Ci sono interviste che nascono come semplici conversazioni, e altre che assomigliano più a un viaggio a ritroso nel tempo. Quella che state per leggere appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Perché parlare con John McCrea non significa solo ripercorrere una carriera artistica straordinaria, ma tornare in un’epoca precisa del fumetto americano: un’epoca ruvida, rumorosa, politicamente scorretta, eppure incredibilmente sincera. Un’epoca in cui le storie sanguinavano inchiostro e cuore allo stesso tempo.
McCrea è uno di quegli autori che non hanno mai avuto bisogno di urlare per farsi sentire. Il suo segno, apparentemente caricaturale e istintivo, è sempre stato capace di colpire molto più a fondo di quanto ci si aspettasse a una prima occhiata. Dietro ogni linea spezzata, dietro ogni espressione esasperata, c’è sempre stata un’umanità fragile, goffa, vera. Ed è proprio questa umanità ad aver reso immortale il suo lavoro più celebre: Hitman, la serie cult realizzata insieme a Garth Ennis, che ancora oggi continua a essere riscoperta, amata, difesa e citata come uno dei vertici più personali del fumetto supereroistico anni ’90.
Ma prima di Hitman, prima di Gotham, prima di Tommy Monaghan e del Noonan’s Bar, c’è stato The Demon. Un personaggio leggendario della DC Comics, nato dalla mente visionaria di Jack Kirby e poi reinventato da una nuova generazione di autori britannici pronti a spingere l’acceleratore su violenza, ironia e anarchia narrativa. È lì che McCrea ed Ennis hanno trovato la loro voce americana, ed è lì che hanno iniziato a plasmare un’estetica e un tono che avrebbero lasciato un segno profondo.
Questa intervista è il racconto di quel percorso, ma è anche molto di più. È una riflessione sincera sul tempo che passa, sulle storie che finiscono davvero, sull’importanza di dare ai personaggi una conclusione invece di condannarli a un’eternità di revival. È il ricordo affettuoso di una band di disadattati che, sulla carta, è diventata una famiglia. È la consapevolezza di aver creato qualcosa che ha superato la moda delle cinture piene di tasche e delle pistole oversize, per trasformarsi in un legame emotivo con i lettori.
John McCrea parla con onestà disarmante, con autoironia, con affetto e senza alcuna nostalgia tossica. Non idealizza il passato, non mitizza il presente, ma osserva entrambi con lo sguardo di chi sa quanto sia raro riuscire a raccontare una storia dall’inizio alla fine. E mentre lo fa, ci ricorda perché Hitman non è mai stato solo “un fumetto anni ’90”, ma qualcosa di più profondo: una storia di amicizia, fallimento, lealtà e umanità.
Signore e signori, su MegaNerd c’è Mister John McCrea.
Intervista a John McCrea
Signore e signori: su MegaNerd il grandissimo John McCrea. Grazie per essere in nostra compagnia, John!
È un piacere!
John, partiamo dal principio: come sei arrivato a lavorare con DC Comics e qual è stato il tuo primo impatto con il personaggio di The Demon?
Beh, a essere sincero, sono un grandissimo fan di Jack Kirby ma non avevo mai letto un solo numero del suo The Demon.
Quindi l’unico The Demon che avevo visto era proprio il lavoro fatto da Val Semeiks e Alan Grant, prima che lo prendessimo in mano io e Garth Ennis.
E anche se mi piaceva ciò che facevano, volevo davvero rendere The Demon ancora più demoniaco, farlo molto più un demone. Così mi sono lasciato andare. E siccome la serie non vendeva particolarmente bene, la DC fu piuttosto indulgente con noi. Quindi ci lasciarono fare esattamente ciò che volevamo fare.
Eravamo giovani, freschi, appena arrivati sulla scena. Ci diedero totale carta bianca. Mi lasciarono fare semplicemente quello che volevo con The Demon. E andando avanti, l’ho reso sempre più estremo. Sai, ho spinto l’estremizzazione del mio approccio a The Demon, ed è stato molto divertente.

The Demon è stato il tuo primo grande progetto con Garth Ennis?
No, no, no. Quella è stata la nostra prima collaborazione in America, ma nel Regno Unito avevamo già lavorato per Fleetway [la Fleetway Publications e/o Fleetway Editions, casa editrice britannica che produceva principalmente riviste a fumetti per il Regno Unito, n.d.r.].
Avevamo fatto un fumetto intitolato Troubled Souls per Crisis, che era una specie di controparte britannica di 2000 AD, ed era un fumetto politicamente impegnato.

