti da cui la vogliamo prendere, potrebbe partire un fiume e non ci fermeremmo più.
Noi definiamo MAGICA uno spazio editoriale oppure una collana, dipende, perché è qualcosa che credo non abbia ancora fatto nessuno. Nel senso che la struttura è quella di una collana, come quelle che esistono presso le case editrici, con noi due come direttrici; la differenza è che questa collana non è dentro una casa editrice, ma fuori. È un canale attraverso cui passano progetti di autori diversi, di fattura diversa, ma legati a un unico tema e a un’unica estetica, a quella che – in pratica – è un po’ la direzione artistica che noi daremo. A sostegno di questa iniziativa ci sono degli editori, chiaramente, perché l’obiettivo è essere pubblicati, ma farlo rispettando degli standard importanti anche a livello economico.
È brutto parlare subito di questo, però sappiamo che è un punto dolente soprattutto rispetto al mercato italiano che combatte con questo problema da tempo. La nostra struttura si fonda sulla collaborazione e sul sostegno di due editori, uno italiano, Tunué, e uno francese, Oxymore, così da poter patrocinare i progetti nella maniera consona: quella, diciamo, più internazionale e che riconosca più possibile il lavoro degli autori.
Siamo veramente tanto riconoscenti a questi editori, che hanno capito e sostenuto il nostro progetto in modo illuminato: non è così scontato che questa cosa venga ha capita. Non è detto che questi editori siano gli unici poi a pubblicare, però sono i fondatori, quelli che ci hanno creduto prim’ancora di partire. Dopodiché il progetto che viene incubato da MAGICA può venire pubblicato anche da altri. Questo è ancora tutto da vedere.
Ti sei occupata molto anche dei diritti degli artisti, in particolare del diritto d’autore. Come senti che è cambiato o sta cambiando il mercato, in questo senso?
Il mercato non lo so, perché il mercato poi lo si accusa di tutto e di niente; di fatto, il mercato è la risposta del pubblico, no? E il pubblico risponde in base a quello che gli si propone. Quindi siamo alla fine noi i responsabili di quello che succede.
Sicuramente c’è una sensibilità che sta cambiando, soprattutto tra i giovani autori. Sono sempre più consapevoli e più e meno propensi ad accettare lo status quo e le cose come vengono poste. E questo è importantissimo, perché poi è dai giovani autori che emergono le cose più belle, le opere più fresche.
Cioè, noi ormai siamo due vecchie streghe [ridiamo, ndr], siamo anche pronte a farci da parte, no? A valorizzare proprio la qualità delle nuove generazioni mettendoci il nostro zampino magico, senza intervenire troppo. Forse non ci conoscete, siamo molto cattive, severe anzi, per cui per cui la nostra supervisione sarà questo: far sì che la qualità possa esplodere. E in questo saremo, come dire… Delle vecchie megere, ecco! Però lo scopo è lasciare massima libertà e anzi stimolare l’autorialità, la personalità e quello che è lo stile dell’autore.
La strega – questo è importante perché altrimenti ci dimentichiamo del punto di vista – è il tema di MAGICA, quindi le opere che noi accogliamo, incubiamo, curiamo e poi lanciamo verso l’ignoto sono tutte dedicate al tema della strega che però, come puoi immaginare, è così vasto…
È aperto a tutte le letture e, soprattutto, a tutti i target. Per cui abbiamo organizzato MAGICA in tre assi, come si dice alla francese: ragazzi o jeunesse, quindi fino a 12 anni; adolescenti o ado, quindi il pubblico 12-16 anni, quello più difficile e imprendibile; infine, adulti, per cui in genere c’è la formula graphic novel. Vedremo, in tutte queste salse, streghe di tutti i tipi: comiche, drammatiche, misteriose, cattive, combattive. Si parlerà di femminismo, di natura, di magia, cioè di tutto quello che dalla strega emerge e stimola, lasciando anche in questo massima libertà di interpretazione.
Poi ecco, la cosa bella – al di là della tematica, che comunque è molto declinabile – è che si possono fare dei lavori belli e godibili a prescindere dalla fascia d’età per cui sono pensati. Noi dobbiamo mettere queste categorie, ma più per chi per chi le richiede, ecco; quando ci lavoriamo non pensiamo più all’età del nostro lettore. Anzi, tante volte devo dire che i lettori più giovani sono quelli che stimolano di più, perché spesso abbracciano il racconto con maggiore apertura.
