Ritorno a Twin Peaks: il punto della situazione

twin-peaksA 27 anni dall’esordio USA (era l’8 aprile del 1990), Twin Peaks torna ad agitare i sonni di generazioni cresciute a merendine e serie tv. La “prima madre”, uno dei prodotti che, subito dopo Moonlighting, ha scandito tempi e archi narrativi della serialità per come oggi la conosciamo, arriva su monitor e schermi con un solo anno di ritardo rispetto a quanto Laura Palmer “in persona” aveva predetto ad un Dale Cooper neo prigioniero di Bob e della Loggia Nera il 10 giugno del 1991, quando Twin Peaks, con l’episiodio Oltre la vita e la morte, chiudeva “per sempre” i battenti.

L’ascesa e il declino della serie targata Lynch e Frost (di nuovo insieme a dirigere, produrre e supervisionare la terza stagione), a cui fece seguito lo sfortunato cult “Fuoco cammina con me” (prequel cinematografico delle vicende narrate nello show), segnò in qualche modo il punto di rottura della quarta parete televisiva, quella che, fino ad allora, aveva generato distanze siderali tra i prodotti seriali e il pubblico che ne fruiva, in maniera discontinua, distratta e disordinata, dal divano della propria abitazione. La quantità di lettere, petizioni, proteste formali che travolsero la ABC, dopo l’annuncio della chiusura di Twin Peaks, subissò i commenti negativi che la critica (attraverso la stampa) e gli spettatori (contribuendo al crollo dei raitings) avevano riservato alla seconda stagione, troppo confusionaria e lenta, rispetto alla bulimica curiosità che aveva accompagnato mezzo mondo, nel corso dei primi otto episodi della stagione uno, al grido di: «Chi ha ucciso Laura Palmer.

Nueva-promo-oficial-de-Twin-Peaks-2017Evitando il “dove eravamo rimasti”, gli spoiler o i commenti di qualsivoglia genere, nel pieno rispetto del codice d’onore di cinefili e webseriesefili (e per chi non avesse visto o rivisto o, meglio, visto, rivisto e rivisto le prime due stagioni, c’è sempre tempo per fare ammenda e per sperare di essere assolti dal Dio dei miracoli audiovisivi), possiamo solo dire che la storia riparte da dove la avevamo lasciata 26 anni fa: «Who are you»?, chiede l’agente speciale Cooper, «Laura Palmer» risponde lei, con la distorsione sonora da nastro incastrato nel walkman, molto anni ’90 e – sopratutto – molto propria della Black Lodge a cui tutti i fan della serie si sentono legati. Da lì il viaggio nella memoria ha inizio, tra ripetute extrasistole e immersioni costanti nel fantastico mondo della distopia.

Lynch sceglie di restare fedele a sé stesso, anche a costo di risultare fuori tempo massimo: la fotografia dai toni caldi per la cittadina di Twin Peaks, il lentissimo dipanarsi di trame apparentemente lontane tra loro, le musiche originali (di Angelo Badalamenti), gli effetti visivi alla buona seminati qua e là, come se il mondo non avesse conosciuto le gioie di After Effects. Poi, come per creare un contrasto psico-visivo nello spettatore, questo registro tecnico lineare con gli episodi del passato, cambia radicalmente nelle scene che escono dalla cittadina dei due picchi montuosi. Per New York, ad esempio, la fotografia è molto più fredda, le musiche sono quelle post-rock degli ultimi album del Lynch musicista, gli effetti si modernizzano, il sangue scorre veloce e così l’infittirsi di un mistero che supera confini geografici e temporali, riportandoci sulle montagne russe a cui il regista ci ha abituati nella sua lunga carriera sul grande e sul piccolo schermo. Kyle MacLachlan (Dale Cooper) sembra non aver mai svestito i panni del suo feticcio e troneggia, nel corso dei primi episodi, con la capacità camaleontica di un androide, riprogrammabile per mille e mille usi, quasi come fosse uscito da una puntata di Westworld. Sheryl Lee (Laura Palmer), non fa rimpiangere la sua immagine post-adolescenziale e così riappaiono Andy, Bobby, Lucy, Jason, Truman in una galleria di ritorni ancora tutti da scoprire, tra le nuove profezie della Signora Ceppo e il volo costante dei gufi che (dentro e fuori Twin Peaks) “non sono mai quello che sembrano”. E se l’emozione di ritrovare Dennis (ormai divenuto Denise) Bryson ora a capo del dipartimento FBI per cui opera Gordon Cole (D. Lynch) si mescola allo stupore di veder apparire altri personaggi Lynchiani estranei al contesto della serie (Naomi Watts, Laura Dern), gli amanti dell’opera omnia del regista non potranno non essere completamente rapiti dalla prima mezz’ora dell’episodio n.3 (segnatevelo), vera e propria sublimazione delle distorsioni pindariche dell’autore di “Velluto Blu”, “Mullholland Drive”, “The Elephant Man” (per citarne alcuni).

twin-peaks-sign-1024x669Per concludere, non pensiamo sia possibile recensire le 18 puntate di questa nuova stagione di Twin Peaks (in onda su Sky Atlantic per il pubblico italiano) parlando della trama o di cosa ci aspetteremo che accada. Twin Peaks, ora come allora, è una serie che va lasciata fluire, come il corso d’acqua che la taglia, come le lame della sua falegnameria; è una serie che va lasciata accadere, imparando ad amarla o innamorandosene di nuovo, perché il genio non ha confini entro cui essere delimitato e narrato, perché dopo la “rinuncia” al grande schermo (Inland Empire, 2006) David Lynch rispetta la promessa fatta al suo pubblico e lancia una sfida al mondo della critica di ieri e di domani, col tono beffardo di chi Twin Peaks e i suoi misteri li ha plasmati e chissà poi se ci permetterà mai di venirne davvero a capo.

Madamedetourvel

Madamedetourvel

Cinefila innata, politica per “sbaglio”, videomaker per vocazione. Sorvolando sui numerosi difetti, è grande sostenitrice dell’(auto)ironia, della cioccolata e delle sigarette fumate al buio. A metà del terzo giro di boa tenta di amare l’umanità, di non decomporsi e di trovare risposte a domande che – fortunatamente – continueranno a cambiare.

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