Era una storia sui Troubles in Irlanda del Nord, dove sia Garth che io siamo cresciuti. Quella è stata la nostra prima collaborazione. Poi abbiamo fatto For a Few Troubles More, che era una specie di seguito. E poi abbiamo fatto Chopper Surf’s Up: Earth, Wind and Fire, un personaggio di Dredd che ha avuto la sua serie spin-off.
Dopodiché abbiamo realizzato The Demon. Quindi, prima di questa serie avevamo già lavorato insieme a parecchie cose.
Che tipo di chimica creativa si è sviluppata tra te e Garth per The Demon? Diresti che fu in quel momento che iniziò a delinearsi l’estetica che poi avrebbe definito Hitman?
Beh, voglio dire, Hitman era Hitman. Il primissimo fumetto che abbiamo fatto insieme è stato l’Annual di The Demon, ed è lì che Hitman ha fatto la sua prima comparsa. Quindi, in pratica, stavamo già creando quel personaggio. Noi semplicemente stavamo cercando di lasciare il segno e volevamo lasciare il segno su quel personaggio. E non pensavo a Hitman come a qualcosa di importante. Era solo un personaggio che stavamo creando come parte del progetto Bloodlines.
E all’epoca pensavo che The Demon fosse molto più importante, senza rendermi conto che Hitman avrebbe avuto la sua serie personale e sarebbe andata avanti per 60 numeri. Ma, sai, The Demon ha comunque impostato il tono di Hitman, con quella combinazione di violenza, umorismo e follia fuori di testa. Questo, in un certo senso, ha fatto da apripista a Hitman, per così dire. Quindi è stato piuttosto importante. The Demon è stato piuttosto importante per le… come dire…per le atmosfere di Hitman.

Il tono di Hitman era unico: un mix di azione pulp, umorismo nero, e momenti profondamente umani. Quanto di quella miscela veniva da sceneggiatura, e quanto nasceva direttamente dal tuo modo di interpretare visivamente le scene?
Beh, come per qualsiasi fumetto, Garth scriveva la sceneggiatura, quindi i momenti emozionali venivano da lui. Io cercavo solo di rendere i personaggi il più umani possibile, di far credere al lettore che fossero reali e farlo sentire parte del loro gruppo. La banda di Noonan — Ringo, Nat, Tommy, Pat e Sean — alla fine, o mentre ci lavoravo, mi sembravano una famiglia. E speravo che l’aspetto umano che cercavo di dare loro il più possibile aiutasse a creare quel senso di vicinanza. Ma, alla fine dei conti, fu la scrittura di Garth, il suo modo di farti affezionare ai personaggi, a essere la parte più importante di tutto.
In Hitman ci sono momenti memorabili che hanno segnato un’intera generazione di lettori: la storia con Superman, i sei giorni di guerra… Qual è per te la storia più rappresentativa della serie, e perché?
Beh, il mio arco narrativo preferito su Hitman è… è… aspetta, come si chiamava? È un classico. Saint of Killers? No, The Killer? Quello… quello in cui incontriamo per la prima volta la Sezione Otto. Quello è il mio arco narrativo preferito. Con Catwoman, Tommy, Nat e la banda, e Teagle. E poi la Sezione Otto che entra in scena in tutta la sua gloria.
Come si chiamava? Ace of Killers! Sì, Ace of Killers. Quello è sicuramente il mio arco preferito tra tutti.
Ma ce ne sono tanti a cui sono molto affezionato; Zombie Night at the Gotham Aquarium, per esempio. Assolutamente fantastico. Quindi sì, ci sono un sacco di belle storie in quel fumetto e mi manca davvero molto.

Nonostante sia una serie profondamente radicata nel suo tempo, Hitman è rimasta attualissima: come ti spieghi la sua longevità e l’affetto che continua a ricevere da fan vecchi e nuovi?
Penso che tu abbia già riassunto bene la cosa, cioè quel cuore di cui parlavi. Al centro di tutto c’era questo cuore pulsante molto forte, una storia di amicizia e di quanto lontano sei disposto a spingerti per gli amici. E poi c’era anche questo umorismo incredibile, sempre presente. E ovviamente anche l’estrema violenza… Insomma, penso che quel cuore lì abbia fatto tornare le persone, e le vendite dell’omnibus uscito di recente [parla dell’edizione originale U.S.A., in Italia per Panini l’ultima edizione è in più volumi cartonati, n.d.r.] riflettono proprio questo. Ha venduto benissimo. Quindi credo che abbia anche conquistato parecchi nuovi lettori.