Negli ultimi vent’anni ti sei occupata di molte cose diverse, da buona narratrice transmediale: cartoni animati, tanta narrativa, formazione e seminari a nuovi autori, la direzione della collana 7 Crimini, che hai anche sceneggiato. Veramente hai spaziato molto anche perché ho detto che ti piace molto cambiare, però dov’è che ti senti poi libera, più a tuo agio?
Eh, questa è una bella domanda, perché il mio problema è quello di cambiare in continuazione. O meglio: per un po’ è stato un problema, poi ho capito che, come dicevi tu, quella è la mia caratteristica: comincio una cosa, poi ne scopro un’altra e continuo in un’altra direzione, poi qualcuno mi riprende, mi convince a fare un’altra cosa e ci ricasco.
La risposta che mi sono data è che il racconto è quello che mi interessa. Per cui, alla fine, che io lo faccia attraverso un romanzo per ragazzi, un cartone animato, un fumetto o curando la storia di qualcun altro, è lo stesso. Io poi sono partita come disegnatrice: ho fatto la scuola del fumetto ormai trent’anni fa, la mia idea iniziale era fare la disegnatrice; quindi, puoi capire quante volte abbia cambiato strada.
Alla fine, non importa. È poter raccontare e trasmettere l’universo e l’immaginario che abbiamo dentro, che mi interessa. Poterlo fare è una fortuna immensa, e questo non cambierà mai, non finirà mai.
Qualche volta ti manca il disegno, visto che hai iniziato come disegnatrice?
Il disegno è qualcosa che va tenuto in costante allenamento. Mi piaceva tantissimo, ho sempre disegnato, e poi ho smesso di colpo; ho cambiato mezzo. Anche perché devo dire che avevo dei buoni risultati, ma ero lenta: era uno strumento che non avevo allenato abbastanza, ci mettevo tanto tempo per raccontare.
Quando mi sono spostata sulla scrittura, mi sono resa conto che là riuscivo veramente a usare la velocità e il mezzo nel modo nel modo migliore. Il disegno, certo, è rimasto dentro di me: mi aiuta sicuramente nel lavoro di cura editoriale, per “entrare” a dare un aiuto, per sceneggiare visualizzando. È molto più d’aiuto così.
Il fatto di essere una narratrice transmediale, che mette al centro il racconto in un mondo che spesso, come dicevamo prima, richiede delle etichette ti ha mai creato dei problemi? È mai stato un limite?
Sempre! No, dai, sempre no, ma è successo. So che sembrerà una sviolinata, ma devo dire che da quando lavoro con Tunué, questo limite non c’è mai stato. Nel mondo dell’animazione, invece, è una cosa tremenda e non si scappa, eh. È un’industria molto complessa e strutturata.
Adesso è da un po’ che non ci lavoro, non so se sia cambiato qualcosa, ma c’è stato un periodo in cui veramente per presentare un progetto ai produttori internazionali dovevi dichiarare le percentuali esatte per ogni elemento incluso. In questo, l’esperto è soprattutto mio marito Francesco [Artibani, ndr]; io, nell’animazione mi faccio coinvolgere ogni tanto, lui invece queste cose le conosce molto bene.
Una volta, per esempio, ricordo che lavoravamo a una serie animata per ragazzini, su dei… Diciamo a dei personaggi che facevano guerre, non voglio citarla. Ecco, ci veniva detto esattamente quanto dovevano durare le botte, avevamo anche il minutaggio. Era una cosa tipo “In questa puntata si devono picchiare per tot tempo in questo punto. Poi, dopo altri 15 minuti, altri 3 minuti di botte.” E così via. È chiaro che è tosta lavorare così.
Con Francesco, oltre a essere compagni di vita, avete creato insieme: due figli e poi una terza creatura, un terzo figlio, Monster Allergy…
Per un attimo mi avevi spaventata! Sai, mio figlio ci fa sempre un disegnino del terzo figlio, che non esiste, ed è questo personaggio spettrale, con le occhiaie che si aggira per casa, e quando era piccolo ci lasciava i messaggi.

No, tranquilla, mi riferivo proprio a Monster Allergy, un’opera che ha segnato un’intera generazione – me compresa – e ha cambiato il modo di ragionare del fumetto italiano, insieme a PK (a cui Francesco ha collaborato in modo importante) e a W.I.T.C.H., tutti prodotti che in quegli anni hanno dato un’impronta diversa alla serialità. Fresco, profondo, irriverente, commovente, con disegni che si fanno amare e il concetto di una rivista intera dedicata ai mostri, Monster Allergy poi è diventato una serie animata e tante altre cose: ma il primo germoglio di quell’idea qual è stato?
