Triple H & Lemmy – Vivere per vincere

In questo nuovo episodio di Wrestling Vintage vi raccontiamo la storia di un’amicizia davvero speciale: quella tra Triple H e Lemmy Kilmister, fondatore e frontman dei Motörhead, una delle band più iconiche dell’hard rock

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Ian Fraser Kilmister, detto Lemmy, fondatore e frontman dei Motörhead, una delle band più iconiche dell’hard rock, è morto il 28 dicembre del 2015 lasciando un vuoto enorme nell’intero panorama della musica internazionale. Molto semplicemente: purtroppo, al giorno d’oggi, di quelli come il buon Lemmy non ne nascono più. Punto.

Non è un segreto che, dai tempi dell’incisione della sua musica d’entrata, The Game, il cantante era diventato buon amico di Triple H. Cioè, nel 2001, il meglio del rock incontra il meglio del wrestling e ne nasce un legame indissolubile fino allo scomparsa di Lemmy. Tanto che, al funerale di quest’ultimo, tenutosi il 9 gennaio 2016 a Los Angeles (e che ammetto di essermi sparato in diretta streaming su YouTube a tarda sera), il wrestler è fra coloro che vengono invitati a parlare per condividere un ricordo dell’amico. In quell’occasione, insieme a un paio di gustosi aneddoti, Triple H rivela anche di aver registrato una conversazione con Lemmy proprio due mesi prima, quando i due si erano dati appuntamento nel locale preferito del cantante, il Rainbow Bar & Grill di West Hollywood in California. Un posto dove storicamente bazzicavano altre leggende della musica, per esempio un certo John Lennon.

Di quella conversazione, però, nessuna traccia fino alla settimana scorsa, quando, in occasione dell’anniversario dei venticinque anni di carriera in WWE di Triple H, il WWE Network ha finalmente pubblicato lo special Live to Win. A conversation with Triple H & Lemmy. A metà fra l’intervista (condotta dall’attuale telecronista di Smackdown! Corey Graves) e lo scambio di ricordi reciproci  davanti a una birra fra due amici, il video di trentasette minuti è un bellissimo tributo postumo alla grandezza del leader dei Motörhead, uno dei pochi ad essere “rimasto fedele a se stesso fino alla fine”, come Triple H ha avuto modo di ricordare in più di un’occasione.

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Se vi piace il rock o il wrestling o, ancora meglio, se amate entrambe le cose, il documento è assolutamente da non perdere, soprattutto per la serie di divertentissimi aneddoti che vengono raccontati dai protagonisti.

Giusto per capire di che pasta sia fatto, si parte con delle immagini del 2003, quando Lemmy è in sala prove e una voce fuori campo gli fa notare come quello che sta suonando abbia “delle parti veramente molto forti”. “È ovvio che ci sono delle parti molto forti, ci sono io nel pezzo!”, lo fulmina (bonariamente) il cantante. Oppure prendete la secca risposta alla domanda di Graves durante l’intervista del 2015 al Rainbow. «Quando hai fondato i Motörhead quarant’anni fa avevi qualche obiettivo in particolare? – gli chiede questi – Sì, volevo suonare rock’n roll», gli risponde quello, con quella disarmante logica per cui noi fan lo abbiamo adorato oltre le semplici note della sua musica.

Triple H, invece, racconta gli inizi della loro amicizia. Quando la WWE lavorava al suo nuovo pezzo d’entrata, una prima versione di The Game era stata incisa in stile rap – una sorta di nu metal se vogliamo – ma lui non ne era affatto convinto. Da sempre fan dei Motörhead, di fatto il suo personaggio sul ring si ispirava molto all’immagine del frontman. Per cui, il lottatore continuava a ripetere di volere un suono più cazzuto per la canzone, usando proprio il gruppo di Lemmy come esempio per rendere l’idea di cosa stesse cercando. E parla che ti riparla, alla fine qualcuno dei dirigenti ipotizzò: ma allora perché non la facciamo incidere proprio ai Motörhead, scusa? «Beh, non sapevo che ci fosse questa possibilità…», la risposta del Cerebral Assassin, che già pregustava la collaborazione con i propri idoli.

Quando due badass si incontrano, in genere, o si picchiano o si piacciono e diventano amici. Per fortuna, nostra ma soprattutto di Lemmy, i due optarono per la seconda soluzione.

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It’s time to play the game

Time to play the game! Bwahahaha

La prima volta che fa il suo ingresso sul ring accompagnato da quel suono distorto e da quella voce roca che rideva diabolicamente dopo aver avvisato tutti che è arrivato il momento di giocare (e chissà che gioco ti toccherà fare con un armadio che procede verso di te con quell’espressione decisamente poco gioviale…), Triple H racconta di aver avuto la pelle d’oca. Ma la canzone e l’effetto creato sono talmente fighi che anche altri colleghi, fra cui Chris Jericho per esempio, si precipitano da lui nel backstage per mostrargli il proprio entusiasmo.