È comunque una serie figlia degli anni ‘90.
Oh, sì, certo. Voglio dire, c’è sicuramente questo elemento. Anche solo nel loro aspetto, molto anni ’90 — le cinture piene di tasche e munizioni e tutto il resto. Ma credo anche che il personaggio riesca a trascendere quell’estetica: mentre tanti altri con quelle cinture e quelle armi esagerate sono spariti nel tempo, Hitman è rimasto.
Quindi sento che sì, è un personaggio anni ’90, ma allo stesso tempo è anche senza tempo. È come se Hitman fosse in ognuno di noi, sempre. Siamo tutti Hitman.
C’è un aspetto di Hitman che secondo te è stato sottovalutato all’epoca, ma che meriterebbe di essere rivalutato oggi?
Beh, penso che Hitman sia stato in generale trascurato. Preacher all’epoca fu il grande successo. E ho anche letto alcune recensioni che dicevano che Hitman fosse una specie di “Preacher Light”, cosa che mi ha fatto piuttosto arrabbiare.
Ma, sinceramente, a mio parere, preferisco Hitman. Lo trovo più umano, e penso che i personaggi suscitino molta più empatia. Jesse Custer è questa versione incredibilmente idealizzata di Garth Ennis e Steve Dillon, super affascinante, super bravo in tutto, sa combattere, sa rimorchiare, sa bere, insomma, il tipo più figo del pianeta. Mentre Tommy è proprio un disastro.

Ha il vizio del gioco, non sa fare a botte, ha sempre problemi con le donne. I suoi poteri gli danno l’emicrania, e si sveglia anche con il vomito che gli cola dal mento e roba simile.
E certo, magari le emicranie derivano dai superpoteri, ma per il resto — ci siamo passati tutti. Beh, a meno che tu non beva, suppongo.
Insomma, secondo me lui è un personaggio molto più umano di Jesse. Ma, comunque, Preacher mi piace, resta un gran bel fumetto. Tra l’altro, proprio l’altro giorno stavo rileggendo il primo volume. Ma preferisco Hitman come personaggio. E questo non ha assolutamente nulla a che fare con il fatto che l’abbia disegnato io, anche perché Steve è un disegnatore molto più bravo di me. Quindi non è per questo.
Però preferisci il ‘tuo’ cattivo ragazzo…
Questo tipo? Ah, Hitman. Sì, certo. È ovvio. Non posso mentire, Hitman mi ha segnato la carriera. Probabilmente finirà scritto sulla mia lapide: John “Hitman” McCrea, amico di Garth Ennis. Sarà tipo: “Oh, Gesù, devo portarmi dietro il suo nome anche nella tomba?”
Ma, sai, va bene così. Sono contento. È un gran bel fumetto. E se questo è ciò per cui le persone mi ricorderanno anche solo per i dieci secondi dopo la mia morte, allora ben venga. Sono felice.

Se oggi potessi riprendere in mano Hitman, o anche solo Tommy Monaghan, come lo rappresenteresti? Pensi che abbia ancora qualcosa da dire nel mondo attuale?
Sai, dubito che lo riporteremo indietro, ma visivamente, mi libererei del suo cappotto. Preferisco di gran lunga disegnarlo senza cappotto, come l’ho appena fatto qui [John mostra una pazzesca commission di Hitman, senza cappotto n.d.r.]. Ogni volta che lo disegno, non gli metto mai il cappotto ormai — penso solo che abbia un aspetto molto più figo senza.
Il cappotto mi sembra più… non so, sembra più elegante. E se guardi le copertine dell’omnibus, non indossa il cappotto nemmeno lì.
Quella è la mia dichiarazione, proprio lì. Ma, voglio dire, Garth non è stupido. Se volesse riportare Hitman — cosa che, tra l’altro, non vuole — avrebbe ancora un sacco di storie da raccontare, senza dubbio. E sarebbero ancora rilevanti.
Ma, sai, Tommy è morto. La maggior parte del cast è morta. A me e a Garth piacciono le storie con un inizio, una parte centrale e una fine. È molto più soddisfacente per il lettore avere quella completezza piuttosto che essere impantanati in quella continuity senza fine in cui finiscono tanti fumetti.