Lo ricordo bene, è stato durante un viaggio in macchina da Roma a Recanati. Andavamo alla Rainbow a trovare Straffi, per cui lavoravamo su Tommy & Oscar (non c’erano ancora le Winx). Tra le altre cose, quella volta ci fecero vedere dei disegni di quattro fate e ricordo di aver pensato “Questo, secondo me, non andrà”; invece non solo ha funzionato, ma ci vive tutta la famiglia Artibani da tanti anni [ridiamo, ndr].
In quel viaggio, ci siamo detti che il terreno e il momento erano quelli giusti per fare veramente la cosa che ci piaceva, per realizzare un progetto fatto come l’avremmo voluto leggere noi da bambini. Mentre viaggiavamo in macchina abbiamo cominciato a parlare, parlare, parlare, e sono venuti fuori i personaggi. Io aspettavo la nostra prima figlia e avevamo già deciso che si sarebbe chiamata Elena; avevamo da poco visto l’ecografia, in cui era una patatina… Da lì è nato il personaggio di Elena Patata.
È una cosa tenerissima…
Sì, è vero! Adesso ha 24 anni; sarebbe dovuta venire con me e a Lucca perché stiamo già lavorando insieme su tante cose, ma si è ammalata ieri sera.
In effetti, ho letto che la tua famiglia è tutta in questo settore: tuo figlio, tua figlia, tua sorella, oltre a te e Francesco!
Sì, sì, ormai è così. Speravamo che qualcuno facesse medicina e invece no. [ridiamo, ndr]
E invece meglio così, ce l’avete nel sangue la narrazione.
Del resto, ai miei figli non possiamo dire nulla, cioè non possiamo buttargli via i fumetti oppure dire di no. I nostri genitori hanno accettato questa cosa ai tempi, e noi dobbiamo fare lo stesso.

Le tue opere ormai fanno parte dell’immaginario di tanti giovani autori; cos’è stato, invece, del tuo immaginario ad averti segnata come narratrice?
Io i fumetti li ho sempre letti: mia madre mi ricorda sempre che a casa non mancava mai Topolino e io, che facevo ancora l’asilo, ho imparato a leggere pur di sapere cosa c’era scritto nei Balloon. Quindi sicuramente Topolino; poi Asterix, che per me è stata una formazione non solo fumettistica, ma proprio nel modo di vedere la vita, di fare ironia. Parliamo di due maestri giganteschi.
Questi me li trovavo a casa, ma già alle elementari andavo all’edicola a cercare gli albi dei supereroi, ad aspettarli. Ero l’unica femmina e, quando facevamo le bande, io di solito facevo la Vedova Nera; mi piaceva molto come personaggio. La donna invisibile, invece, non mi piaceva molto: il fatto che fosse invisibile me la faceva sembrare sempre come un personaggio accessorio, ecco.
Poi in quel periodo – erano gli anni dal ‘75 all’80 – in casa tutti avevano fumetti nascosti, e io e mia sorella passavamo il tempo a frugare nelle case di nonni e zii, cercando tutto quello che c’era. Leggevamo anche le cose che non bisognava leggere, perché c’era della roba veramente non adatta alla nostra età, però noi eravamo proprio voraci, per cui qualunque cosa, la leggevamo. Anche le strisce americane, i Peanuts e altri; adesso forse dirò una banalità retorica, però non avendo le distrazioni che hanno oggi i ragazzi, la lettura era qualcosa di meraviglioso.
Poi è una cosa che accomuna fortunatamente varie generazioni. Ah, Il Giornalino, ecco, un altro contenitore che mi ha veramente formata, perché sul giornalino ci sono passati tutti i più grandi autori. E quando, anni dopo, ho fatto la scuola del fumetto, ho detto “Ah, ma questo era Toppi, questo Marconi, adesso gli do dei nomi!” Ma io quegli autori ce li avevo già dentro.
Mi ha incantato leggere le tue parole su Fumetti di Frontiera, un evento che hai organizzato nei primi anni del 2000 in Val d’Aosta, a cui hanno partecipato nomi come Moebius, Manara, e al cui centro c’era poco business ma molta cultura. Ecco, credi ci sia ancora spazio, oggi che “vanno” le grandi convention, per eventi del genere, focalizzati sulla cultura e sul territorio, più che sulla dimensione di business ed entertainment?