È chiaro che, su queste premesse, il passo per l’intensificazione della collaborazione (e dell’amicizia) fra i due è breve. Lo special ci mostra anche le immagini delle registrazioni dell’album Hammered del 2002. Oltre ad ospitare The Game come bonus track, nell’ultima traccia del disco, che è un pezzo parlato intitolato Serial Killer, oltre alla voce di Lemmy, a un certo punto sentiamo in sovrapposizione anche quella di Triple H, che sostanzialmente ricorda la cosa come la realizzazione di un sogno. E poi ci sono le due esibizioni live dei Motörhead a Wrestlemania XVII e Wrestlemania XXI, due occasioni in cui il wrestler fa la sua trionfale entrata mentre Kilmister e compagni suonano addirittura dal vivo la sua musica. In particolare, l’aneddoto più spassoso è legato proprio alla ventunesima edizione dello Showcase Of The Immortals, tenutosi allo Staples Center di Los Angeles nel 2005. Appena viene fuori l’argomento, Lemmy interrompe: «Non ci potevo credere, non ho mai visto tanto panico come quella volta con la troupe televisiva!». Ma tocca a un divertito Triple H raccontare la vera storia dietro all’esclamazione dell’amico.

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A Wrestlemania XXI, è previsto che il lottatore entri in scena da sotto il palco dove avrebbero suonato i Motörhead, tramite un ascensore. Un ingresso spettacolare che lo avrebbe fatto “comparire” a fianco della band durante l’esecuzione del pezzo. Tutto molto bello. Ma nel wrestling, che è show televisivo oltre che dal vivo, ci sono tempi tecnici molto stringenti da rispettare per una resa ottimale sugli schermi di chi guarda da casa: cioè, ovviamente, tutto è organizzato e incastrato al millesimo, ingressi e scenografie comprese. Mentre Triple H è sotto il palco, in attesa di fare il suo ingresso, sente qualcuno della troupe che urla preoccupato: “che vuol dire che non avete avvisato i Motörhead che sono i prossimi?”. Poi qualcun altro aggiunge “dite a Lemmy di correre!” e lui, da lì sotto, cerca di avvisarli che Lemmy non è propriamente uno che corre! Finalmente la band arriva sullo stage e parte il conto alla rovescia per l’inizio della loro esibizione. Ma Triple H, dopo aver scambiato un veloce saluto col rocker sempre da sotto il palco, si accorge che il countdown procede spedito e Lemmy, che non ha ancora neanche il basso in spalla, si guarda intorno fresco come una rosa. Qualcuno lo invita ad avvicinarsi al microfono. Ma lui tranquillo, come se niente fosse. Sono tutti preoccupatissimi, quasi disperati…oddio sforeremo i tempi televisivi…3-2-1…finalmente il cantante prende il suo strumento, si avvicina al microfono e attacca: Time to play the game!. E quei disgraziati della troupe possono sciogliersi in un liberatorio sospiro di sollievo. A loro è quasi venuto un coccolone, per l’altro invece business as usual. Questo era Lemmy Kilmister.

Il legame fra i due, col tempo, si rafforza grazie alle visite dell’uno nel backstage dei concerti (particolarmente spassoso l’episodio della capatina fatta nei camerini da Triple H in compagnia della moglie Stephanie McMahon, quando la band, colta di sorpresa, “ripulisce” la stanza prima di far entrare la signora) e alle scappate dell’altro ogni volta che il carrozzone della WWE faceva tappa a Los Angeles (dove il cantante viveva ormai stabilmente) per fare ascoltare all’amico i suoi nuovi pezzi in macchina nel parcheggio dell’arena.

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Oltre a The Game, i Motörhead avrebbero inciso altre due canzoni per il lottatore: Evolution, usata per la stable che questi aveva creato con Ric Flair, Randy Orton e Batista, e King of Kings, la preferita dello stesso Lemmy (e di chi vi scrive) perché descrive alla perfezione il personaggio di Triple H: potente, aggressivo, una sorta di mitico re medievale seduto su un trono fatto coi teschi dei nemici. Lemmy, d’altro canto, lo dice senza mezzi termini: «Guerra, morte e sesso (lui, in realtà, usa un’altra parola, nda), scrivo di queste cose da tutta la vita!».

Ecco, la differenza fra Lemmy e il resto dei suoi colleghi sta proprio in quest’ultima frase: “da tutta la vita”. Lui stesso, nello special del WWE Network ammette candidamente: «Noi suoniamo per noi stessi, non per i fan. Se ci piace un pezzo, lo pubblichiamo. E se poi piace anche ai fan, allora è un bonus. Questo è essere autentici». Concludendo con quello che, a tutti gli effetti, due mesi dopo sarebbe diventato il suo epitaffio: «Non mi sono mai arreso, non ho mai detto sì al dio denaro. Il denaro è casuale. Nella misura in cui hai abbastanza per mettere un tetto sulla testa e un cuscino sotto di essa, sei a posto. Puoi ritenerti soddisfatto di te stesso fino in fondo e non morire provando vergogna».

Che poi è ciò per cui Paul Michael Levesque in arte Triple H, insieme a milioni di altri fan nel mondo, hanno adorato quell’artista “rimasto fedele a se stesso”.
Per tutta la vita.

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Gianluca Caporlingua

Cresciuto (???) giocando a calcio e sbucciandomi le ginocchia sui campi in terra della provincia siciliana. Da bambino, però, il sogno (rimasto nel cassetto) era quello di fare il wrestler. Dato che mia madre non mi avrebbe mai permesso di picchiare gli altri, ho deciso di cominciare a scrivere le storie dei miei eroi. Oggi le racconto filtrandole coi ricordi d'infanzia.

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