Quindi è impossibile che ci possa essere un nuovo Hitman?
Beh, voglio dire, la DC potrebbe anche far uscire un altro Hitman se lo volesse, sono loro i proprietari del personaggio, quindi dipende solo da loro. Ma non credo che Garth ne sarebbe particolarmente felice. Di certo non lo scriverebbe.
E non voglio sbilanciarmi né da una parte né dall’altra, altrimenti finirei solo per fare la figura dello sciocco se poi succede il contrario. Quindi, per ora, direi: basta Hitman.
Dopo Hitman hai lavorato su molti altri progetti, da Diner a Mars Attacks, passando per Mythic e Dead Eyes. Come è cambiato il tuo approccio al fumetto dopo un’esperienza così intensa e duratura come quella con Garth Ennis?
Beh, alla fine di Hitman ero stanco, e non volevo proprio impegnarmi in un’altra serie regolare, motivo per cui ho rifiutato The Boys, cosa che mia moglie non mi ha mai perdonato.
Quindi, sì, sono passato da progetto a progetto per un po’. Ho fatto anche qualche run piuttosto lunga, come su Mars Attacks, che credo di aver disegnato per 12 / 14 numeri, o qualcosa del genere, e The Monarchy che erano circa 10 numeri, ma non ho mai fatto niente di lungo come Hitman, e probabilmente non lo farò mai più.

Ci vuole una quantità enorme di tempo, impegno e di energia fisica per produrre 60 numeri mensili. E poi il mercato probabilmente non è nemmeno più adatto a questo. Ormai la formula giusta sono gli archi narrativi.
Al momento sto lavorando a Dead Eyes (pubblicato in Italia da Mirage Comics, ndr) — sto finendo adesso il secondo arco. E magari ce ne saranno altri. Lo spero davvero. Ma nulla è garantito in questo mercato.
Ci sono talmente tanti bei fumetti in giro che anche un buon fumetto può perdersi nel rumore di fondo e sparire senza lasciare traccia.
Quindi, se Dead Eyes trova un suo pubblico e la gente risponde bene, lo apprezzo, soprattutto considerando quanto altro c’è là fuori. Quindi grazie ai fan di Dead Eyes.

Lavori spesso anche in digitale? Come hai integrato le nuove tecnologie nel tuo processo creativo?
No, disegno tutto a penna e su carta. L’unica cosa digitale che faccio sono dei piccoli ritocchi finali, perché alla fine devo comunque scansionare le tavole per spedirle.
E magari aggiungo anche qualche tono digitale qua e là, ma non sono uno di quelli che passerebbero completamente al digitale.
Quando si tratta di computer, non ci vado molto d’accordo. Io sono uno di quelli all’antica. Mi piacciono carta e penna. Mi piace lavorare così: fisicamente, con dei veri strumenti.
Lo apprezzo. Perché penso che la vera arte sia ancora questa.
Beh, grazie, amico!

Oggi insegni, partecipi a fiere, sei attivo online. Che rapporto hai con il nuovo panorama del fumetto, tra webcomic, crowdfunding e social media?
Beh, io stesso ho fatto crowdfunding per alcune cose durante il lockdown, ed è estremamente difficile. È come un lavoro a sé. Quindi non invidio nessuno che faccia crowdfunding per le proprie opere. Ma allo stesso tempo, è un modo eccellente per i nuovi autori di farsi vedere e di entrare nel settore.
E molte persone che ce la fanno attraverso il crowdfunding non hanno bisogno di grandi case editrici come la DC o la Marvel. Trovano il loro mercato online e hanno molto successo. E questo è semplicemente fantastico. Tutto sta cambiando continuamente al momento.
Quindi il mercato è, allo stesso tempo brillante e terrificante. C’è così tanta incertezza, ma anche così tanto buon materiale.
E con il recente collasso di Diamond [parla della crisi del più grande distributore di comics in America, Diamond Comic Distributors, salvato a marzo 2025 dal fallimento n.d.r.], c’è un altro grosso problema. Chi l’aveva previsto? Probabilmente qualcuno, ma di certo non io. E questo ha causato problemi a tantissime fumetterie e cose del genere.
Non vorrei mai essere il proprietario di una fumetteria adesso. Anzi, sono stato proprietario di una fumetteria — e non vorrei esserlo ora.
A dire il vero, non volevo esserlo nemmeno quando lo ero, ma sicuramente non vorrei esserlo al giorno d’oggi.
Grazie mille John è stato veramente un piacere parlare con te.
Oh, piacere mio. Grazie mille per questa intervista!
Ringraziamo per la collaborazione lo staff di Mirage Comics e Doc G per la preziosa collaborazione