Io penso di sì; anzi, penso che sia forse l’unica alternativa: una nuova convention di grandi dimensioni, adesso, come la fai? Trovo molto interessanti le piccole realtà, soprattutto quelli che si specializzano o si concentrano su un aspetto magari particolare del mondo dei fumetti: solo così penso si possa trovare qualcosa di alternativo, di interessante. Se no, è stato già fatto tutto ovunque, è tutto coperto.
Ogni tanto ci pensiamo, sarebbe quasi da rifare Fumetti di Frontiera, ma non lo organizzerei io perché è stata un’esperienza estremamente stancante. Ho fatto veramente tante cose in questo lavoro, ma quella… Capisco tutti gli organizzatori e quando li vedo cerco sempre di non rompere troppo le scatole, perché ricordo la fatica, e io ho fatto una cosa piccola: adesso invece si devono occupare di mille problemi, non si dorme la notte si deve far coincidere tutto… Quello no, non lo voglio fare più. Però sarebbe bello; insomma, se qualcuno ci volesse provare, potrei aiutare.

Ti faccio un’ultima domanda, che c’entra col tuo lavoro, ma in modo trasversale. So che sei un’appassionata di montagna, da buona valdostana. Passeggiate, trekking, scalate: quanto ti ha aiutata a sviluppare storie come In fondo al crepaccio e La fune d’acciaio? E quanto di quella passione c’è anche ne La strada per Pont Gun?
Su una cosa, sono una valdostana anomala: non scio, sono probabilmente l’unica! Per il resto sì, ci ho messo tanta Valle d’Aosta, e in alcuni libri l’ho detto esplicitamente.
Ecco, quella è una parte di me fondamentale, di cui non posso proprio fare a meno. Poi, vivendo da tanti anni a Roma, la nostalgia lavora ancora di più, no? Per fortuna, ho scoperto che c’è della montagna anche lì vicino, posti meravigliosi sia in Lazio che in Abruzzo.
Quando posso parlare di montagna, so di dare il meglio di me, perché qualunque scrittore scrive al meglio quando parla di quello che conosce. Quindi quando posso farlo, mi sento proprio a mio agio.
Tutte le volte che posso, è un elemento che includo: la collana Sette crimini, per esempio, si apre con una scalata. È la mia parte emotiva, nostalgica. Solo nel volume dedicato a Franca Viola non l’ho incluso, perché non faceva parte della storia.
È bello che tu abbia citato Franca Viola, concludiamo con una “strega”.
Sì, assolutamente! Vorrei prendermi questo merito, ma non è mio: in quel caso è stato l’editore, Einaudi Ragazzi, a propormi di raccontare la storia di Franca Viola. Sono rimasta sconvolta quando mi hanno detto che il pubblico era dai 9 anni; mi sono chiesta come fare a raccontarla senza toccare gli argomenti più caldi e fondamentali.
In realtà poi è stata un’esperienza incredibile. Già lo è il personaggio in sé, ma lo è stato anche tutto quello che ne è seguito. Questo libro, tra tutti quelli che ho scritto, è quello che viene letto di più e per cui continuo a fare presentazioni tutti gli anni (molto al sud, in Sicilia, in Calabria). E i ragazzini hanno una reazione, un’accoglienza, un entusiasmo quando leggono il libro, che io non mi sarei mai aspettata. Quindi torniamo al discorso di prima: mai credere che l’età possa pregiudicare la capacità di capire, anzi.
E ne approfitto per dire un’altra cosa: ho appena consegnato, sempre per Einaudi Ragazzi, un altro libro della stessa collana sempre dedicato a due donne, Rita Atria e Piera Aiello, che si chiama Rita e Piera – Due voci contro la mafia.
È una storia che ha una parte molto triste, perché Rita, trasferita a Roma da ragazzina per fare la testimone di giustizia, si tolse la vita nel momento in cui Borsellino cadde vittima dell’attentato, perché era lui la persona che la proteggeva. C’è quindi una storia tremenda, ma c’è anche la storia di Piera, che ho incontrato e conosciuto, ed è da pelle d’oca.
È stata la prima volta che ho potuto parlare con la persona di cui ho raccontato la storia; sono situazioni incredibili, in cui delle persone portano pesi che tolgono a noi, consentendoci di vivere in una società in cui si può sperare ancora e credere nella giustizia. Però sacrificano la loro vita anche per noi.
In MAGICA ci saranno sicuramente anche streghe di questo tipo, con cui si potranno raccontare storie bellissime.
È un seme che è germogliato venti, venticinque anni dopo, ed è una cosa meravigliosa.

